Riceviamo e pubblichiamo la lettera con cui Filippo Blengino comunica di voler lasciare la carica di Segretario dei Radicali Italiani.
Care/i tutte/i,
Siamo alle porte del XXIV Congresso, ma vi scrivo perché ho deciso di rassegnare le mie
dimissioni da Segretario di Radicali Italiani.
È una decisione dolorosa, che assumo senza tentennamenti, nella piena consapevolezza
della gravità del momento politico che attraversiamo e delle conseguenze che questa scelta
porterà con sé.
Non è da oggi che vivo profonde difficoltà nell’esercizio del mio mandato. Sono stati due
anni straordinariamente belli, ma altrettanto duri. Due anni nei quali, insieme ad alcuni
compagni il cui valore politico e umano è per me inestimabile, sono riuscito a incardinare
battaglie che considero fondamentali, in un Paese nel quale assistiamo quotidianamente
allo sgretolamento delle libertà individuali, delle garanzie costituzionali e dello Stato di diritto.
L’ho fatto mentre, parallelamente, mi assumevo una parte considerevole delle
responsabilità organizzative del partito: dalla raccolta fondi alle campagne per il 2×1000,
dalla gestione delle risorse al coordinamento delle attività quotidiane.
Ma sono stati anche due anni nei quali ho sperimentato una solitudine politica sempre più
profonda. Una solitudine che ho tentato ostinatamente di superare, fino a comprendere che
non si trattava di una difficoltà contingente.
Il problema era, ed è, politico.
Mi sono reso conto troppo tardi che la degenerazione di Radicali Italiani era irreversibile da
tempo. Troppo tardi ho compreso quanto si fosse ormai radicata una concezione
proprietaria del partito, nella quale il confronto è tollerato soltanto quando non mette in
discussione gli equilibri di potere. Troppo tardi ho compreso che il Presidente di Radicali
Italiani, Matteo Hallissey, aveva progressivamente assunto un ruolo politico incompatibile
con la natura democratica che dovrebbe caratterizzare il nostro movimento. Attorno alla sua
figura si è consolidato un sistema nel quale la fedeltà personale conta più delle competenze.
La politica, in questo sistema, si è progressivamente trasformata nella ricerca ossessiva di
un nemico da combattere e, possibilmente, annientare. E così, mentre il Paese scivola verso
una pericolosa compressione delle libertà, una parte rilevante delle energie del nostro
movimento viene impiegata in una guerra permanente contro altri soggetti politici, spesso
appartenenti alla nostra stessa area politica.
Non si combattono i privilegi, ma i privilegiati. Non si combatte la politica che protegge le
rendite dei tassisti, ma i tassisti. Non si combattono le norme che garantiscono le
concessioni balneari, ma i balneari. È la personalizzazione sistematica del conflitto. È la
sostituzione della battaglia contro le corporazioni con la ricerca di categorie da trasformare
in bersagli. Una politica che, nei toni e troppo spesso nei contenuti, finisce per assomigliare
proprio a quella di Matteo Salvini. Con una differenza particolarmente amara: tutto questo
avviene in un partito che continua a richiamarsi alla nonviolenza.
Chi dissente e chi solleva dubbi su questa deriva viene progressivamente isolato. È quello
che è accaduto a me. Negli ultimi mesi ho subito pressioni personali e politiche, insulti,
illazioni e comportamenti intimidatori, arrivando fino a velate minacce di morte di fronte
all’ipotesi di volermi allontanare da questo sistema. In una recente occasione, dopo il mio
diniego ad autorizzare un rimborso relativo a una piattaforma non utile alle esigenze del
partito, due persone si sono presentate sotto casa mia.
In questi giorni penso spesso ad una parola abusata (un po’ da tutti): metodo.
Quel metodo che dovrebbe portarci a essere orgogliosi delle nostre battaglie anche quando
perdiamo e non raccogliamo le firme necessarie. Quel metodo che dovrebbe insegnarci
come una lotta politica non si misura sui follower guadagnati, ma dalla capacità di incidere
sulla realtà. E invece ho visto affermarsi una concezione opposta: non più la visibilità al
servizio delle lotte, ma le lotte al servizio della visibilità.
