cultura

Curiose strutture sulla via romana verso il colle di Tenda

02 ottobre 2022

Cuneo

L'uso millenario della strada romana al monte Cornio I mezzi di trasporto nel periodo romano prevedevano, oltre animali da soma come asini e muli, un ampio uso di carri a quattro ruote, il “currus”, e carretti a due ruote, il “plaustrum”. Per i carri vi era il problema tecnico delle curve, a causa del ridotto angolo di manovra delle ruote anteriori manovrate dal timone. A tal fine le grandi vie consolari erano il più possibile rettilinee. In situazioni di strade con tornanti si ricorreva a carretti a due ruote. Per avere un’idea di tali mezzi si ricordino i nostri “cartun”, con ruote anche di due metri di diametro, capaci di reggere quintali di merce. Così sono stati per secoli i trasporti sul monte “Cornio”, com’era indicato il colle nel medioevo.   Tali mezzi di trasporto rimasero inalterati fino all’età moderna. Due elementi contribuirono a mutare le sorti di questa strada: l’annessione della contea di Tenda al ducato sabaudo nel 1581, con il conseguente incremento di traffici tra Torino e Nizza, ed il progresso tecnico nella costruzione di carri e carrozze con innovazioni nell’apparato sterzante. A tal fine era comunque necessario ottenere delle curve più ampie per permettere un’adeguata manovra ad animali al traino ed al veicolo. Già nel 1591 Carlo Emanuele I dispose che venisse rinnovata la strada, costruendo ponti, per lo più in legno, allargandone le strettoie con muri di contenimento e tagli di roccia. In questo periodo si decise di lasciare il percorso dal colle a Limone nel vallone di Limonetto, a favore di un nuovo tracciato nel vallone della Panice, con minore pendenza e curve più ampie. Nel 1614 vi fu pure il primo tentativo di realizzare una galleria, lungo il nuovo percorso a circa 1400 metri di quota; ma i lavori si fermarono dopo appena 50 metri di scavo. Risultato positivo fu l’avvio nel 1627 di un regolare servizio postale due volte la settimana.  La conseguenza dell’abbandono del tratto di strada romana fu in parte il motivo della sua conservazione quasi inalterata; da allora essa fu solo parzialmente occupata da smottamenti, ma la sua struttura di base giunse fino ad oggi.  A quota 1500 metri, a metà strada tra Limone ed il colle, vi era una “mansio”? Un punto molto interessante è offerto dalla natura del monte a 1.500 metri di quota, quindi a metà percorso tra Limone ed il colle. Si tratta di un ripiano alla fine della zona oggi indicata come prati di San Lorenzo, ma da essi separati dal rio omonimo, perché posto sulla destra orografica. Per 150 metri la strada antica è quasi pianeggiante e si allarga in una media di sei metri; sul lato verso il rio essa è affiancata da un vasto spazio quasi triangolare (metri 120 dal bordo strada, metri 80 verso un lungo terrapieno sul lato verso valle, metri 60 verso la riva del rio). A sostegno di questo lato è da notare un robusto muro a secco, lungo m. 7-8, nella parte visibile, e alto quasi due metri, dello stesso tipo dei muraglioni di sostegno e protezione della carreggiata nel tratto sopra Limonetto.   Nel predetto terrapieno si apriva un vasto vano rettangolare, di m. 6x9, delimitato da muri a secco scoperti per un’altezza tra cm. 130 e 180 circa. Il lato Est, verso la strada, è aperto in un passaggio. Si scorgono trame diverse nella sua orditura: pietre più grandi sono alla base dei muri a secco verso Nord e verso Sud; nella parete verso Sud, sopra il muro a secco, per la lunghezza di quattro metri, le pietre sono connesse a calce. I pastori avevano usato questo recinto come ovile fino a pochi anni or sono. Oltre questo ambiente, a circa sette metri a monte ed in linea col muro del suo ingresso, emergono tracce di un altro muro a secco. Un elemento che potrebbe essere interessante è una cordonatura di grosse pietre, che si stacca dalla strada dove inizia il tratto pianeggiante e viene verso i ruderi esaminati sopra, per oltre quindici metri, perdendosi nel piccolo rilievo. Gli elementi sopra descritti, fotografati nel 1972, su indicazione del professor Camilla, sono stati abbondantemente ricoperti da materiale di riporto, nel 1980 circa, per rafforzare questa dorsale in funzione di paravalanghe a difesa dei palazzi e degli impianti sciistici costruiti a valle. L’ambiente maggiore era segnato nel catasto di Limone. Solo un’indagine archeologica potrebbe svelare qualche indizio in più su un’eventuale struttura di sosta a servizio dei viandanti. Per ora è tutto custodito sotto terra.    