«L’altra notte l’ho sognata». Marinella Pessione racconta con una naturalezza che colpisce. Parla della sua borgata, Oggeri, dove è nata nel 1949, sopra Santa Lucia di Monterosso Grana, in Valle Grana. Una frase rimane impressa: «Quando sogno, sogno com’era allora». Non come appare oggi, ma come l’hanno conosciuta i suoi occhi di bambina. Con le case abitate, le persone che lavoravano nei prati, le mucche nelle stalle, le mulattiere percorse ogni giorno e quel mondo che sembrava così grande, nonostante fosse racchiuso in una manciata di case di montagna.
Forse i ricordi più profondi sono proprio quelli che non hanno bisogno di essere cercati. Rimangono dentro di noi, in qualche angolo della memoria, e ogni tanto ritornano, anche mentre dormiamo. Marinella ha 76 anni e quando parla della sua infanzia sembra percorrere nuovamente quei sentieri. Ricorda i nomi delle persone, i loro soprannomi, i luoghi, i rumori, persino gli odori. Attraverso le sue parole sto conoscendo non soltanto la storia di una piccola borgata, ma quella di un mondo che non esiste più.
Oggeri si trova a 1.100 metri di altitudine, di fronte a Santa Lucia di Coumboscuro. Il nome nasconde qualche curiosità. Nella parlata locale veniva pronunciato in maniera diversa e che, secondo una tradizione tramandata dagli abitanti, potrebbe derivare dal nome di un sacerdote, don Oggeri. Un’altra ipotesi lo collegherebbe a una misura agraria. Sono interpretazioni che non trovano una conferma certa, ma che raccontano quanto anche un nome possa custodire pezzi di storia.
Quando Marinella era bambina non esisteva una strada carrozzabile per raggiungere la borgata e nelle case non c’era la corrente elettrica. Si viveva con quello che la terra e gli animali potevano offrire. La sua famiglia aveva due o tre mucche e abitava in una casa modesta, con un tetto di lose sul quale la pioggia faceva un rumore impressionante. «Quando arrivavano i temporali sembrava che scoppiasse tutto». Eppure, nonostante la fatica e le difficoltà, il ricordo di quegli anni conserva anche una grande felicità.
«Eravamo nella natura», dice. Ogni stagione aveva le sue avventure. In primavera si andava nei boschi a raccogliere i rami di faggio. Suo padre preparava grandi fasci che caricava sulle spalle per portarli fino a casa, dove le foglie venivano utilizzate per integrare il fieno destinato alle mucche. Si attraversavano torrenti, si camminava lungo sentieri ripidi, si imparava a conoscere ogni angolo della montagna. C’erano anche i pericoli. Le valanghe che scendevano dai valloni, capaci di travolgere alberi e modificare il paesaggio. Racconta di un bambino che frequentava la scuola con lei e che, insieme al padre, era riuscito a sfuggire per poco a una valanga. Ricordi che fanno comprendere quanto la natura fosse parte integrante della vita, nella sua bellezza ma anche nella sua forza.
A colpirmi è il modo in cui Marinella parla delle strade. O meglio, delle mulattiere. Perché ce n’erano due che nella sua memoria avevano significati molto diversi. Una conduceva verso Santa Lucia, dove si andava a scuola e a Messa, verso gli impegni e i doveri quotidiani. L’altra scendeva verso Monterosso e da lì verso il resto del mondo. «Quella era la nostra strada, era la vita». Si percorreva insieme ai genitori per andare a fare qualche acquisto, per raccogliere le castagne in luoghi più lontani, per vendere i lamponi. Per una bambina cresciuta in una borgata isolata, quella mulattiera rappresentava la possibilità di scoprire cosa ci fosse oltre la montagna.

Ed è proprio lungo quella strada che si svolge uno dei ricordi più vividi della sua infanzia. Marinella aveva appena sette anni quando sua mamma decise di portarla in Francia a trovare i parenti emigrati nella zona di Grasse. Per prendere la corriera dovettero partire nel cuore della notte. In casa non c’era la luce elettrica, soltanto un piccolo lume sul tavolo della cucina e uno specchio appoggiato per sistemarsi prima del viaggio. Poi si incamminarono nella completa oscurità, lungo la mulattiera che portava alla Levata. Quasi un’ora a piedi, senza vedere una luce. Quando arrivarono alla fermata, Marinella vide comparire da lontano la corriera, tutta illuminata, con i fari accesi e il suono della tromba. Non aveva mai visto niente di simile. «Ho pensato: siamo fritti! O ci passa addosso o non si ferma!». E invece la corriera si fermò, salirono e si sedettero. A distanza di tanti anni, ricorda lo stupore di quella bambina davanti a qualcosa che per noi è assolutamente normale. La Francia era una destinazione conosciuta da molte famiglie della Valle Grana. Si partiva per cercare lavoro, per sfuggire alla povertà, per costruirsi una vita diversa. Anche nella famiglia di Marinella c’erano parenti emigrati. Gli uomini cercavano un impiego, spesso nell’edilizia, e quando riuscivano a sistemarsi potevano farsi raggiungere dalle mogli e dai figli. Altri partivano soltanto per lavori stagionali, per la vendemmia o per le campagne agricole. Anche Marinella, crescendo, avrebbe conosciuto questa esperienza. La montagna era casa, ma per sopravvivere spesso bisognava guardare oltreconfine.