La vicenda della campagna Stop Tassa Etica rappresenta un recente esempio emblematico
di questa degenerazione. Una campagna nella quale non è stato raggiunto il numero di firme
necessario, ma alla quale ha fatto seguito una rappresentazione pubblica della consegna
delle firme davanti alla Camera dei deputati. Un’iniziativa i cui costi complessivi non sono
stati esposti con la necessaria chiarezza nelle note di tesoreria e sono stati comunicati
oralmente soltanto dopo una mia esplicita richiesta, accompagnata dalla volontà di rendere
pubbliche le informazioni in assenza di riscontro.
A questi episodi si aggiungono molti altri punti di non ritorno. Lo svilimento delle competenze
e delle responsabilità individuali. Le insistenti pressioni per assumere personale politico che
non ritenevo rispondente alle reali necessità organizzative ed economiche del partito. La
progressiva marginalizzazione delle voci critiche. Lo svuotamento degli organi democratici,
troppo spesso ridotti a luoghi nei quali una maggioranza precostituita interviene soltanto per
ratificare decisioni già assunte.
Organi che dovrebbero essere luoghi di discussione politica e che sono diventati teatri di
una democrazia sempre più formale. Anche la gestione delle iscrizioni, la conoscibilità dei
dati organizzativi e l’impiego delle risorse avrebbero richiesto livelli di trasparenza ben
superiori a quelli attuali.
Non possiamo rimproverare a +Europa le sue carenze democratiche e organizzative senza
avere il coraggio di guardare alle nostre. Ed è proprio Più Europa a rappresentare un
ulteriore, gravissimo punto di rottura.
Giova ripetere dei concetti semplici: non si può utilizzare il patrimonio politico, le risorse
economiche e il lavoro dei militanti di Radicali Italiani per alimentare una guerra finalizzata
alla conquista di un altro partito. Radicali Italiani non è, e non dovrebbe mai diventare, il
comitato elettorale di qualcuno. Non dovrebbe essere una corrente di +Europa. Non
dovrebbe essere uno strumento di pressione per ottenere incarichi. E non dovrebbe essere
una proprietà privata da utilizzare in funzione delle ambizioni di chi ne occupa i vertici.
Oltre a tutto questo c’è però ben altro che mi rende impossibile assumermi la responsabilità
della convocazione del congresso, e quindi mi vede costretto a dimettermi.
Questo congresso, infatti, sarà l’ennesima rappresentazione di un confronto politico
dall’esito già scritto. Un congresso dove diverse opacità sulle iscrizioni contribuiranno
all’esito scontato delle votazioni, mere ratifiche delle decisioni assunte da un’unica persona
(Matteo Hallissey) e protette dalla setta.
Mi riferisco alle tante iscrizioni di cui abbiamo solo nome e cognome, pagate in contanti. Mi
riferisco alle altre iscrizioni arrivate a pochi minuti di distanza e fatte da uno stesso computer.
Mi riferisco a quelle fatte collettivamente con una stessa carta di credito. Mi riferisco al caso
esemplificativo (ma purtroppo non isolato) della piccola Mercogliano in cui ci sono due iscritti
in meno che in tutta la città di Roma.
Non voglio dilungarmi oltre, perché si tratta di cose che abbiamo tutti ben presenti. Non
prendiamoci in giro!
Per questo non intendo più offrire la mia presenza alla legittimazione di un sistema che
considero profondamente contrario a ciò che dovremmo essere.
Voglio ringraziare le tante e i tanti compagni con cui, in questi anni, ho condiviso battaglie e
momenti difficili. È stato bello! Ma con lo stesso amore che mi ha spinto a iscrivermi a
Radicali Italiani dieci anni fa, rendendolo il luogo a cui ho dedicato più tempo ed energie,
oggi scelgo di lasciare una casa che non è più la mia.
Nelle prossime ore formalizzerò la mia scelta. Mi dimetto da un ruolo ma – come si dice in
questi casi – non mi dimetto dalla politica. Semplicemente, sarò più libero e consapevole di
aver fatto la scelta giusta.
Filippo Blengino – Segretario di Radicali Italiani