politica

Il cuneese Blengino lascia la segreteria dei Radicali Italiani

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"Un movimento nato per combattere la partitocrazia ne è diventato una delle più grottesche rappresentazioni"

Redazione 03 novembre 2026

Cuneo

Riceviamo e pubblichiamo la lettera con cui Filippo Blengino comunica di voler lasciare la carica di Segretario dei Radicali Italiani.


Care/i tutte/i,

Siamo alle porte del XXIV Congresso, ma vi scrivo perché ho deciso di rassegnare le mie

dimissioni da Segretario di Radicali Italiani.

È una decisione dolorosa, che assumo senza tentennamenti, nella piena consapevolezza

della gravità del momento politico che attraversiamo e delle conseguenze che questa scelta

porterà con sé.

Non è da oggi che vivo profonde difficoltà nell’esercizio del mio mandato. Sono stati due

anni straordinariamente belli, ma altrettanto duri. Due anni nei quali, insieme ad alcuni

compagni il cui valore politico e umano è per me inestimabile, sono riuscito a incardinare

battaglie che considero fondamentali, in un Paese nel quale assistiamo quotidianamente

allo sgretolamento delle libertà individuali, delle garanzie costituzionali e dello Stato di diritto.

L’ho fatto mentre, parallelamente, mi assumevo una parte considerevole delle

responsabilità organizzative del partito: dalla raccolta fondi alle campagne per il 2×1000,

dalla gestione delle risorse al coordinamento delle attività quotidiane.

Ma sono stati anche due anni nei quali ho sperimentato una solitudine politica sempre più

profonda. Una solitudine che ho tentato ostinatamente di superare, fino a comprendere che

non si trattava di una difficoltà contingente.

Il problema era, ed è, politico.

Mi sono reso conto troppo tardi che la degenerazione di Radicali Italiani era irreversibile da

tempo. Troppo tardi ho compreso quanto si fosse ormai radicata una concezione

proprietaria del partito, nella quale il confronto è tollerato soltanto quando non mette in

discussione gli equilibri di potere. Troppo tardi ho compreso che il Presidente di Radicali

Italiani, Matteo Hallissey, aveva progressivamente assunto un ruolo politico incompatibile

con la natura democratica che dovrebbe caratterizzare il nostro movimento. Attorno alla sua

figura si è consolidato un sistema nel quale la fedeltà personale conta più delle competenze.

La politica, in questo sistema, si è progressivamente trasformata nella ricerca ossessiva di

un nemico da combattere e, possibilmente, annientare. E così, mentre il Paese scivola verso

una pericolosa compressione delle libertà, una parte rilevante delle energie del nostro

movimento viene impiegata in una guerra permanente contro altri soggetti politici, spesso

appartenenti alla nostra stessa area politica.

Non si combattono i privilegi, ma i privilegiati. Non si combatte la politica che protegge le

rendite dei tassisti, ma i tassisti. Non si combattono le norme che garantiscono le

concessioni balneari, ma i balneari. È la personalizzazione sistematica del conflitto. È la

sostituzione della battaglia contro le corporazioni con la ricerca di categorie da trasformare

in bersagli. Una politica che, nei toni e troppo spesso nei contenuti, finisce per assomigliare

proprio a quella di Matteo Salvini. Con una differenza particolarmente amara: tutto questo

avviene in un partito che continua a richiamarsi alla nonviolenza.


Chi dissente e chi solleva dubbi su questa deriva viene progressivamente isolato. È quello

che è accaduto a me. Negli ultimi mesi ho subito pressioni personali e politiche, insulti,

illazioni e comportamenti intimidatori, arrivando fino a velate minacce di morte di fronte

all’ipotesi di volermi allontanare da questo sistema. In una recente occasione, dopo il mio

diniego ad autorizzare un rimborso relativo a una piattaforma non utile alle esigenze del

partito, due persone si sono presentate sotto casa mia.

In questi giorni penso spesso ad una parola abusata (un po’ da tutti): metodo.

Quel metodo che dovrebbe portarci a essere orgogliosi delle nostre battaglie anche quando

perdiamo e non raccogliamo le firme necessarie. Quel metodo che dovrebbe insegnarci

come una lotta politica non si misura sui follower guadagnati, ma dalla capacità di incidere

sulla realtà. E invece ho visto affermarsi una concezione opposta: non più la visibilità al

servizio delle lotte, ma le lotte al servizio della visibilità.

