
Beatrice Beltrando
Cuneo - Beatrice Beltrando è morta il 1° settembre 2021; un mese dopo, il 2 ottobre, avrebbe compiuto 33 anni. Se l’è portata via un’emorragia celebrale, mentre era ricoverata in ospedale a Cuneo, dove aveva trascorso quasi tutto l’ultimo anno, passando per i vari reparti, dal Pronto soccorso alla Medicina generale, dalla Psichiatria alla Medicina d’urgenza, dalla Dietologia alla Rianimazione dove è mancata.
La malattia che aveva colpito il suo giovane fisico, un tempo forte e in salute, devastandone, a poco a poco, tutti gli organi, è l’anoressia.
Di disturbi dell’alimentazione in questi ultimi tempi si parla di più rispetto al passato, i mass media riportano percentuali sempre in crescita di ragazze e ragazzi che, specie durante la pandemia, hanno iniziato a soffrirne; ma non basta parlarne, perché di questa malattia che colpisce la mente di giovani spesso molto intelligenti e sensibili, si può morire, dopo tanta sofferenza.
Ma si può anche guarire.
Ed è proprio questa consapevolezza a spingere Rosy Boaglio, la mamma di Beatrice, a parlarne, a circa 7 mesi dalla sua scomparsa. Lei, infermiera saluzzese, in pensione dopo 42 anni di lavoro, ha amato la figlia con tutta se stessa e ha cercato in ogni modo, con il papà Fulvio e la sorella Michela, di aiutarla a guarire: hanno bussato a tutte le porte, non hanno esitato a percorrere ogni strada, pure a comparire davanti ad un giudice quando a Beatrice si è dovuto assegnare non solo un amministratore di sostegno ma anche un tutore sanitario.
È difficile per un genitore accettare che un disturbo psichiatrico grave, perché di questo si tratta, possa colpire la propria figlia.
Bea era una ragazza bellissima, che praticava sport con successo, che amava leggere e viaggiare, che era intelligente e volitiva al punto che, dopo aver conseguito due lauree, una da igienista dentale e una in scienze della comunicazione, voleva continuare a studiare e, in ospedale, poco prima della morte, aveva programmato di sostenere il test on line per l’ammissione alla facoltà di infermieristica.
Beatrice era determinata, preparata e sapeva tutto sull’alimentazione, tanto da poter sostenere, con argomenti precisi, discussioni e confronti con medici e psicologi.
Una ragazza che aveva tutto, era piena di vita e di interessi, ma intorno ai 24 anni aveva iniziato a soffrire per questa malattia subdola, che era entrata nella sua mente brillante, devastandola poco per volta, e portando il suo corpo, impoverito dai digiuni e dallo sforzo fisico, a cedere. Perché l’anoressia parte dalla mente, ma colpisce tutti gli organi del corpo, dai reni al fegato, dallo scheletro al cuore agli altri muscoli.
“Era stata per quattro anni in Sicilia, dove aveva in progetto di costruire una famiglia e un futuro con un giovane specialista in ortodonzia - racconta Rosy -; un grande amore che però ad un certo punto è finito, come tante volte succede e lei era tornata a casa, ma non aveva più trovato la serenità di prima, forse perché era profondamente cambiata”.
Quello che all’inizio sembrava semplicemente un desiderio di tenersi in forma, di mangiare bene, si è trasformato in una smania di controllo, in un perfezionismo estremo che si è concentrato sul peso e sul corpo: mangiava sempre meno e faceva sempre più esercizio fisico. Non si fermava mai, mentre faceva la cyclette o correva, registrava video con i consigli per i pazienti dello studio dentistico in cui lavorava; e poi leggeva, studiava.
Nel 2020 la situazione è precipitata, era sempre più attiva e mangiava sempre meno. Fin dalla prima visita alle Molinette di Torino, è stata dichiara a rischio vita; ma non è facile curare una persona adulta, capace di intendere e volere, pienamente consapevole di sé, che rifiuta la cura, che ritiene di farcela da sola, di poter “smettere quando vuole” di farsi del male. Non bastano i “tso”, trattamenti sanitari obbligatori (e lei ne ha avuti due), perché può firmare la dimissione dall’ospedale e tornarsene a casa.
Eppure da questa malattia tremenda si può guarire. “Bisogna essere attenti, fin dall’inizio, ai primi segnali - continua Rosy -: quando un figlio dice di aver già mangiato o rifiuta il cibo, quando non esce più con gli amici perché non può permettersi l’aperitivo o la pizza, quando ricerca troppo la perfezione, deve scattare un campanello d’allarme e bisogna andare a fondo. Se si tratta di un disturbo alimentare, non sono solo capricci, non basta una pacca sulla spalla: la situazione potrebbe aggravarsi e portare dolore e devastazione all’intera famiglia. Il cibo è l’ultimo anello di una sofferenza che probabilmente, con il controllo dell’alimentazione e del peso, si pensa di poter tenere a bada”.
Per questo ci vogliono persone qualificate dal punto di vista professionale, in grado di curare la malattia in modo efficace. Attualmente chi soffre di disturbi dell’alimentazione viene ricoverato in Psichiatria o in altri reparti, a seconda dell’organo che va in sofferenza, ma non ci sono, se non in pochissimi casi, stanze dedicate, in cui le persone ammalate vengano seguite in modo adeguato. Allo stato attuale, non esiste una specializzazione medica o infermieristica specifica per questi disturbi.
Quello di Rosy non è solo un messaggio di sofferenza, ma di speranza e per questo sta lavorando tanto per creare, anche a Saluzzo, in collaborazione con le istituzioni, un gruppo di persone legate all’associazione “A-Fidati” di Dronero, nata a fine 2019 per aiutare le famiglie e le persone colpite da disturbi alimentari e per stimolare la politica ad investire su questo ambito sanitario.
Non deve più succedere, come è accaduto a Beatrice, alla sua famiglia e a tante altre persone, di non sapere a chi rivolgersi nel momento del bisogno, di sentirsi sballottati da uno specialista all’altro, da una clinica ad un ospedale, sostanzialmente soli nel combattere, senza un punto di riferimento, senza risposte, in una giostra che gira all’impazzata e non si ferma mai.
“Beatrice è stata molto seguita, a Cuneo, nei vari reparti dell’ospedale - dice ancora Rosy -; i medici e gli infermieri hanno fatto tutto il possibile, hanno dimostrato un’umanità e una competenza straordinaria nei loro ambiti di specializzazione; ma per una malattia come questa ci vogliono persone con una preparazione specifica, in grado di far capire al malato che deve curarsi, che per guarire deve fidarsi e affidarsi”.
Rosy si è posta tante domande sul perché Bea sia caduta in questa malattia: le risposte non ci sono, perché lei se n’è andata, portandole con sé, ma la sua presenza è viva in ogni momento della giornata e dà a Rosy la forza di lavorare sulla prevenzione. Non ci si può curare da soli, non basta neanche l’amore degli altri: ci vuole qualcuno che approfondisca le conoscenze in questa malattia ancora sconosciuta e che si avviino percorsi di specializzazione, attualmente inesistenti. Bisogna che il disturbo nell’alimentazione venga riconosciuto come malattia a sé stante e per questo ci vuole l’impegno di tutti.
Istituzioni, politica e sanità, in sinergia, possono salvare tante vite. Bisogna che lo facciano.

Beatrice con la mamma Rosy Boaglio