E poi c’era la scuola. Per raggiungerla bisognava camminare mezz’ora, attraversando il torrente e affrontando le salite, anche in inverno. Si arrivava spesso con i piedi bagnati e si ripartiva la sera nelle stesse condizioni. Marinella ricorda un maestro molto severo, capace di riconoscere il talento dei suoi allievi, ma anche di utilizzare metodi educativi durissimi, oggi impensabili. Lei aveva una particolare predisposizione per il disegno e la scultura e fu proprio il maestro a incoraggiarla a continuare, coinvolgendola in un piccolo laboratorio artistico. In quegli anni Santa Lucia era anche un luogo nel quale si coltivavano la lingua e la cultura provenzale, un patrimonio che avrebbe assunto un’importanza sempre maggiore per l’identità del territorio.
Ma se vogliamo davvero immaginare la vita quotidiana di Oggeri dobbiamo entrare nelle sue case, seguendo i ricordi che Marinella ha custodito anche attraverso la scrittura. Nel suo racconto ritornano le vicine sedute a chiacchierare, le donne con i fazzoletti scuri sulla testa, i soprannomi con cui tutti si conoscevano. C’era Marìo d’Vinsèn, una vicina alla quale Marinella era particolarmente affezionata, che qualche volta arrivava con una ciotola di latta smaltata piena di castagne cotte lentamente sulla stufa. Un regalo semplicissimo, eppure indimenticabile.
Ci sono ricordi che hanno un profumo. Come quello del pane appena sfornato che una sera, tornando da scuola attraverso la neve, Marinella sentì già prima di arrivare alla borgata. Insieme all’odore della legna bruciata c’era anche qualcosa di più dolce. Sua mamma aveva preparato una torta. Un avvenimento speciale, perché i dolci erano rari e proprio per questo ancora più desiderati. In quelle pagine Marinella racconta il tepore della casa che la accoglieva dopo una giornata trascorsa al freddo, mentre alcuni dei suoi compagni dovevano continuare ancora a lungo il cammino nella neve per raggiungere le proprie abitazioni.
La giornata delle donne iniziava presto e terminava tardi. Bisognava accudire gli animali, andare alla fontana, preparare da mangiare, occuparsi della casa e dei bambini. In inverno si spalava la neve per raggiungere l’acqua e si portavano i secchi nella stalla. Le galline venivano nutrite con piccole patate cotte e sbriciolate, mescolate alla crusca. Il pane duro si ammorbidiva nel caffellatte, mentre nelle ore più tranquille le donne prendevano in mano la rocca e il fuso, trasformando la lana in filo con movimenti antichi e precisi. Si rammendavano i vestiti e si preparavano i piatti della tradizione. Nelle occasioni speciali comparivano anche le ravioles, preparate con gli strumenti che si tramandavano di generazione in generazione. Ogni gesto racchiudeva un sapere imparato osservando chi era venuto prima.
Tra le persone che Marinella porta nel cuore c’è il nonno Pietro, un uomo abituato alla fatica, che aveva lavorato nelle miniere e nelle gallerie e che preparava le lose per i tetti. Robusto, asciutto, instancabile, anche negli ultimi anni della sua vita. E ricorda quando gli portava da bere l’acqua fresca della sorgente che sgorgava sotto le case, tra i ranuncoli in fiore. È una di quelle immagini semplicissime che custodiscono tutta la tenerezza di un’infanzia.
Nei ricordi di Marinella c’è anche una pagina dolorosa, quella della guerra vissuta da suo padre Michele Pessione, nato nel 1916. Rimase lontano da casa per novanta mesi, tra servizio militare, guerra e prigionia. Combatté sul fronte occidentale, in Grecia, in Albania e in Jugoslavia, fino alla drammatica campagna di Russia. Il 9 settembre 1943 venne catturato dai tedeschi e deportato nei campi di lavoro di Mainz, fino al 27 aprile 1945.

