editoriale

Fortunati e ricchi, non felici

La fortuna tocca la tasca, l'abito, l'apparire, la felicità tocca il cuore

Tonino Gandolfo 07 novembre 2026

Cuneo

Nelle ultime settimane di ottobre abbiamo assistito, con sgomento o con speranza, a seconda delle prospettive socio-culturali e politiche, a imponenti manifestazioni di massa nelle piazze più disparate delle città italiane ed europee. Purtroppo il convogliarsi di esigenze e aspettative di ceti diversi tra loro, studenti, autotrasportatori, agricoltori, pescatori, ha rischiato di essere sommerso e delegittimato da vandalismi generati da limitate frange estremiste.

Proprio nel vortice di queste vicende, che dalle masse arrivano ad interessare i vertici politico-amministrativi e giuridici, è risuonata in tutte le chiese la parola “Beati …” al centro della celebrazione di Tutti i Santi.

Una contrapposizione? Un rifugio consolatorio? O una autentica prospettiva di verità e di libertà?

Come si può parlare di beatitudine (= felicità) in un contesto che trasuda di mille rivoli di percorsi incompiuti, di sofferenze palesi e nascoste, di conflitti non risolti, di parole tra loro contrastanti, di difficoltà o incapacità di ascolto, per non parlare di indisponibilità a sentire il “peso altrui come il proprio”?

Tra i tanti temi emersi uno mi è venuto particolarmente in evidenza: quello dei “super-ricchi” che con il loro potere economico condizionano, o addirittura determinano, non solo le scelte economiche, ma i progetti politici riguardanti scuola, lavoro, infrastrutture, difesa militare, diplomazia, e tendono a costruire nuovi modelli culturali e stili di vita.

E spontaneo mi è venuto il parallelo con i “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. A parte quel presente “è” che non si ripresenta nelle beatitudini successive, ho riguardato tutto lo stile del Vangelo: Gesù non ha mai benedetto (= detto bene) la povertà materiale. Non per nulla parla di “poveri in spirito”, che non riguarda solo i poveri in senso stretto, ma tutti, compresi i ricchi. I poveri in spirito sono quelli che costruiscono oggi il “regno dei cieli”, realizzando la preghiera “come in cielo così in terra”. Gesù non propone la sofferenza oggi, per avere il regno dei cieli poi; propone di guardare all’altro, chiunque egli/ella sia, come a se stessi: ciò che non voglio o non desidero per me, non lo voglio e non lo desidero per l’altro, ciò che voglio e desidero per me, lo voglio e lo desidero per l’altro.

Non sarà che viviamo in un mondo di “infelici” proprio perché facciamo centro solo su noi stessi?

Ma non c’è tutta una schiera, per quanto proporzionalmente minoritaria, di “fortunati” che possono “godersi la vita”?

Qui mi si è confermata, ancora una volta, la non coincidenza tra “fortunato” e “felice”. Sfido chiunque ad indicarmi un “super-ricco” che sia “felice”! La “fortuna” tocca la tasca, l’abito, l’apparire, magari il primeggiare, la “felicità” tocca il cuore!

Ed è al cuore di tanti infelici, poveri o ricchi che siano, che si rivolge la promessa “Beati i poveri in spirito …”: una promessa non solo spiritualmente coinvolgente, ma socialmente, politicamente, culturalmente trasformante!



Ricchezza beatitudine poveri in spirito