La vicenda della campagna Stop Tassa Etica rappresenta un recente esempio emblematico

di questa degenerazione. Una campagna nella quale non è stato raggiunto il numero di firme

necessario, ma alla quale ha fatto seguito una rappresentazione pubblica della consegna

delle firme davanti alla Camera dei deputati. Un’iniziativa i cui costi complessivi non sono

stati esposti con la necessaria chiarezza nelle note di tesoreria e sono stati comunicati

oralmente soltanto dopo una mia esplicita richiesta, accompagnata dalla volontà di rendere

pubbliche le informazioni in assenza di riscontro.

A questi episodi si aggiungono molti altri punti di non ritorno. Lo svilimento delle competenze

e delle responsabilità individuali. Le insistenti pressioni per assumere personale politico che

non ritenevo rispondente alle reali necessità organizzative ed economiche del partito. La

progressiva marginalizzazione delle voci critiche. Lo svuotamento degli organi democratici,

troppo spesso ridotti a luoghi nei quali una maggioranza precostituita interviene soltanto per

ratificare decisioni già assunte.

Organi che dovrebbero essere luoghi di discussione politica e che sono diventati teatri di

una democrazia sempre più formale. Anche la gestione delle iscrizioni, la conoscibilità dei

dati organizzativi e l’impiego delle risorse avrebbero richiesto livelli di trasparenza ben

superiori a quelli attuali.

Non possiamo rimproverare a +Europa le sue carenze democratiche e organizzative senza

avere il coraggio di guardare alle nostre. Ed è proprio Più Europa a rappresentare un

ulteriore, gravissimo punto di rottura.

Giova ripetere dei concetti semplici: non si può utilizzare il patrimonio politico, le risorse

economiche e il lavoro dei militanti di Radicali Italiani per alimentare una guerra finalizzata

alla conquista di un altro partito. Radicali Italiani non è, e non dovrebbe mai diventare, il

comitato elettorale di qualcuno. Non dovrebbe essere una corrente di +Europa. Non

dovrebbe essere uno strumento di pressione per ottenere incarichi. E non dovrebbe essere

una proprietà privata da utilizzare in funzione delle ambizioni di chi ne occupa i vertici.


Oltre a tutto questo c’è però ben altro che mi rende impossibile assumermi la responsabilità

della convocazione del congresso, e quindi mi vede costretto a dimettermi.

Questo congresso, infatti, sarà l’ennesima rappresentazione di un confronto politico

dall’esito già scritto. Un congresso dove diverse opacità sulle iscrizioni contribuiranno

all’esito scontato delle votazioni, mere ratifiche delle decisioni assunte da un’unica persona

(Matteo Hallissey) e protette dalla setta.

Mi riferisco alle tante iscrizioni di cui abbiamo solo nome e cognome, pagate in contanti. Mi

riferisco alle altre iscrizioni arrivate a pochi minuti di distanza e fatte da uno stesso computer.

Mi riferisco a quelle fatte collettivamente con una stessa carta di credito. Mi riferisco al caso

esemplificativo (ma purtroppo non isolato) della piccola Mercogliano in cui ci sono due iscritti

in meno che in tutta la città di Roma.

Non voglio dilungarmi oltre, perché si tratta di cose che abbiamo tutti ben presenti. Non

prendiamoci in giro!

Per questo non intendo più offrire la mia presenza alla legittimazione di un sistema che

considero profondamente contrario a ciò che dovremmo essere.

Voglio ringraziare le tante e i tanti compagni con cui, in questi anni, ho condiviso battaglie e

momenti difficili. È stato bello! Ma con lo stesso amore che mi ha spinto a iscrivermi a

Radicali Italiani dieci anni fa, rendendolo il luogo a cui ho dedicato più tempo ed energie,

oggi scelgo di lasciare una casa che non è più la mia.

Nelle prossime ore formalizzerò la mia scelta. Mi dimetto da un ruolo ma – come si dice in

questi casi – non mi dimetto dalla politica. Semplicemente, sarò più libero e consapevole di

aver fatto la scelta giusta.


Filippo Blengino – Segretario di Radicali Italiani