editoriale

Premi Nobel giusti e Nobel discutibili, se la storia non riesce a insegnare

Pillay e Scholes/Merton, il doppio binario dell’amministrazione Usa

Davide Sacchetto 25 ottobre 2026

Cuneo

È passata qualche settimana dall’annuncio dell’assegnazione del Premio Nobel per la pace a Navi Pillay, già Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e membro della Corte di Giustizia Internazionale dal 2008 al 2014. Come è noto, il presidente Trump e il suo omologo israeliano Netanyahu non hanno gradito la scelta, caduta su una persona che ha guidato l’inchiesta delle Nazioni Unite su Gaza, parlando apertamente di genocidio, e che, per tutta la vita, si è spesa per il diritto internazionale come argine alla prepotenza del più forte.

In molti hanno giustamente sottolineato l’importanza di questa assegnazione e il prezioso segnale dato dal Comitato per il Nobel norvegese, particolarmente significativo in tempi nei quali anche solo parlare di pace e di diritto internazionale pare essere visto, da alcuni, come una provocazione.

Certamente, nulla vieta di non condividere le scelte sulla attribuzione del prezioso riconoscimento (anche se, in questo caso, il profilo della vincitrice pare quanto mai degno); quello che lascia perplessi, però, è che, in passato, non sono mancati riconoscimenti di altri Nobel, come quello per l’economia, che, quanto meno a posteriori, qualche osservazione l’avrebbero meritata.

Un caso emblematico è stato quello del Nobel per l’economia che, nel 1997, venne assegnato a Myron Scholes e Robert Merton per aver sviluppato uno strumento (allora rivoluzionario) per operare nei mercati finanziari, vale a dire un’equazione per determinare il valore delle opzioni sulle azioni. Chi compra una opzione nel mercato azionario si garantisce il diritto di acquistare un certo titolo in una data precisa a un determinato prezzo; sostanzialmente, si tratta di una scommessa. Merton e Scholes attraverso le loro ricerche, ritenevano di avere elaborato un modo di calcolare il valore di quella scommessa.

L’elaborazione di formule e strumenti come questi determinò l’esplosione del mercato dei titoli derivati che, di lì a poco, cominciò a provocare notevoli problemi alla finanza e all’economia globale, fino alla crisi del 2008. Scholes e Merton non erano solo dei teorici. Negli anni Novanta avevano costituito uno dei più grandi fondi di investimento al mondo, la LTCM che, dopo un inizio folgorante, nei quali aveva garantito utili favolosi ai propri investitori, realizzati attraverso scommesse sui titoli di Stato, dovette affrontare una crisi durissima nel 1998. I modelli commerciali e matematici sui quali era costruita l’operatività del fondo, come si appurò in seguito, erano sbagliati o, meglio, erano esatti fino a quando non fosse capitato qualcosa di imprevisto. Come qualsiasi economista dovrebbe sapere, però, l’imprevisto è all’ordine del giorno. L’ingenuità dei quotatissimi studiosi era stata costosa e pericolosa: l’enorme debito accumulato, di oltre centoventi miliardi di dollari, rischiava di destabilizzare Wall Street e, con quest’ultima, l’intero mercato finanziario globale. Le istituzioni americane del tempo si affrettarono a organizzare il salvataggio del fondo e il peggio venne scongiurato o, sarebbe meglio dire, rimandato di qualche anno. Quello che, però, avrebbe dovuto essere chiaro, era che il Nobel del 1997 aveva conferito ai modelli matematici elaborati da Scholes e Myron una dignità scientifica che, a sua volta, aveva generato un immotivato senso di sicurezza nella gestione dei fondi.

Nessuno, neppure a disastri avvenuti, ha mai sollevato il minimo dubbio sulla assegnazione del premio Nobel del 1997, neppure quando, nel 2005, la LTCM venne accusata di essersi sottratta dal pagamento di imposte sui profitti attraverso il ricorso a società con sede in “paradisi fiscali”.

Tra il 1997 e il 2005 Donald Trump non era il presidente degli Stati Uniti, c’erano Bill Clinton e George W. Bush. L’amministrazione americana di quel periodo ha avuto pesanti responsabilità nei collassi finanziari di quegli anni, così come quelle successive hanno avuto il grave demerito di non essere intervenute, come avrebbero potuto e dovuto, per risolvere i problemi e i rischi legati alla speculazione. Nulla di tutto questo è stato fatto e, certamente, in pochi si aspettano che intervenga in tal senso l’attuale presidente. L’amministrazione americana pare faticare a imparare la lezione o, quanto meno, a correggere il tiro come, invece, hanno fatto, viste le recenti assegnazioni, i Comitati per i Nobel.


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