Era stato rinviato a giudizio per aver sfregiato in maniera permanente un 30enne somalo in piazza Boves a Cuneo nella notte tra il 10 e l’11 maggio 2023, violando in questo modo anche il divieto di avvicinamento che l’autorità giudiziaria aveva disposto nei suoi confronti per una precedente aggressione con accoltellamento risalente a due anni prima. Per Camara Daouda, 39enne della Guinea, l’accusa aveva chiesto una condanna a nove anni di reclusione vista la gravità del reato contestato: un’aggressione in piena notte con pugni e ferite da coltello che procurano al cittadino somalo traumi facciali e ferite varie al volto con prognosi di 30 giorni.
Non semplice la ricostruzione dei fatti da parte dell’autorità giudiziaria dato che i due erano visibilmente ubriachi quella sera e si presentarono in pronto soccorso molte ore dopo il fatto, di cui fornirono versioni diametralmente opposte. Agli agenti che lo ascoltarono in ospedale, il cittadino somalo aveva raccontato di essere stato aggredito e malmenato da Camara, mentre quest’ultimo aveva riferito di essersi difeso da una spedizione punitiva per l’accoltellamento di due anni prima. Il somalo aveva sicuramente un coltello quella sera perché lo vide la consigliera regionale Giulia Mario, che in quel periodo stava conducendo un’inchiesta giornalistica sulla marginalità in città e che si trovava in piazza Boves quella sera: “Stavo parlando con Camara quando si avvicinò l’altro uomo, mi guardò male ed estrasse il coltello, io mi rifugiai all’interno del pub”, ha riferito in aula.
Camara, che aveva il divieto di avvicinamento, avrebbe dovuto allontanarsi dalla piazza ma rimase lì ancora per alcune ore, sicuramente fino alle due di notte, quando le telecamere stradali ripresero parzialmente lo scontro tra i due uomini. Immagini che raccontano di un inseguimento reciproco con il cittadino somalo che teneva in mano qualcosa, forse proprio il coltello visto dalla Marro e con cui fece un taglio di lieve entità sulla guancia di Camara, e quest’ultimo che a più riprese viene immortalato mentre lanciava bottiglie raccolte dal cestino dei rifiuti vicino al locale e pezzi di porfido raccolti da terra. Un ultimo lancio avrebbe colpito la vittima facendola cadere a terra: “Mi avvicinai per aiutarlo a rialzarsi - ha detto in aula l’imputato -, gli tolsi il coltello (che poi conservò e consegnò agli agenti quando fu medicato in pronto soccorso) e gli dissi di smetterla, di fare pace, che ero venuto in Italia per cambiare la mia vita”.
Le immagini mostrano i due che parlano ancora un po’ e poi si allontanano in direzioni opposte. Per l’avvocata di difesa Veronica Cielo, che ha chiesto l’assoluzione di Camara, quelle immagini testimoniavano la coerenza del racconto del suo assistito, che aveva sempre sostenuto di essersi difeso dall’aggressione armata dell’altro, oltre a dimostrare che il lancio di oggetti da parte di Camara non dimostrava la volontà di sfregiare l’altro. Una ricostruzione accolta dai giudici che hanno escluso l’ipotesi più grave e lo hanno condannato per lesioni aggravate a due anni e dieci mesi, disponendone l’espulsione a pena espiata.