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13 luglio 2026

economia

Il sorprendente rapporto con economia e denaro della “Generazione Z”

04 dicembre 2022

Cuneo

generazione zeta Nelle classificazioni degli esseri umani c’è sempre qualcosa di artificioso o di semplicistico. Dire che certe persone si comportano sempre e necessariamente in un certo modo è una banalizzazione di meccanismi complessi e delicati. Da qualche tempo a questa parte, la foga classificatrice si è orientata verso le generazioni, e abbiamo imparato a familiarizzare con definizioni come “Baby boomers” (vale a dire i nati tra il 1946 e il 1964) o “Millennials” (cioè coloro che hanno visto la luce tra il 1981 e il 1996). Anche se non sempre è univoco l’arco temporale entro il quale incasellare le generazioni, i giovani dei nostri giorni sono la “Generazione Z” e cioè quel gruppo di ragazzi nati tra il 1997 e il 2012. Sono numerosi gli studi e le analisi su questo gruppo(probabilmente tutt’altro che omogeneo) che sono stati condotti con l’ambizione di individuare tratti comuni distintivi rispetto alle altre generazioni. Sotto un profilo squisitamente anagrafico, ciò che salta all’occhio è che si tratta di ragazzi che, per lo più, sono cresciuti dopo la crisi finanziaria ed economica del 2008 con tutto quello che ne è conseguito. Questi ragazzi, quindi, vivono in un contesto sociale e culturale dove la percezione e la relazione rispetto a ciò che è economico è stato ed è completamente ridisegnato. Secondo la società specializzata in consulenza, analisi e gestione dei dati “Kantar”, i ragazzi della generazione Z hanno sviluppato un rapporto con le risorse economiche in parte differente da quello delle generazioni che li hanno preceduti. Secondo le ricerche di Kantar, l’87% dei ragazzi in questione (contro il 79% della popolazione) è disposto a spendere per investire nella propria formazione oppure per coltivare hobby o interessi personali, il 76% di loro (contro il 63% generale) è disposto a spendere per esperienze culturali anche uniche, il 62% (contro il 52% della popolazione complessiva) è disposto a sostenere spese per prodotti tecnologicamente all’avanguardia. Ciò che li accomuna alle altre generazioni è, invece, la disponibilità a spendere per beni o servizi finalizzati al miglioramento del benessere emotivo (80% la Generazione Z, 77% il dato complessivo intergenerazionale). Sempre secondo i dati diffusi da Kantar, il 42% dei ragazzi della generazione Z (contro il 29% della generalità delle persone) ritiene estremamente importante possedere molto denaro, beni e risorse materiali e, dato decisamente interessante, il 42% di loro (contro il 49% della popolazione complessiva) si dichiara molto più concentrato nella organizzazione delle spese correnti rispetto alla pianificazione delle proprie risorse finanziarie nel lungo periodo. Questo significa che oltre la metà di loro è più concentrato sulla programmazione nel lungo periodo rispetto all’impiego delle risorse per le spese correnti. Ancora più sorprendente è che, secondo quanto riferito da Kantar in un recente convegno, tra gli argomenti di ambito economico che più interessano la Generazione Z, ci sono quelli legati alla previdenza e alla pensione. L’immagine che si ricava da queste informazioni è quella di una generazione senza dubbio interessante e che manifesta un livello di attenzione all’economia e ai meccanismi finanziari e previdenziali probabilmente superiore a quelli delle altre generazioni. In termini generali, questo è senza dubbio un aspetto positivo. Il tema dell’educazione finanziaria è da tempo oggetto di molti interventi da parte delle istituzioni. In molti si sono accorti tardi dell’importanza di una buona programmazione finanziaria e previdenziale. Se i nostri ragazzi eviteranno questi errori, la cosa non potrà che essere positiva. Da questo quadro, tuttavia, emerge anche qualche ombra che merita di essere adeguatamente valutata. L’impressione che si ha, infatti, può anche essere che i ragazzi, figli del nostro tempo così individualistico e specchio di una generazione adulta che più autoreferenziale e narcisista non potrebbe essere, sottovalutino l’importanza del benessere diffuso e dello sviluppo equilibrato per tutti. Una risposta autentica alle legittime ambizioni di benessere e alle comprensibili insicurezze dei nostri figli non può che essere collettiva e di comunità. Se, quindi, di ricchezza si deve parlare, è bene che sia chiaro a tutti che non esiste benessere per nessuno se le disuguaglianze sono troppo forti e troppo diffuse. Potrebbe partire proprio da questa consapevolezza quel dialogo tra le generazioni di cui c’è così bisogno.
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