cultura
La storia di Jozef Schonbrunn, internato n.214 nel campo di Borgo San Dalmazzo
12 gennaio 2023
Cuneo
Borgo San Dalmazzo - Nel percorso multimediale MEMO4345 c’è “l’angolo delle storie”, dove la Shoah prende volto concreto e diventa storia di vita di una persona o di una famiglia. In occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio), La Guida propone per tre settimane una sintesi di tre delle storie narrate in video a MEMO4345 dagli attori di “Progetto Cantoregi”. La prima è quella di Jozef Schonbrunn, internato numero 214 nel campo di Borgo San Dalmazzo, rivissuta dal figlio Avraham, all'epoca bambino, narrata nel percorso multimediale MEMO4345.
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Avraham Schonbrunn era troppo piccolo quando a Entracque gli portarono via per sempre il papà, ma non abbastanza piccolo da non percepirne acutamente l’assenza e la perdita ancora oggi che ha compiuto 85 anni. La sua vita era cominciata nel 1939 in Belgio, ad Anversa, dove era stato accolto da una sorella di otto anni, Juliette, un fratellino di un anno, Elias, e naturalmente dai suoi genitori Jozef e Rozalia, entrambi trentenni, emigrati in Belgio da diversi anni, dai luoghi dove erano nati e vissuti, e dove sarebbero volentieri rimasti, se solo vi avessero avuto opportunità di vivere liberi dalla miseria e dalla discriminazione, per il loro essere ebrei.
Di tutto il loro tormentato “prima” Avraham naturalmente non sa nulla, né gli importa. Gli bastano, come ad ogni neonato, il calore della sua casa e le cure affettuose che lo circondano.
La guerra e la fuga
Ma ecco che, quando ha appena otto mesi e mezzo, quel “prima” che i suoi genitori si erano lasciati alle spalle lo acchiappa all’improvviso. Si trova sballottato in una fuga angosciata, fatta di bombardamenti, calca di folla sui treni, rifugi di fortuna… È la fuga verso la Francia davanti all’invasione tedesca. Le stanze, gli oggetti, gli odori e i suoni della sua casa, i riferimenti che aveva cominciato a riconoscere come fonte di sicurezza improvvisamente spariscono. Unica solida costante, per il momento: mamma, papà e fratelli.
Ma Jozef, ad un controllo vicino a Parigi, viene arruolato dal governo cecoslovacco in esilio per combattere contro Hitler. Il quartier generale dei reclutati è nel sud della Francia e lì viene portato.
Rimasta sola, sua moglie non si perde d’animo e attraversa tutta la Francia con un figlio in braccio e l’altro per mano, aiutata soltanto da Juliette, finché raggiungono la base militare di Agde, dove lo ritrovano. Ad Agde la vita riprende una sua rassicurante routine. Il sole e il mare sembrano incoraggiare la speranza che tutto andrà per il meglio, tant’è che nell’aprile del 1942 lì nasce Fella, l’ultimogenita. Ma Rozalia e Jozef qualche timore ce l’hanno, se nel 1942 Juliette viene mandata al sicuro negli USA attraverso un’organizzazione umanitaria di Quaccheri. Quando poi i tedeschi, insieme ai loro alleati italiani, nel novembre del ’42 occupano l’area di Vichy, la famiglia deve fuggire di nuovo, questa volta verso Nizza, nella zona di occupazione italiana. Nemmeno quello è un viaggio facile. Ha però una confortante conclusione, perché da Nizza gli Schonbrunn vengono inviati dalle forze di occupazione italiane in domicilio coatto a Saint Martin Vésubie, un paesino dell’entroterra.
Saint Martin Vésubie
È a Saint Martin che nella mente di Avraham, che ora ha tre anni, cominciano ad imprimersi direttamente brevi flash di memorie, che ancora conserva, con emozione, come pietre preziose e piene di luce.
Ricorda per esempio che con Elias faceva galleggiare nella fontana ai giardini barchette di carta, fabbricate per loro dal papà il quale, nel frattempo, se ne stava seduto sulla panchina immerso nella lettura del giornale.
Ricorda che lui ed Elias avevano avuto in dono dei bastoncini da montagna, per “giocare allo scalatore”.
