cuneo

Quando i primi bersaglieri arrivarono a Cuneo

23 aprile 2022

Cuneo

Cuneo - La vecchia stazione Edmondo De Amicis, che trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Cuneo dal 1848 al 1862, fu un grande ammiratore dei Bersaglieri, che immortalò in molte pagine del suo testo “Ricordi d’Infanzia e di scuola”, recentemente ripubblicato dall’editore Aragno. Nel 1851 i Bersaglieri arrivano a Cuneo Il 7 settembre 1851 arrivano in Cuneo il 7°, l’8° e il 9° battaglione Bersaglieri, molto festeggiati dalla popolazione, a dare il cambio al 9° Reggimento fanteria, trasferito ad altra sede. De Amicis ricorda che all’epoca i bersaglieri «erano il solo presidio della città» e suscitarono in lui una grande passione per «la bellezza della divisa, la sveltezza degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La Marmora”. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera frenesia. In tutti i giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza d’armi , al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle marce in campagna. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia, non c’era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle finestre, se m’avessero chiuso la porta. Imparai presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, i segnali delle trombe, l’orario, tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome.  Fu così viva quella passione che oggi ancora la campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d’acqua che la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d’argento dalle baionette dei bersaglieri. Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome, e ho ancora presente l’immagine giovanile di molti di essi, allora subalterni, che raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea, a San Martino, a Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un grande aiutante maggiore , dal viso fiero; il famoso tenente Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio, allora sottotenente, ancora imberbe, che pareva un ragazzo; il tenente Franchini che, quando fu maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il famigerato Borjes ; il capitano Pallavicini . Ma fino a questi personaggi non s’alzarono le mie relazioni, né sognavo neppure tanto onore; poiché un ufficiale dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la bassa forza, come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto, e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando davanti a certi vicoli, in cui non entravano le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo un senso penoso, un misto d’accoramento e di vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo scontento, come per la perdita d’una cara illusione». Il caporale Martinotti De Amicis ricorda in particolare l’amicizia che lo legò al caporale dei bersaglieri Martinotti: «Era un caporale trombettiere, nativo di Mortara; un giovanotto di statura media, robusto e svelto, un vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per me a forza di vedermi galoppare, con la lingua fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo relazione in piazza d’armi. Poi cominciammo a passeggiare insieme nelle ore ch’egli era libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava come un uomo; il che m’inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di gratitudine. Mi parlava della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi raccontava la cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande gravità, e io lo stavo a sentire con un raccoglimento devoto. Egli voleva che gli dessi del tu; ma non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per la strada accanto a lui era un trionfo per me, e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa, andavo in gloria: non mi sarei insuperbito di più se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi chiamava col nome di battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così com’è, troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li portai a casa come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della giacchetta, e con quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino, che era un latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia adorazione per lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e fischiavo dalla mattina alla sera le “marcie” ch’egli faceva suonare più spesso ai suoi trombettieri. La guerra di Crimea Il 14 marzo 1855 partono due battaglioni dei bersaglieri per la guerra in Crimea. Il caporale Martinotti una sera, sull’imbrunire, all’ora della ritirata, incontrando De Amicis sui bastioni, gli dice: «Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. Vado in Crimea». Edmondo racconta: «da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come, non m’era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui. Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione, guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi dicendomi: - Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica ammazzar tutti. E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, coraggio. Ci rivedremo-. Non potei trattenere le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e poi scappò di corsa, come se l’avesse chiamato all’improvviso la voce d’un superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato diedi a mia madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: - Il caporale Martinotti.... va alla guerra!- Povero giovane! - esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi, che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione. La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c’era nessuno. Il battaglione era partito la mattina. E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le rotaie luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di mistero, donde pensavo che non sarebbe tornato mai più. La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi qualche traccia nella mia memoria. ma son tracce così rare e sparse, che ne stupisco, considerando che avevo già allora quasi nove anni. Della partenza delle truppe, dopo quella del battaglione del caporale, non rammento che un episodio, che si riduce nell’immagine d’una giovine contadina; la quale, dall’alto dei bastioni, singhiozzando, col busto spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio disperato di dolore, gridava gli ultimi: - Ciao! Ciao! - al treno fuggente sul ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni i pennacchi dei bersaglieri. Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano, e che dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri rimasti, come se egli avesse portato via con sé tutta la poesia del suo Corpo e tutti gli entusiasmi del mio cuore. 1856, il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea Martedì 6 maggio 1856 Cuneo accoglie il ritorno del 3° battaglione dei Bersaglieri reduce dalla Crimea. De Amicis ricorda: «Già, quand’era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova, avevo pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle battaglie e al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava ? E se era vivo, sarebbe ritornato nella piccola città dove l’avevo conosciuto? Il giorno che si sparse la voce: - Arrivano due battaglioni domattina - fui fuor di me dal piacere e dall’impazienza. Mi svegliai non di meno con l’allegra certezza di rivederlo. Accorse ad aspettare i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano dalla stazione, sul margine d’un largo viale che saliva dalla strada ferrata ai bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra i primi spettatori. Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di tromba, e vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni! Ma che soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri. Eran tutti neri come beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi, con certe miserie di pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci dai cappelli logori: più fieri all’aspetto, senza dubbio, più belli cento volte di com’eran partiti; ma mi parevan soldati d’un esercito straniero, che dovessero parlare un’altra lingua, e di cui nessuno m’avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che mi dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il mio caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore più forte. Ah! Eccolo, ecco Martinotti… Ahimè, fu l’illusione d’un momento. Il caporale era un altro. Martinotti non c’era. I trombettieri passarono. Non restava più da passare che una compagnia, e io stavo osservando un vecchio capitano che aveva una gran cicatrice a una guancia, quando udii a due passi da me una voce allegra: - O Mondino! – Mi voltai, come a una scossa elettrica: era lui! Lui, coi galloni di sergente, in serrafile, col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso abbronzato, dimagrito, un po’ invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto come avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon sorriso d’una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con un: - Ah! – che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi cacciai tra le file ad abbracciarlo. – Come sei cresciuto! – mi gridò, e non ebbe tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra gli applausi e gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe dietro alla colonna per accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno dopo, con che festa si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò più salda di prima. La sola cosa che ricordo, dopo quell’avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i soldati nella piazza d’armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato.  I Bersaglieri richiamati nel 1859 De Amicis ricorda che nel 1859: «L’agitazione della scolaresca giunse al colmo nel marzo, quando, richiamati alle armi i contingenti, si videro arrivare i bersaglieri delle classi congedate, uomini fatti, anneriti dal sole dei campi, con le tuniche logore, coi cappelli spelati, con le scarpe contadinesche, molti con le medaglie di Crimea dai nastri sbiaditi: d’aspetto così grave la più parte, che parevano i padri dei soldati in servizio, di cui venivano a ingrossare le file.  Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo per la statura, che era d’un uomo, io andavo allargando di giorno in giorno il cerchio delle mie amicizie. Le prime di queste, e le più care, furon le amicizie militari. C’erano allora fra i bersaglieri volontari, e anche fra quelli di leva, molti giovani di famiglia signorile: studenti smessi, laureati, artisti drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e tutti caldi d’un entusiasmo patriottico, che dava un’impronta di nobiltà d’animo anche ai caratteri più leggieri».  1861, bersaglieri i primi professori di ginnastica Il 3 aprile 1861 il consiglio degli insegnanti del neonato Liceo Classico determina l’organizzazione degli esercizi militari e ginnastici, ai quali Edmondo De Amicis nei suoi Ricordi dice essere stato molto appassionato. Gli insegnanti decidono che siano fissate per ciascuna settimana due ore agli esercizi militari e due ore per la ginnastica. Viene quindi approvato un nuovo orario scolastico e viene ratificata la nomina per tali esercizi del sergente dei Bersaglieri Basilio Cesa e del sergente della Guardia Nazionale Francesco Darbesio, disposta dal Ministero su proposta del Preside. 1862, Aspromonte e arresto di Garibaldi Nel 1862 De Amicis, fervente ammiratore di Garibaldi, ricorda che tra studenti liceali: «Eravamo furibondi contro il colonnello Pallavicini, che era partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare a assumere il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all’assalto d’Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla fatale che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l’avevamo a morte con quel colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno” per tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità cittadina” a quel modo, mordendo a sangue il nostro dio. Salì poi al colmo la nostra indignazione quando vedemmo passare per le vie della città una colonna di garibaldini prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi . Come m’è rimasto impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio, fiancheggiati da due file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, uomini maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi, e col petto scintillante di medaglie, figure belle e superbe che camminavano a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri ragazzi laceri, semiscalzi, dall’aspetto stanco e triste, che diceva una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti, più che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!” si voltavano a guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come se cercassero pane.  Il 9-10-11 agosto 1862 si svolgono festa e fiera del Beato Angelo, l’ultima a cui partecipa Edmondo De Amicis prima di trasferirsi a Torino, e la cronaca dell’evento annota che «durante l’illuminazione la brava musica del corpo dei Bersaglieri colle sue melodiose note rallegrava il pubblico».
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