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editoriale

Ogni persona umana è immagine divina e merita totale rispetto

“Restiamo umani” quando ci troviamo a manifestare o a contenere le manifestazioni, anche quelle di questi giorni, e inventiamo nuove strade di dialogo

Angelo Fracchia 25 ottobre 2026

Cuneo

La torre del municipio di Limoges, avvolta dalle fiamme, crolla in una nuvola di scintille, e l’immagine colpisce più degli scontri, dei lacrimogeni, degli idranti sparati contro ragazzi. D’altronde, ero poco più vecchio di loro quando mi stupivo di come il crollo del ponte vecchio di Mostar mi facesse più male di sapere delle centinaia di migliaia di persone uccise lì intorno. I simboli ci mobilitano, ci parlano, anche perché permettono di essere semplificati, resi omogenei e assimilati pienamente. Le persone, invece, sono sempre sfuggenti e sfumate, mai perfettamente come le vorremmo.

Anche perché poi quelle immagini, e quelle degli scontri a Torino, si mescolano con quelle di Milano, a margine di una manifestazione contro il carovita, ma dove gli arrestati sono in grandissima parte minorenni e dove le devastazioni sono state ancora più gravi. Insieme, restando ai simboli, c’è quello potente di alcuni docenti di Torino che, pur facendo parte di ciò che si contesta, si interpongono tra studenti manifestanti e polizia, per provare ad impedire cariche e danni.

Da fuori, possiamo scandalizzarci per le devastazioni immotivate, per l’evidente incoerenza di rivendicare strutture migliori e intanto distruggerle dove ci sono, per la chiara ricerca della violenza fine a sé stessa da parte di alcuni manifestanti (e c’è anche chi dice che alcuni non siano neppure studenti). Più in profondità, possiamo ammettere che alcune delle motivazioni delle proteste sono fondate, benché questo non giustifichi la violenza. E riconosciamo che nei nostri ambienti, persino all’interno di ognuno di noi, tende ad albergare uno dei due estremi: la condanna delle violenze a prescindere dal resto o la giustificazione delle proteste nonostante ciò che vediamo. È dinamica che conosciamo fin troppo bene anche nelle polemiche politiche dei nostri anni: è difficile schierarsi dalla parte degli ucraini aggrediti senza smettere di vedere l’umanità dei soldati russi, è faticosissimo puntare il dito contro le immani sofferenze e tragedie vissute dai palestinesi senza comprendere anche la paura degli israeliani, solitamente non riusciamo a difendere il diritto al movimento e alla ricerca di felicità dei migranti senza dimenticare che possono portare anche nuove tensioni e fatiche. È molto più facile scegliere un campo o l’altro, demonizzando o schernendo chi non la pensa come noi.

Il mondo biblico, lo abbiamo già fatto notare, viene da un contesto culturale che agevolerebbe un’impostazione mentale del genere, nettamente divisa tra bene e male, tra bianco e nero. Su quello sfondo, però, si muove una realtà diversa: si può gioire per una vittoria impensata e nel frattempo intenerirsi per il lutto degli sconfitti (Gdc 4-5), indicare il percorso dell’elezione e scelta divina senza smettere di guardare con tenerezza coloro che ne restano esclusi (Sara e Agar, Giacobbe ed Esaù, Rachele e Lia...). Si può, come nelle parole del Battista, invocare uno stile umano duro e rigoroso e insieme non chiedere di cambiare vita a pubblicani e soldati (che oggi chiameremmo servi venduti al potere), ma solo di moderare le proprie richieste a ciò che è giusto. Se vogliamo, è ciò che evoca Gesù stesso quando invita a essere «prudenti come serpenti e semplici come colombe» (Mt 10,16) o quando si lamenta che «i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8).

Se ci venisse chiesto di seguire in modo letterale delle regole, sarebbe facile: qualcuno non ci riuscirebbe, ma gli altri saprebbero di aver fatto il proprio dovere, come delle macchine. Ma fin dall’inizio della Bibbia Dio pone di fronte a sé degli esseri umani a sua immagine e somiglianza, chiamati a comprendere, a creare, a inventare strade buone, a studiare e indagare. Proprio l’altissima dignità dell’essere umano offre semmai il criterio ultimo con cui avventurarsi nella comprensione e discernimento delle vicende della storia: la vita umana resta sempre al centro, ogni persona umana è immagine divina e merita totale rispetto, nelle sue speranze e timori, nei suoi progetti e aspirazioni, persino nei suoi sbagli ed eccessi.

“Restiamo umani” quando ci troviamo a manifestare o a contenere le manifestazioni o a parlarne e valutarle, e inventiamo le strade perché ogni umanità possa esprimersi al meglio, in armonia con gli altri.


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