La via “Iulia Augusta” da Piacenza ad Arles e la predicazione di San Dalmazzo    Passando dalla via romana, che è stata tratteggiata come via “Iulia Augusta”, realizzata da Augusto da Piacenza ad Arles, alle vicende dell’evangelizzazione delle Alpi Marittime e dell’area pedemontana meridionale, si constata con una certa sorpresa che l’attività missionaria di san Dalmazzo si è svolta nelle città poste lungo questo asse viario. Non entriamo nelle questioni storiche filologiche dei testi relativi a san Dalmazzo, ma facendo solo riferimento a quelli più riconosciuti, la “Passio Ambrosiana” e l’“Additio moccensis”, provenienti da codici del X e XI secolo, nel raggio di vita del santo entrano: Pollenzo, Alba, Asti, Tortona, con probabile estensione successiva a Pavia e Milano. Sono aspetti interessanti confermati dalla storiografia che evidenzia come la diffusione del cristianesimo avvenne, nel primo secolo dell’era cristiana, in primo luogo nei porti del mediterraneo, in città dove vi erano già comunità ebraiche. A partire da tali centri costieri avvenne una seconda fase di espansione seguendo le vie consolari o imperiali, attraverso il passa parola di commercianti, funzionari pubblici ed anche militari. Tale opera durò per secoli, prima di constatare un’organizzazione capillare che investisse anche le zone rurali più lontane dalle città.  San Dalmazzo patrono dei pellegrini di fronte ai fiumi Rimanendo nell’ambito del territorio pedemontano toccato dall’antica via imperiale, di cui non conosco eventuali studi dettagliati sul suo esatto percorso, merita un cenno l’esistenza di un ponte romano presso Pedona.  La tradizione locale colloca il suo martirio nel contesto di un rientro da oltralpe ad Auriate (probabile “castrum”, cioè centro amministrativo medievale subentrato alla romana Pedona), percorrendo la via romana dal colle fino al guado, denominato “locus placidus”, vicino ad Auriate; qui gli tesero l’imboscata e lo massacrarono. La cappella, che da secoli ne ricorda il sito del martirio, è nel probabile sito del guado medievale di Auriate.  Inventariando le località in cui sorsero chiese dedicate a san Dalmazzo, se ne trovano varia proprio presso attraversamento di fiumi: San Dalmazzo a Rocca Cigliè a servizio del Tanaro, nella zona di Parma oltre lo Stirone, fino all’Arno in zona Santa Maria a Monte lungo un itinerario medievale tra Lucca e Volterra. Anche nei racconti del suo miracoli ritorna il suo prodigioso passaggio del Ticino presso Pavia, guidato da un angelo. Si può quindi considerare san Dalmazzo un protettore di pellegrini di fronte al pericolo connesso al superamento dei fiumi.  Un ponte romano a Borgo  San Dalmazzo? Presso Borgo San Dalmazzo si attraversa il Gesso a valle della confluenza del Vermenagna su un ponte in ferro a luce unica, con circa un secolo di vita. Poco più valle vi è un simile ponte già della ferrovia Borgo San Dalmazzo-Boves. Il ponte ferroviario realizzato nel 1885 circa era ad arcate, ma fu sostituito con quelli in ferro ad inizio novecento, con una luce di 90 metri, per evitare i danni ai pilastri ad ogni piena del torrente Gesso.  Fatto analogo dovette verificarsi per il viadotto stradale ed in alcune particolari stagioni ricompaiono le basi di antichi pilastri in muratura. Dalla struttura dei manufatti emergenti si è anche ipotizzata la loro costruzione in epoca romana. Il fatto che i racconti su san Dalmazzo parlino di guado potrebbe confermare che in epoca medievale il ponte era già rovinato. Il vicino toponimo “Ciadel”, ricondotto ad una battaglia contro i saraceni, potrebbe anche indicare la rovina del ponte e di elementi posti al suo ingresso a monte. Sono vicende su cui studi di esperti potranno dare notizie più attendibili, per ora merita presentare quanto emerge solo periodicamente nell’alveo del torrente in tempi di secca.