Brasile, con l’imprevista vittoria di Lula e la rocambolesca e quasi romanzesca fuga del suo avversario negli USA. Serbia, con il movimento studentesco che, sia pure con qualche ombra, è riuscito a organizzare un cambiamento dal basso che dovrà essere messo alla prova dei fatti ma che è in sé incoraggiante e promettente. Israele, dove la lotta tra ciò che pareva essere il male e il peggio si è sostanzialmente chiusa senza vincitori né prospettive e dove, pure, se c’è una speranza vaga di miglioramento nelle condizioni dei più oppressi, quella passa anche da un cambiamento dalle urne. La lunga corsa della campagna elettorale italiana che pare già iniziata da qualche tempo. E poi, ovviamente, le elezioni statunitensi di metà mandato che una parte così grande del mondo segue nella convinzione, giusta o sbagliata che sia, che da quelle dipenda anche almeno una parte delle sorti mondiali globali. Sembra che tra i molti appuntamenti elettorali del mondo se ne siano addensati negli ultimi tempi alcuni più pressanti.
D’altronde competenza, onestà e trasparenza di un gruppo dirigente cambiano le sorti di uno stato e di una società: non è per niente vero che siano “tutti uguali”.
È un tema antico quanto l’organizzazione di società umane, e non a caso lo troviamo anche nei testi biblici, tra l’altro con idee variegate. Anche soltanto nei libri storici, infatti, dapprima sembra che l’istituzione regale sia subita malvolentieri da Dio, concessa come a un figlio capriccioso e presentata come soluzione esosa e ingiusta. Poi, però, dopo un primo esperimento non riuscito (Saul), parrebbe che il nuovo re (Davide) sia ideale, benché non sia immune da colpe anche gravi. Nel modo con cui il Primo Testamento sogna il re perfetto, comunque, spiccano almeno tre caratteristiche, e se ne impone poi una quarta.
La prima delle caratteristiche che emergono si vede proprio in Davide. Come dicevamo, tutt’altro che perfetto: collabora con i nemici storici del suo popolo (la notte prima della morte del re Saul e di suo figlio Gionata si trova nell’accampamento dei filistei), manda a morire uno straniero che combatte per lui dopo averne messa incinta la moglie (2 Sam 11), indice un censimento del popolo per testare la propria forza anziché fidarsi meno di Dio (2Sam 24)... Si pone però sempre in sincerità davanti a Dio, che tratta come un amico più potente, non come un protettore magico. D’altronde, ed è il secondo tratto significativo, quando vuole costruire un tempio, con la modalità che in quel contesto culturale era anche un modo di “vincolare” la divinità, si sente rispondere che sarà piuttosto Dio a garantire a lui non una casa ma un casato, con una promessa che resta inverificabile (rimanda al futuro) e chiede solo di fidarsi.
È allora coerente la terza caratteristica: il giudizio sui re non coincide con quello che sarebbe elaborato da uno storico o da un eventuale giornalista antico, perché non conta il successo economico o militare ma la fedeltà al Signore, che comporta il prendersi cura dei più deboli della società, orfani e vedove, deboli e forestieri. Lo dimostra il caso di Giosia, importante riformatore religioso, presentato come fedele a Dio. Muore però in battaglia, che era considerato un segno di sfortuna, ossia di abbandono da parte divina. Eppure viene presentato in splendida luce e mai censurato.
Proprio questo percorso, però, condusse i teologi ebrei a cogliere che se era auspicabile che ci fosse un re, nessuna figura storica si mostrava all’altezza dell’esigenza. Per questo i profeti iniziarono a sognare e promettere che sarebbe stato Dio stesso a prendersi cura di guidare il suo popolo, o direttamente o tramite un suo “unto” (“messia”) sognato e immaginato ma mai pienamente identificato in una figura reale.
Di questo messia, anzi, un profeta anonimo di cui noi leggiamo le parole nel libro di Isaia arrivò a sognare un ritratto sconcertante, che è la quarta caratteristica che emerge, a sorpresa, dal Primo Testamento. Un messia non solo vicino ai poveri, ma povero egli stesso, non solo protettore degli oppressi, ma oppresso e maltrattato, fino a essere messo a morte. Una guida che non avrebbe fatto del male neppure a chi già era moribondo, ma avrebbe semmai lasciato che gli infliggessero ogni male. È lo sguardo estremo, definitivo su un potere che rinuncia a se stesso. Quel profeta, e anche altri autori del Primo Testamento, sanno che il potere è anche forza, violenza. E quando sognano un re perfetto, finiscono con il sognare un re che non comanda. Chiunque voglia davvero gestire il potere invocando il Dio biblico dalla propria parte, deve fare i conti con un potere che si sogna disarmato, umile, fragile e vicino agli ultimi della società.
Angelo Fracchia