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Accogliere in famiglia un minorenne straniero non accompagnato

La scelta di Silvia, Gianni e dei loro quattro figli, che hanno aperto le porte della loro casa ad Adem

Fabio Secondo Dutto 08 novembre 2026

Chiusa di Pesio

Sono indicati con la sigla “Msna”, sono i minori stranieri non accompagnati. A fine 2025, l’ultimo dato ufficiale disponibile, in Italia sono 17.011 (88,6% maschi, quasi tutti diciassettenni).

Il Piemonte nel corso dell’anno ha registrato 725 minori tra accolti e transitati; nella provincia di Cuneo i relativi provvedimenti di tutela emessi dal Tribunale sono stati 64. Spesso sono un nodo burocratico o una notizia di cronaca complessa ma ci si dimentica che dietro quell’acronimo ci sono adolescenti: ragazzi con le fragilità e i sogni tipici dei loro sedici anni, a cui si sommano la solitudine e i traumi dell’essere migranti in un Paese sconosciuto.

A Chiusa di Pesio, Silvia, Gianni e i loro quattro figli Letizia, Sara, Chiara e Daniele nell’estate del 2023 hanno deciso di aprire le porte della propria casa ad Adem, allora sedicenne, un minore straniero non accompagnato. Silvia è un’insegnante alle scuole medie, Gianni un coltivatore diretto, mentre i figli hanno concluso o stanno concludendo il loro percorso di studi e si stanno affacciando al mondo del lavoro. Una storia che hanno deciso di raccontare dopo un po’ di tempo, ma che mette al centro l’esperienza che, come dicono loro: ha trasformato la distanza in parentela e la differenza in ricchezza.

Come è nata la curiosità di volervi avvicinare al tema dei minori stranieri non accompagnati?

Spesso sentivamo questa sigla associata solo a situazioni problematiche, ma non ci eravamo mai chiesti davvero quali forme di accoglienza concreta si potessero attuare. Poi abbiamo fatto un esercizio di empatia: abbiamo provato a immaginare i nostri figli adolescenti, soli, in un Paese straniero. Riusciremmo mai ad accettare che venissero equiparati agli adulti e inseriti in grandi centri di accoglienza, insieme a persone di ogni provenienza ed esperienza? La prospettiva fa rabbrividire. Gli adolescenti vivono una fase delicata, hanno diritto a una tutela speciale. E questo vale per tutti: le esperienze forti o traumatiche vissute durante la migrazione non rendono un ragazzo adulto, anche se lui stesso a volte si sente tale. Ci siamo chiesti: oltre alle case famiglia, perché non pensare all’accoglienza diffusa, dentro le nostre case?.

Qual è stato lo scatto che vi ha spinto a passare dalla teoria ai fatti?

Nel gennaio del 2023 abbiamo ricevuto un messaggio sui gruppi WhatsApp dei Servizi Sociali di Cuneo: cercavano famiglie disponibili per l’affidamento di minori stranieri non accompagnati. Quel messaggio ha innescato a valanga tutte le nostre riflessioni. La nostra è una famiglia numerosa, ma con diversi figli ormai usciti di casa lo spazio non mancava. Abbiamo coinvolto i figli che vivevano ancora con noi e, trovando la loro piena disponibilità a condividere spazi e relazioni, abbiamo contattato i Servizi. Dopo l’iter burocratico e conoscitivo, nell’estate del 2023 è arrivato Adem: aveva 16 anni, appena undici giorni in meno del nostro figlio più giovane.

Perché ritenete che la famiglia sia il luogo privilegiato per questo percorso?

Perché è il contesto in cui l’integrazione avviene in modo naturale. Pensiamo alla lingua: l’italiano si impara spontaneamente sentendolo parlare tutti i giorni a tavola, completando i percorsi ufficiali di alfabetizzazione. E poi c’è l’aspetto emotivo: la famiglia è il posto in cui puoi permetterti di mostrare le tue debolezze e ricominciare quando perdi la direzione, sapendo di poter contare sull’affetto e sulla stima di chi condivide con te la vita quotidiana.

Qual è il bilancio di questo percorso di convivenza?

Se dovessimo descriverla con un solo aggettivo, sceglieremmo “arricchente”. Com’è naturale che sia, la convivenza ha vissuto momenti di alti e bassi e incertezze iniziali su come comportarsi. Le barriere linguistiche e culturali esistono, ma non sono muri invalicabili: giorno dopo giorno le abitudini diverse diventano familiari, si imparano a comprendere le reazioni dell’altro e ci si apre a una condivisione sempre più profonda. La sensazione più appagante è l’essere stati compagni di strada e genitori “supplenti”: non togliamo nulla ai suoi veri genitori, ma ci affianchiamo a loro per colmare una lontananza fisica dolorosa per tutti.

Quali sostegni vi hanno accompagnato durante l’affido?

Le famiglie non sono mai sole. Nel nostro percorso è stata fondamentale la figura del tutore: un riferimento costante per gli intricati risvolti burocratici, ma anche un pilastro affettivo ed educativo. Quando Adem ha compiuto 18 anni il ruolo ufficiale del tutore è terminato, ma si è trasformato in un’amicizia di famiglia preziosa con cui continuiamo a confrontarci e a condividere momenti di vita.

Che messaggio vorreste mandare a chi sta valutando una scelta simile?

Vorremmo dire che l’affidamento familiare di un minore straniero non richiede doti straordinarie o lo stravolgimento della propria vita. Servono solo flessibilità, empatia e la voglia di mettersi in gioco. Con il tempo i rapporti si rinforzano e i tasselli vanno al loro posto, magari non sempre dove ci si aspettava, ma questo succede con qualsiasi figlio! Ciò che resta è una sensazione profonda di pienezza e di arricchimento che continua a stare con noi ogni giorno. Poi se mi permettete una battuta: abbiamo accolto a casa nostra, come molti slogan beceri ci dicono di fare.



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