Torniamo a ragionare sulle proteste giovanili. Abbiamo visto in tanti le immagini e ancora di più abbiamo sentito le notizie sulle manifestazioni condotte o invase dagli studenti, prima in Francia, poi in Italia e altrove. Abbiamo visto gli scontri, le devastazioni, i saccheggi, abbiamo forse ascoltato le ragioni delle proteste, e, come di consueto, siamo stati portati a prendere posizione a favore o contro.
Siamo consapevoli che si tratta di eventi variegati. In Francia abbiamo visto la rabbia degli studenti soprattutto delle scuole superiori riguardo a un sistema di orientamento molto rigido e duro, oltre che per altre ragioni, con argomentazioni che hanno un loro fondamento; nello stesso tempo, abbiamo visto scontri durissimi, un municipio e diverse scuole date alle fiamme e lo sconvolgimento della vita scolastica per diverse settimane. In Italia abbiamo visto manifestazioni infiltrate da chi studente non è ma puntava a violenze e scontri, però anche scene di saccheggio e di danneggiamenti ad opera di studenti, anche molto giovani. Ogni evento meriterebbe un approfondimento diverso e valutazioni differenti. Ancora una volta, però, riscontriamo come tendiamo a porci più facilmente su due schieramenti opposti, ognuno con qualche ragione: inaccettabili le violenze, comprensibili le ragioni delle proteste. Chi difende queste ultime sostiene che senza fare rumore non si riesce a farsi sentire, chi non le accetta ribadisce che le forme sbagliate di contestazione fanno passare dalla parte del torto anche chi avrebbe ragione di lamentarsi.
Verrebbero in mente i “codici familiari” che troviamo in alcune lettere attribuite a san Paolo o a san Pietro anche se forse non sono stati loro a scriverle (Ef 5,21-6,9; Col 3,18-22; 1 Pt 3,1-7). Al di là dei consigli lì inseriti, che in gran parte dipendono dalle aspettative anche un po’ retrive dei contesti dai quali nascono, è interessante che si cerchi sempre di vedere la realtà da due punti di vista: i giovani devono ubbidire ai genitori, ma questi non devono “esasperare” i giovani.
È un principio coerente con l’intuizione di fondo di testi centrali nel Primo Testamento, come il molto ottimista terzo capitolo della Genesi, il racconto del “peccato originale”, il cui esito è la “dannazione” divina che in realtà di dannazione ha poco. Le parole da Dio rivolte ad Adamo ed Eva, infatti, riprendono i tre grandi campi relazionali dell’essere umano (verso l’alto, alla pari e verso il basso) notando per ognuno che il male esiste, inestricabilmente legato al bene ma destinato a esserne vinto: molto dolore ma per partorire figli, passione e legame affettivo in cambio di un dominio legale, sudore della fronte ma per ottenere dalla terra il pane. Quel capitolo della Genesi di fatto si propone come una interpretazione di fondo, adulta, della vita umana, nella quale il male esiste ma (è questo il cuore del capitolo) non avrà la meglio, e rende sensato fidarsi della vita e mettersi in gioco.
Ecco perché è profondamente cristiano cogliere il male di violenza e danneggiamenti, più gravi quando coinvolgono persone ma riprovevoli anche quando si concentrano sui beni che le persone curano e da cui ricavano il proprio vivere, ma è contemporaneamente prezioso garantire l’ascolto delle ragioni del malessere, soprattutto quando viene da chi non ragiona con strumenti già consolidati ma vecchi, bensì porta in campo l’inesperienza ma anche la freschezza e l’originalità di uno sguardo diverso.
È la stessa logica invocata da san Benedetto da Norcia, colui che ha accolto le istanze del monachesimo depurandolo delle dimensioni meno autenticamente umane e cristiane, integrando il desiderio di allontamento dal mondo e dalle sue logiche con il recupero di una dimensione autenticamente relazionale tra gli esseri umani: tutti per Dio, ma senza dimenticare l’umanità. Nella sua preziosissima regola, senza contestare il principio dell’autorità per cui è all’abate che spetta prendere decisioni che vanno rispettate, rimarca che nel capitolo, ossia in quell’assemblea di tutti i monaci, là dove si prendono le decisioni che riguardano l’intera comunità, l’abate debba sentire tutti, a partire dai più giovani, «perché spesso il Signore rivela al più giovane la soluzione migliore». La decisione finale continuerà a spettare all’abate, che deve però mettersi umilmente in ascolto di chi ha meno esperienza, ma meno pregiudizi. Con lo stesso spirito converrebbe mettersi in ascolto delle ragioni delle contestazioni, senza smettere di difendere il rifiuto della violenza. Puntare non all’imposizione con la forza delle regole, ma al dialogo responsabilizzante, per tutelare sia le ragioni di chi contesta sia il diritto di non farsi danneggiare e opprimere.