Ricorda i preparativi per quella salita verso il colle, il nido morbido che la mamma fabbricò con uno scialle in cui Margit, una giovane cugina che li aveva raggiunti, portò Fella per tutta la traversata della montagna.
Ricorda che lui ed Elias camminarono moltissimo, sollevati in braccio, quando non ne potevano più, dai genitori…
Ricorda la notte all’addiaccio, la radura cosparsa di escrementi di mucca, e il gesto magico della mamma che aveva fatto volare una coperta e l’aveva stesa a terra, perché potessero sdraiarsi e poi il volo di un’altra coperta che li aveva avvolti, e il freddo della notte.
L’ultima immagine
Ricorda la sensazione di fame e la zuppa calda che un uomo distribuì loro vicino ad una casermetta.
E soprattutto ricorda suo padre seduto sulla spalletta di un ponte, mentre si asciuga la fronte con un fazzoletto. È quella l’ultima immagine che la sua mente ha fissato del suo volto. Quella rimasta indelebile. E che compare davanti ai suoi occhi ogni volta che pensa a lui.
“Era stato preso”
Dell’arrivo ad Entracque ricorda i pagliericci a terra nella stanza priva di mobili che era stata loro provvisoriamente assegnata. E poi quando la mamma arrivò affannata e li portò tutti a nascondersi in un fienile, dove c’erano anche altre persone. Ma non il papà, che “era stato preso” e Avraham capiva che “essere preso” doveva essere una cosa terribile.
Ricorda che non dovevano far rumore, ma Fella era troppo piccola e si era messa a piangere. Così dei carabinieri erano saliti nel fienile e avevano loro ordinato di fare in fretta a prendere le loro cose, perché dovevano portarli in piazza, dove dei camion li stavano aspettando. Quando arrivarono in piazza, i camion erano già partiti. Il comandante allora indicò loro la direzione in cui avrebbero dovuto camminare per raggiungerli e se ne andò, lasciandoli lì con i loro bagagli.
Allontanatisi i carabinieri, tutto il gruppo si affrettò verso la montagna per risalire in Francia,
Ritorno in Francia
A Rozalia, Margit e i tre bambini si uniscono altri tre fuggiaschi e un militare sbandato. Mille sono i ricordi che Abraham conserva di quella salita durissima, segnata da disagi e paura. Quando racconta il terrore e l’emozione di quei momenti, lo fa come se fosse ieri, e come se lui fosse ancora il bambino di allora. Sopravvivono grazie alla solidarietà del gruppo e ad una staffetta di anonimi margari che, ognuno per una notte, offrono loro un riparo e del cibo.
Un messaggio a Jozef
Risaliti in territorio francese sarà ancora un pastore, “Jean”, ad occuparsi di loro e non solo per la prima assistenza in termini di cibo e riparo: mette in contatto Rozalia con l’organizzazione ebraica che si occupa di portare in salvo i bambini, scende a Borgo San Dalmazzo per portare un messaggio della moglie a Jozef rinchiuso nel campo di internamento e riportarne la risposta. E infine aiuterà a munire di documenti falsi sia la mamma che Margit.
I piccoli Schonbrunn vengono sistemati in luoghi sicuri: Ella in Svizzera, Avraham a Cordelle, presso la famiglia Dupin, Elias poco lontano in un orfanotrofio gestito da suore. La mamma non li rivedrà fino alla fine della guerra.
“A Cordelle - ricorda Avraham - M.me Dupin mi accolse come suo figlio per tutta la durata della guerra… Cominciai a chiamarla mamma… Frequentavo la scuola materna nel villaggio e cantavo nella chiesa con il coro di bambini piccoli”.
Finita la guerra, Rozalia recupererà tutti i suoi figli dispersi e con loro emigrerà negli USA. “Solo mio padre - conclude Avraham - era sparito dalle nostre vite e non avevamo più saputo nulla di lui. Molti anni dopo, attraverso la Croce Rossa, cercai di sapere... L’ultima lettera che ricevetti stabiliva soltanto che era presumibilmente morto”.
Avraham Schonbrunn è tornato più volte a Borgo San Dalmazzo dove il nome e la storia di suo padre Jozef sono ricordati e raccontati.
Adriana Muncinelli