editoriale

Le proteste di piazza, la politica e la fatica di pensare il futuro

"Non è il tempo del ripiegamento, del giardino di casa"

Ezio Bernardi 01 novembre 2026

Cuneo

Di fronte al caos globale e alla “guerra mondiale a pezzi” alimentata dagli imperialismi americano, cinese e russo; di fronte ai ribaltamenti elettorali (Brasile, Israele, Serbia); di fronte al movimento incerto dell’integrazione nell’Unione Europea, un’Italia divisa e spaesata appare sempre più incline al ripiegamento su se stessa. Con un governo impegnato a difendere confini geografici ormai di scarso significato o i caratteri identitari inesistenti del popolo italiano più che non la democrazia e i suoi fondamenti di libertà, di uguaglianza e di giustizia.

È in questa incapacità di prospettive e risposte credibili che la politica e il governo reagiscono agli avvenimenti drammatici di questa stagione evitando di andare alle ragioni del disagio che si esprime nelle proteste di piazza.

Ridurre queste proteste alle loro manifestazioni violente e rispondere con l’unico strumento della repressione e della militarizzazione delle città significa non riconoscere i problemi che le generano. Le violenze ci sono state e vanno punite, ma il malessere è molto più diffuso (concordanza con “malessere”) e riguarda ampie fasce della popolazione. Non sono soltanto gli studenti e i giovani a sentirsi trascurati da chi governa e a lamentare la mancanza di investimenti pubblici nella scuola, nella casa, nella sanità. Sono i lavoratori di tutte le categorie, settori come l’agricoltura e l’autotrasporto che, piegati dai costi esorbitanti dei carburanti e dal caro vita, hanno bloccato l’economia soprattutto del Sud Italia.

Fino ad oggi i due fronti di protesta hanno seguito binari diversi senza incontrarsi, ma potrebbero saldarsi da venerdì 30 ottobre, quando gli studenti torneranno in piazza in concomitanza con lo sciopero proclamato per tutte le categorie dai sindacati di base e autonomi. E poi ancora nel fitto calendario di scioperi che ci aspetta in novembre e dicembre. Ognuno ha motivazioni proprie, ma i punti di convergenza sono evidenti intorno ad alcuni argomenti chiave: la giustizia sociale, la denuncia del caro vita e i salari inadeguati, il no alla guerra e al riarmo. La saldatura politica tra le istanze dei giovani e quelle dei lavoratori è già nei fatti, destinata a segnare una stagione autunnale complessa e battagliata. Ma quanto peserà sugli equilibri politici nell’avvicinamento e poi nei risultati delle prossime elezioni?

La protesta dei giovani e dei lavoratori orienterà i consensi verso le attuali opposizioni di centrosinistra, più inclini a recepirne le ragioni e le richieste, oppure favorirà le destre, più propense a condannare e reprimere nel nome dell’ordine e della sicurezza?

Le proteste di piazza si sono già tradotte (concordanza con “proteste”) in forti spostamenti del consenso politico in paesi vicini e simili a noi, come la Francia, la Serbia, la Spagna. Difficile pensare che i movimenti di piazza italiani restino politicamente neutri.

Dipenderà dall’atteggiamento delle forze politiche di governo e di opposizione. Per tutte, un passaggio che richiede equilibrio e coraggio. L’onestà di non minimizzare i fatti e di sottrarre le proteste alla manipolazione di chi ha interesse a fomentare il caos con la violenza, facendo il gioco della polarizzazione della società e di chi vuol smantellare lo Stato e l’Europa con le loro conquiste sul piano delle libertà, dei diritti e dei servizi.

Vale per tutti il richiamo del Presidente della Repubblica: “Nelle fasi di incertezza occorre il coraggio dell’innovazione. Non è il tempo del ripiegamento, del giardino di casa, della nostalgia ‘del bel tempo andato’ che non può tornare. Il tempo dell’innovazione richiede coraggio e visione del futuro”.

Siamo in tanti a vivere la fatica di pensare e di costruire il futuro. Le proteste dei giovani e dei lavoratori sono momenti di questa fatica. La possibilità del futuro va offerta a tutti. Sentirsi esclusi dalla costruzione del futuro può generare rabbia e violenza oppure può far emergere problemi che rischiano di bloccare il Paese. È una sfida di solidarietà educativa: ognuno deve avere a cuore il futuro degli altri. Una sfida interpella tutti e, prima fra tutti, proprio la politica.

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