
Si parte dal “perché?” di un bambino e subita si arriva a riflettere sulla professione medica. Quella domanda, spesso lasciata insoddisfatta dagli adulti, è ricerca di un senso a quanto accade. È dunque slancio per superare la superficialità degli eventi, per riportarli ad un ordine che esprime esigenza di chiarezza.
Non per nulla questo bisogno si manifesta in tutta la sua forza dirompente nel momento “in cui la vita smette di essere ovvia”, in cui l’esperienza del morire diventa consapevolezza di un limite invalicabile. Su quel terreno premono le domande, ma soprattutto si mettono in crisi facili soluzioni.
È singolare però che l’autore, radio-oncologo di decennale esperienza, muovendo da simile constatazione vada a interrogare non tanto il paziente quanto la professione medica. Il pensiero si sviluppa tutto sul piano deontologico appellandosi alla relazionalità come condizione imprescindibile per accostarsi al malato oncologico.
L’impegno richiesto è quello di “mettersi nei panni” dell’altro. Certo, sforzo impossibile da realizzare, perché ognuno viene da una “culla” diversa, per usare un termine caro all’autore. Ma è esattamente in questo disporsi ad ascoltare, fino ad accettare scelte contrarie ai principi medici, che si cela la profondità della professione medica.
Più volte in queste “narrazioni” di vite a confronto con la morte ci si imbatte in una frattura. È quando il paziente rifiuta ciò che la scienza, anche solo il cosiddetto buon senso, propone, cioè la possibilità di una cura. Lì si gioca la relazione col paziente. Lì si palesa un’altra strada né più giusta né più sbagliata, semplicemente e profondamente altra. Cercare di capirla, di coglierne il senso è il grande passo cui è chiamato il medico, suggerisce tra le righe l’autore.
La “culla” è il termine umanamente delicato che usa per sostenere questa affermazione. Ognuno è intriso del proprio passato fatto di educazione, relazioni, cultura. Chi può arrogarsi il diritto metterle in discussione? Negli esempi che l’autore porta, frutto della personale esperienza ospedaliera, emerge chiaro il senso del limite invalicabile che si impone alla cura. Capire l’alterità, significa capire dove fermarsi. Qui è il paziente stesso che consapevolmente pone un limite al medico e questi, conoscendone la “culla” in cui è maturata questa consapevolezza, non può forzarlo. Non è in questione l’accanimento terapeutico. È piuttosto rispetto di un vissuto da comprendere anche nelle sue conclusioni estreme.
Non è un caso che l’impostazione ricorrente dei vari brani preveda sempre il mettere a confronto le posizioni del paziente e del medico. Non per giudicare. Anzi il presupposto è che ambedue godono di una loro validità.
Per questo il libro è un dar spazio alla “voce dentro”, si presenta come un percorso nella coscienza del medico che per certi versi si mette a nudo. Rilegge in profondità le proprie esperienze professionali. Sa riconoscere limiti e stanchezza. Si colloca “nel punto in cui il dovere non appare nobile, ma stanco, non eroico, ma umano”.
La voce dentro
di Elvio G. Russi
Autopubblicato
euro 12 - Il ricavato va ai giovani radiooncologi di Airo e alla Lilt