Nella struttura residenziale di Borgo San Giuseppe dove operava la cooperativa Per Mano nell’assistenza di persone, sia ragazzi che adulti affetti da disturbi psichiatrici e dello spettro autistico, sua figlia era stata ospite per 17 anni, dal 2007 al 2024 quando, a seguito della prima inchiesta del 2019 sui presunti maltrattamenti agli ospiti da parte delle due responsabili Marilena Cescon ed Emanuela De Bernardis e di una decina di altre persone (operatori, infermieri, educatori, operatori socio-sanitari e psicologi), i genitori iniziarono a nutrire dubbi sulla modalità di gestione di quella struttura che a tutti era stata presentata come assolutamente idonea a garantire un’assistenza adeguata a persone affette da gravi disturbi psichiatrici.
“Venne chiesto da parte di noi genitori un incontro a maggio del 2023 - ha spiegato la madre della ragazza all’ultima udienza del processo sui maltrattamenti avvenuti tra il 2014 e il 2018 - per chiedere spiegazioni del continuo ricambio di personale, del fatto che non venivano svolte attività fuori dalla struttura; volevamo capire quali potessero essere le loro problematiche in merito a queste situazioni. L’incontro non fu esaustivo, ma mi sentii dire dallo psichiatra e direttore sanitario della struttura che dovevamo essere grati per quanto si prodigavano per i nostri figli. Io dissi che ero grata, ma che comunque quel servizio non era corrispondente alla retta di 7.800 euro che pagavano l’Asl e il Consorzio socio-assistenziale”.
Dopo due mesi la donna venne avvisata dal Consorzio che la struttura aveva notificato le dimissioni irrevocabili della figlia, “non mandarono la mail a me, ma al Consorzio. A me diedero poche settimane per trovare un’altra struttura che accogliesse mia figlia. Ma lei ha un livello grave di autismo, non è facile trovare una struttura che possa darle assistenza. Chiesi anche l’intervento del giudice per avere più tempo per la ricerca”. Nell’aprile del 2024 la ragazza venne inserita in un’altra struttura e la famiglia si rese conto del cambiamento rispetto a prima, “non aveva più lividi, quelli che alla Per Mano ci avevano sempre detto che si procurava da sola cadendo e sbattendo, anche l’igiene personale adesso è ottima, non come prima quando spesso tornava a casa non molto pulita, con addosso vestiti non suoi e di taglia diversa dalla sua, con unghie di mani e piedi non curate, erano cose che lei non poteva fare da sola e che nella carta dei servizi era specificato fossero svolte dal personale”.
Il resto del racconto rispecchia quelli già sentiti da altri genitori nelle precedenti udienze, dalla mancanza di un’assistenza individuale come previsto al momento dell’inserimento in struttura, all’utilizzo di una relax room di cui i genitori non conoscevano nemmeno l’esistenza dato che ai parenti non era permesso entrare all’interno della residenza, “in 17 anni ci ero entrata solo una volta - ha aggiunto la madre della ragazza - di solito quando suonavamo ci portavano mia figlia all’ingresso, dicevano che non si poteva entrare per non turbare gli altri ragazzi”. Un capitolo a parte riguarda poi la gestione dei farmaci, la cui prescrizione, secondo una procedura non ortodossa, era affidata di volta in volta a medici esterni inviati presso la struttura per fare consulenze in caso di emergenze, poiché fino al 2019 non c’era un medico interno, come ha riferito uno degli psichiatri dipendenti all’epoca del servizio sanitario e che si ritrovò a dover prendere decisioni relative a terapie e altro su ragazzi che conosceva pochissimo e che aveva avuto modo di visitare solo brevemente all’interno della struttura. Di un particolare ‘rallentamento’ della figlia ha riferito ancora la teste ascoltata oggi (giovedì 29 ottobre), sottolineando che anche il suo medico di base aveva manifestato perplessità sul continuo cambiamento di farmaci e dosaggi prescritti dal direttore sanitario della struttura che si sarebbe anche sottratto a una richiesta di chiarimenti avanzata dalla madre. L’udienza è stata rinviata per gli ultimi testi dell’accusa al 19 novembre.