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editoriale

Il richiamo della violenza e la ricerca degli antidoti

È importante ridimensionare la legittimazione onnipotente di bisogni, diritti e aspettative

Maura Anfossi 01 novembre 2026

Cuneo

Quanto accaduto da sabato 17 ottobre nei cortei di Milano e delle altre piazze italiane ha generato sconcerto e pone domande, a tratti inquietanti, sul malessere pervasivo di giovanissime vite buttate in mezzo alla strada in cerca di riscatto.

Ha scritto la cantante Madame: “È violento il mondo in cui siamo nati, è violento il modo in cui concepiamo l’esistenza, ma non se ne rende conto nessuno. È violento il modo in cui vediamo il sesso, le relazioni, i soldi, il potere, è violenta la nostra voglia di ribellione.”

Sì, è violenta anche questa voglia di ribellione e di emancipazione.

Non è possibile ad ora trovare una spiegazione esaustiva, seppur ne siano state proposte varie. Alcune osservazioni psicologiche possono contribuire ad una prima lettura di quanto sta accadendo, non solo tra i giovani, ma nella società.

1. La violenza come regolatore emotivo: persiste, dopo millenni, una modalità violenta e distruttiva di dichiarare i propri bisogni. Lo fanno gli adulti con la guerra, lo fanno i giovani in piazza, lo fanno gli anziani in altre forme. Il problema non è l’età, né la nazione di provenienza. Il problema è usare la violenza come regolatore delle emozioni e come strumento di relazione, richiesta, denuncia. Perché la violenza non contiene le emozioni, ma ne innesca altre, non risolve problemi, ma li crea.

È sconcertante che nel 2026 esistano ancora le guerre e la pena di morte, tra le manifestazioni più evidenti della distruttività umana. Una distruttività che appartiene solo alla nostra specie: in nessuna altra specie un membro fagocita sistematicamente i propri simili. Nel mondo animale esistono riti che contengono l’aggressività e creano ordine senza implicare il sacrificio di membri della stessa specie.

L’essere umano, dotato di una mente che riesce ad operare non solo sui dati concreti ma anche sui pensieri, riesce a disumanizzare il suo simile. Per poterlo colpire servono etichette che denotano diversità: deve appartenere a un’altra nazione, etnia, gruppo. Così si possono attribuire al proprio gruppo le caratteristiche positive e all’altro quelle negative che lo rendono nemico. È più facile proietto su di lui colpa e responsabilità: non sono io violento, è lui che ha sbagliato e merita punizione.

2. La seconda riflessione: chi distrugge è vittima della propria distruttività. Distruggere, aggredire, devastare fa male anche a chi lo fa. Drammatiche e illuminanti le parole crude di Madame: “abbiamo la merda nel cervello”. Una frase dura, ma emblematica.

Perché tanta distruttività?

Psicologi, neuropsichiatri, sociologi, politici hanno evocato varie spiegazioni: genitori più fragili, adulti che non insegnano a tollerare la frustrazione, incapacità di nominare il negativo perché si rincorre la felicità a tutti i costi, disabitudine all’ostacolo, desiderio di avere tutto e subito. E probabilmente anche l’invidia verso un mondo che si denigra ma che in fondo si desidera e, non riuscendo ad averlo, si distrugge. In un mondo segnato dall’immagine è di grande impatto colpire le vetrine dalle quali si intravedono gli oggetti, oltremodo costosi e status symbol, delle strade del lusso.

3. C’è un’ulteriore osservazione che pare unire le riflessioni precedenti e permette di intravedere una ‘forma’ in ciò che sta accadendo: l’ipertrofia del bisogno.

L’uomo vive di bisogni e il suo comportamento è un tentativo continuo di soddisfarli: dai bisogni fisiologici a quelli di sicurezza, appartenenza, fino al bisogno di autorealizzazione.

Nelle ultime generazioni si è scritto molto sulla legittimazione dei bisogni, aspetto importante per il benessere psicologico. Ma come adulti e genitori non si è in grado di soddisfarli continuamente e integralmente. Perché è intrinseca alla natura umana l’incompletezza, la necessità di stare in bilico tra desiderio e bisogno, tra spinta a realizzarsi e tolleranza dell’incompiuto. È necessario contemplare l’indefinito, l’imperfetto e il mistero.

Tanta psicologia e altre scienze umane hanno legittimato in modo estremo il diritto alla sicurezza, all’amore, al riconoscimento. Ma la storia umana ci insegna che l’accettazione totale, l’esperienza di essere compresi pienamente, può essere solo saltuaria, puntiforme. Se crei un bisogno e poi non lo soddisfi, si precipita vertiginosamente in basso.

C’è una soluzione? Una via di uscita? Difficile individuarlo. Non è semplice. Ma è importante ridimensionare la legittimazione onnipotente di bisogni, diritti e aspettative. Non per tornare a un periodo oscurantista o fare l’elogio della carenza, ma perché è irrealistico immaginare che in ogni momento della nostra vita ogni nostro bisogno possa essere soddisfatto. Ed è vano e tremendamente autoreferenziale concentrarsi su questo: un simile meccanismo diventa una idrovora di energia. Una sorta di criceto che corre sempre più rapidamente sulla sua ruota.

Accogliere la finitezza umana e ridare valore alla vita interiore, più che alla maschera, potrebbero essere un antidoto alla violenza.


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