In seguito alla caduta del Muro di Berlino e del crollo dell’Unione Sovietica, il modello capitalista anglosassone è diventato dominante, diffondendosi in tutto il mondo anche grazie alla spinta degli entusiasti della nuova globalizzazione e all’insospettabile convergenza di interessi con la Cina di Deng Xiaoping. Il colosso cinese, infatti, in discontinuità con quanto fatto nei decenni precedenti, proprio in quegli anni si apriva al commercio internazionale diventando, al contempo, un mercato di grande interesse per le imprese occidentali e un serbatoio pressoché inesauribile di manodopera a basso costo per i produttori europei e americani, che avviavano consistenti delocalizzazioni.
Inutile dire che solo pochissimi nostalgici rimpiangono il socialismo reale, che l’inumanità dei regimi comunisti del secolo scorso è nota e che, alla prova dei fatti, si è trattato di un sistema che non ha retto. Tuttavia, è degna di nota l’ingenuità con la quale il pensiero dominante ha dedotto da tutte queste circostanze che il capitalismo senza regole rappresentasse la via per la felicità e per la democrazia.
Non è stata la prima volta nella storia che un simile equivoco ha prodotto disastri di vario tipo. L’idea che il libero mercato porti, in quanto tale, benessere diffuso e che quest’ultimo conduca necessariamente alla democrazia è, semplicemente, non realistica, sebbene piuttosto risalente nel tempo. Si trattava di un pensiero già portato avanti da William E. Gladstone, uomo politico inglese di primo piano dell’età vittoriana, che riteneva che, tra i compiti dell’Impero, ci fosse anche quello di esportare modelli democratici attraverso il libero commercio. Le cose non sono andate in questo modo e l’Impero britannico si è distinto in più continenti per metodi e strumenti di affermazione del proprio potere ben diversi da quelli, ben meno brutali, ipotizzati da Gladstone.
Neppure Keynes e Hayek, i due grandi economisti del secolo scorso, hanno resistito al fascino dell’idea del libero commercio che conduce, quasi automaticamente, alla democrazia e al benessere diffuso. Sebbene i due rivali non concordassero quasi su nulla, entrambi, partendo da presupposti molto diversi e suggerendo misure di politica economica opposte, ritenevano che le forze del mercato (libere di agire secondo Hayek, contenute e regolamentate dallo Stato nella visione di Keynes) avrebbero prodotto pace e democrazia. Purtroppo, anche in questo caso, le cose non sono andate come auspicato e le dinamiche interne negli Stati e internazionali, anche dopo la Seconda guerra mondiale, non hanno tardato a produrre dittature in Asia, Africa e Sud America. Per quanto la cosa possa sembrare ingenua e nonostante i fallimenti pregressi, all’indomani del crollo del blocco sovietico, l’amministrazione americana, soprattutto con Bill Clinton a metà degli anni Novanta, è tornata a insistere con la visione del libero commercio come veicolo di esportazione della democrazia. È stato un fiasco, innanzitutto perché non sono mai mancate le tensioni e le guerre in molte zone del globo (Europa inclusa, con la fine della ex Jugoslavia), ma soprattutto perché i mercati, a cominciare da quelli finanziari e strategici (come quello tecnologico) sono stati conquistati da pochi o pochissimi operatori di grandissime dimensioni. I nuovi padroni del mondo, se mai li avevano coltivati, hanno dimenticato ben presto i propositi di pace e democrazia. Soprattutto, abbiamo assistito a una inversione dei rapporti di forza tra governi democratici e colossi imprenditoriali e, in definitiva, tra diritto e potere finanziario. Oggi, siamo tutti più poveri e neppure le democrazie occidentali possono dirsi pienamente sovrane a causa dell’invadenza di una finanza con poche regole ma molto potere. I grandi fondi di investimento hanno un peso economico superiore alle economie di molti Stati e Elon Musk, attraverso la tecnologia satellitare, può decidere l’esito della guerra tra Russia e Ucraina attivando o disattivano i servizi che offre, sostanzialmente, in via esclusiva. Allo stesso tempo, migrazioni e tensioni sociali nate e cresciute nei sistemi economici impoveriti stanno destabilizzando anche le democrazie occidentali. Si sente parlare molto spesso della programmazione economica e nessuno ne nega l’importanza, ma ciò che pare ancora più urgente e necessaria è una buona programmazione politica, che non sia succube della prepotenza dei nuovi Paperoni.