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Valle Gesso secolare via dell’abbazia di San Dalmazzo

12 novembre 2022

Cuneo

Il tratto superstite dell’antica strada per Demonte lungo la riva altra di Stura Il tratto superstite dell’antica strada per Demonte lungo la riva altra di Stura Il ventaglio di valli che formano la valle Gesso e convergono in un unico grande bacino solo a Valdieri, si presentano maestose con le più alte cime delle Alpi Marittime ed hanno colli assai elevati e di difficile accesso. All’altezza di Andonno la valle riceve ancora l’apporto consistente dei valloni di Roaschia e Brignola, ma essi non arrivano più allo spartiacque delle Alpi Marittime e quindi non presentano percorsi transalpini. Considerando che il ramo del Gesso della Valletta, totalmente sotto il comune di Valdieri, con varie ulteriori diramazioni, offre dei colli non inferiori a quello di Ciriegia a 2.543 metri, risulta che il percorso leggermente più accessibile rimane nel comune di Entracque con il colle di Finestre a quota 2.474.     Scarse tracce di una strada romana in valle Gesso Raffrontando le possibilità di transito per i colli e la loro collocazione sulle direttrici commerciali tra l’altopiano padano e le coste liguri-provenzali, non vi sono dubbi che la valle Gesso, con passaggi non inferiori a 2.450 metri, è la sfavorita rispetto alla valle Vermenagna con il colle di Tenda a 1870 metri, che immette nella val Roya verso Ventimiglia, e alla valle Stura con il colle della Maddalena a 1.996 metri, in collegamento con la val d’Ubaye e la Durence verso la Provenza.  Nonostante questa disparità di confronto, l’erudito storiografo Pietro Nallino, prete-maestro morto a Castelletto Stura nel 1796, sosteneva che “i Romani condussero una strada lungo il fiume Gesso, ed apertala nel colle altissimo di Fenestre, con un cammino più breve d’ogni altro andava nella Provenza e sin nelle Spagne”. Anzi egli afferma che la via “Julia Augusta” “andava nella Valle di Gesso perché al colle di Tenda non era strada aperta per Nizza”.  La documentazione archeologica smentisce queste affermazioni del Nallino, perché in valle Gesso i reperti di epoca romana sono assai scarsi, mentre verso il colle di Tenda esistono tuttora miglia di strada romana ed in valle Stura sono riscontrabili tratti di un antico tracciato. Ed in effetti lo stesso Nallino, che percorse personalmente la valle Gesso, scriveva per il transito da lui fatto: “Non strada a’ tempi nostri deve dirsi, ma un ben disastroso sentiero”. Egli attesta inoltre che “In cima al colle vestigia esistono d’un antico albergo mantenuto dalla comunità di Entrague, con obbligazione all’ospite di albergare chiunque volesse fermarsi somministrandogli il bisognevole. Adesso però per il cammino di dieci ore non si trova albergo o altra cosa atta a riparare un viandante”. (P. Nallino, Il corso del fiume Gesso e lettere ad Angelo Paolo Carena” a cura di Aa Vv, Cuneo 213, pp. 38-39).  Tuttavia, anche se scarseggiano i reperti romani in valle Gesso, recenti sondaggi hanno portato alla luce la necropoli di Valdieri con presenza umana dalla media età del bronzo (verso il 1.500 a. C.), intensificatasi nell’età del ferro nei secoli anteriori alla romanizzazione delle valli alpine.      La valle Gesso asse portante di dipendenza dell’abbazia di San Dalmazzo Resta molto incerta la cristianizzazione sulle Alpi Marittime, a partire dai sospetti storiografici sull’evangelizzatore san Dalmazzo, nonostante che le sorprendenti scoperte archeologiche abbiano confermato la continuità di culto sorto attorno alla tomba cristiana nel contesto della necropoli romana. Gli approfonditi studi pubblicati sulle vicende della chiesa di San Dalmazzo ed in particolare della cripta, hanno sorvolato sulla natura di una grande chiesa abbaziale di cui rimane la base dell’abside. Eppure è ovvio che un tale monumento non era destinato soltanto ad una pieve ai margini dei vasti territori delle diocesi di Torino ed Asti che si contesero prima del mille l’area delle valli del basso Piemonte.  Ed è proprio sulla valle Gesso che resse più a lungo la giurisdizione dell’abate di San Dalmazzo, quasi ritagliandosi il potere feudale tra la valle Stura, di spettanza del vescovo di Torino almeno dai tempi carolingi con la pieve di San Giovanni di Demonte, e la valle Vermenagna, assegnata come feudo al vescovo di Asti almeno dal 969, compresa l’abbazia di San Dalmazzo, in forte crisi per i disordini politici, e le incursioni saracene.   Infatti i primi documenti accettati dalla critica sabauda (cioè di ambito torinese positivista) si riferiscono al periodo successivo alle enfatizzate scorrerie saracene, che purtroppo erano il risvolto di guerre fratricide tra signori cristiani in lotta per il dominio su territori locali dell’ormai sbrindellato impero carolingio.  In tale contesto la valle Gesso viene citata non solo come area feudale dell’abbazia di San Dalmazzo, con rivendicazione dei vescovi di Asti, ma anche con le mire crescenti del marchese di Saluzzo e di quello di Ceva, in concorrenza con le nuove affermazioni del comune di Cuneo, su cui dalla metà del duecento si impongono gli Angiò e alle fine del trecento si affermano progressivamente i Savoia.  