Nelle pagine dedicate al padre, Marinella ricostruisce un’esperienza di privazioni, fame e paura. Il viaggio nei carri bestiame, il gelo della Russia, i bombardamenti, la fatica nei campi di lavoro e i lunghi spostamenti a piedi, spesso sopravvivendo grazie all’aiuto di famiglie contadine incontrate lungo il cammino. Da bambina ascoltava quelle storie senza poter comprendere fino in fondo la sofferenza che contenevano.
Il suo ritorno a Oggeri è uno degli episodi più emozionanti di questa storia. Era il 2 agosto 1945 quando la madre di Marinella sentì suonare le campane. Erano campane di festa, di quelle che raramente risuonavano tra le montagne, e annunciavano il ritorno di un soldato. Questa volta era Michele. Sua moglie, racconta Marinella, non sentì più neppure il peso degli zoccoli ai piedi e corse lungo la mulattiera per andargli incontro. Dopo anni di attesa, paura e incertezza, quell’uomo stava tornando a casa. Proprio lungo quella strada che per Marinella bambina avrebbe rappresentato la libertà, per sua madre arrivava finalmente la fine di un’attesa lunghissima.
Quando Marinella nacque, quattro anni dopo, quella casa portava ancora i segni della guerra e della povertà. Il padre aveva sistemato un pilastro per impedire che l’edificio cedesse. Si viveva con pochissimo, insieme al nonno anziano e agli animali. Eppure la famiglia aveva ricominciato. Anche questo è un pezzo importante della storia delle nostre montagne: la capacità di rialzarsi, di tornare a lavorare, di mettere insieme ciò che era rimasto e ricostruire una quotidianità.
Marinella lasciò Oggeri durante l’adolescenza, a quattordici anni. La vita la portò altrove, come accadde a tanti ragazzi e ragazze cresciuti nelle borgate alpine. Ma ci sono partenze che non cancellano le origini. E forse questa è la cosa che più mi ha colpito ascoltandola: nonostante gli anni trascorsi, Marinella continua a conoscere ogni angolo della sua borgata. Ricorda come cambiava la montagna con le stagioni, dove si trovavano i prati, i percorsi delle mulattiere, le persone che abitavano le case, le voci, i gesti. E soprattutto non racconta la sua infanzia come un tempo perfetto. Sa bene quanto fosse dura quella vita. Ricorda le paure, le tragedie, le difficoltà, la fatica quotidiana. Ma conserva anche la bellezza di appartenere a un luogo, di riconoscersi in una comunità, di crescere imparando ogni giorno qualcosa dalla natura e dalle persone.
Oggi Oggeri è molto diversa da quella che Marinella ha conosciuto. I prati un tempo falciati sono in parte riconquistati dalla vegetazione, le mulattiere non hanno più lo stesso significato e molte delle voci che animavano la borgata si sono spente. Ma c’è anche un piccolo tassello della sua storia più recente che merita di essere raccontato. Nell’agosto del 2021, proprio Oggeri, Ougìe nella parlata locale, è comparsa in un’iniziativa del Centro Culturale Coumboscuro dedicata all’incontro tra arte e natura. Lungo il percorso di land art La Draio de l’Estelo, tra Santa Lucia e Rocca Stella, era previsto lo scoprimento della scultura Rescountre – Incontri – Rencontres, realizzata dall’artista Michelangelo Tallone. Un nome che significa proprio “incontri” e che sembra racchiudere qualcosa della storia di questa piccola borgata: un luogo attraversato per generazioni da persone, fatiche, partenze e ritorni. Un’iniziativa culturale che non racconta una rinascita abitativa, ma testimonia l’attenzione verso un territorio che continua ad avere storie da offrire.
Sono queste storie il patrimonio più prezioso di Oggeri. Quelle custodite da Marinella, che ha scelto anche di affidare alla scrittura in un libro i ricordi della propria famiglia e di un mondo che stava scomparendo. Un modo per non lasciare che il tempo cancelli i nomi, i gesti, le fatiche e le piccole felicità di chi è vissuto lassù.
E torno con il pensiero alla frase iniziale del nostro incontro. «Quando sogno, sogno com’era allora». Forse è questo il regalo più grande che Marinella Pessione mi ha fatto raccontandomi la sua storia: permettermi di vedere, almeno per un momento, Oggeri attraverso i suoi occhi di bambina. Una borgata dove il pane appena sfornato profumava tutta la strada, una corriera illuminata poteva sembrare qualcosa di straordinario e il ritorno di un padre dalla guerra era annunciato dal suono delle campane.
Perché ci sono luoghi che il tempo cambia, ma che nella memoria di chi li ha amati continuano a essere esattamente come erano. E Marinella, ogni tanto, ha ancora la fortuna di ritornarci. Le basta chiudere gli occhi e sognare.