Al di là delle fluttuanti vicende di potere nella valle Gesso, lungo la direttrice da Borgo San Dalmazzo al colle di Finestre è documentata a più riprese la fitta serie di chiese e priorati dipendenti dall’abbazia di San Dalmazzo di Pedona.  Il primo elenco ufficiale è la bolla emanata da papa Innocenzo IV da Lione il 12 dicembre 1246 a favore “dell’abate e comunità del monastero di San Dalmazzo, un tempo di Pedona”, in cui sono nominati: gli ospizi di Sant’Antonino di Entracque, San Martino di Valdieri, Santa Maria de Alteso (identificata nella Madonna del Gerbetto presso Adonno), Sant’Eusebio di Andonno, San Dalmazzo di Roaschia, San Martino de Lequo (non ben identificata; è forse riferibile a San Michele di Roccavione?), Santa Maria di Aradolo ed infine Santa Maria del Borgo.   Documento successivo di un secolo, ma interessante perché emanato dal vescovo di Asti, a cui spettava la giurisdizione diocesana, è il registro fatto redigere dal vescovo astigiano Arnaldo di Roseto nel 1345. Nell’elenco collegato al “monastero del Borgo (ormai non si ricorda più Pedona) con le chiese pertinenti alla sua mensa” compaiono la chiesa di Andonno, di Roaschia, di Valdieri, degli Armitani (Eremitani, probabile San Michele di Roccavione?), di Aradolo, di Entracque.  Poi dal 1438 l’abbazia, col suo vasto patrimonio (che nel 1345 rendeva ancora 350 lire, rispetto alle 15-20 lire delle chiese stimate più ricche!), venne unita alla mensa vescovile di Mondovì e le chiese divennero parrocchie della nuova diocesi.  Il percorso dell’abbazia di San Dalmazzo di Pedona dalla Madonna di Finestre a Cuneo  Una nota interessante per la lettura della citata bolla pontificia del 1246 riguarda le prime annotazioni delle località con cui in questo elenco si citano le dipendenze nella diocesi di Asti: “In diocesi Astensi de Nuceto de Burgo et de Cuneo hospitalia santi Antolini de Intraquis santi Martini de Valderi…”, parrebbe più corretto collegare “hospitalia” con le precedenti tre località “de Nuceto de Burgo et de Cuneo”, piuttosto che col seguente nome della chiesa di Sant’Antonino di Entracque. Questa lettura si accorderebbe con le righe appena precedenti in cui si indicano le pertinenze amministrative dello stesso monastero: “Locum ipsum in quo praefatum monasterium situm est cum omnibus pertinentiis suis de Burgo de Cuneo et Vallibus de Gesio”.  La località meno nota delle tre in cui vi erano gli “hospitalia”, cioè ospizi per pellegrini, poveri e viandanti, è “Nuceto”, che è riconosciuto in una bolla di papa Giulio III del 21 marzo 1555 come ospizio di San Giacomo di Neyreto, che a quel tempo era amministrato dal parroco di Sant’Antonino in contesa col comune di Entracque per le spese di gestione dell’ospitalità e soprattutto per il mantenimento dei due ponti in legno tra il paese e San Giacomo. La questione venne riproposta altre volte nei secoli seguenti, tanto più che nel sei-settecento vi risiedeva un cappellano.  Il fatto che la questione dell’ospizio e della cappella di San Giacomo si sia riaccesa dopo che nel 1438 era cessata la cura dell’abbazia di San Dalmazzo, è collegato allo sviluppo dei commerci che proprio in quel periodo si erano intensificati, essendo divenuta una delle principali vie del sale per il Piemonte, in seguito all’adesione di Nizza al ducato sabaudo nel 1388. Non ci si sofferma qui su questo periodo di maggior vitalità della valla Gesso dal quattrocento al seicento. Entracque fu nodo vivace di commercio, arrivando ad avere nel 1600 oltre tre mila abitanti. Per circa due secoli transitarono per il colle di Finestre anche i Savoia, talvolta portando con loro la Sindone, esposta a Nizza nel 1537.  Un cenno rapido merita il legame tra la valle Gesso ed i cavalieri di San Giovanni, detti gerosolomitani, che ebbero varie precettorie nelle nostre valli. Già si è citato l’ospizio della Trinità al colle di Tenda; vi sono pure notizie di una presenza dei cavalieri gerosolomitani alla Madonna di Finestra. Certa è la presenza a Cuneo dal trecento della chiesa di San Giovanni dei Valdieri, appartenente a questo ordine ospedaliere e militare. Tale chiesa doveva essere di un certo livello artistico, con annesso ospizio per pellegrini nel Borgato, cioè nella parte della città verso Borgo, nella zona dell’attuale corso Dante verso Stura, presso l’antica porta di Cervasca. Purtroppo essa fu rasa al suolo, come il convento di Sant’Antonio dei francescani ed il resto del quartiere, ad inizio cinquecento per predisporre le fortificazioni cittadine.   L’ospizio di San Giovanni dei Valdieri accoglieva pellegrini in direzione delle valli, che percorrevano la via di “summaripa” tra Cuneo e Borgo. Per chi desidera assaporare un percorso d’altri tempi può ancora percorrerne un tratto dove il tempo si è fermato a monte di via Cascina Colombaro fino al confine con Borgo, dove poco oltre resta il pilone di San Nicolao. Fino al 1800 questa era la via di Demonte, ora potrebbe essere solo più un suggestivo percorso d’autunno.  (continua)
Valle Gesso strada romana abbazia di San Dalmazzo di Pedona