Il trauma è l’evento più personale che esista, eppure è anche collettivo. È personale perché infrange la storia di quella persona, modificandola da un attimo all’altro. In un secondo cambia la sua traiettoria di vita, non è più quella di prima.
È collettivo perché la nostra storia di esseri umani, da millenni, è segnata dal trauma.
Ci sono traumi naturali, come le carestie, le alluvioni, lo tsunami. E traumi per mano umana, come le guerre. Il nostro secolo ne porta i segni: le guerre mondiali, la Shoah, le guerre che sono in corso oggi. Ogni volta, la storia del trauma e le storie di trauma si intrecciano.
In terapia chiamiamo “T grandi” gli eventi deflagranti che in un attimo hanno il potere di infrangere le barriere di protezione del sé. Alcuni hanno un inizio e una fine in un istante brevissimo: lo schianto in un incidente stradale, una caduta fatale in montagna, un infortunio sul lavoro, un lutto traumatico. Un momento e la vita si spezza in un prima e un dopo.
Sono eventi che hanno una forza dirompente: la mente non riesce a contenerli e così spesso usa meccanismi di difesa massicci come la disintegrazione post traumatica, che congela i ricordi e li tiene in una zona isolata del cervello.
Poi c’è un altro livello. Quando l’esposizione al male non è un singolo istante, ma è ripetuta nel tempo: maltrattamenti, umiliazioni, trascuratezza, violenze che si ripetono. Lo chiamiamo trauma complesso. Non è un singolo colpo, è un’erosione.
Di recente, la psichiatra palestinese Samah Jabr ha introdotto un concetto che trovo fondamentale: il trauma infinito. Il trauma da guerra non è solo una somma di T grandi, non è solo trauma complesso. È entrambi, insieme, senza sosta. Un accumulo che non concede tregua, erode lentamente, goccia a goccia, e diventa qualcosa di così pervasivo che neanche lo si riconosce più come straordinario.
Cosa fa il trauma, dentro?
Infrange la barriera di protezione del sé. Genera shock. Per permetterci di sopravvivere, crea una separazione. Una dissociazione tra una parte emozionale, che resta congelata, intrappolata nei ricordi traumatici, e una parte pratica, quotidiana, che continua a funzionare, ad andare a lavoro, a fare la spesa. Ce lo ha ricordato con forza il fotografo Nicolò Filippo Rosso, che il 7 ottobre al Cinema Monviso, ha presentato le sue fotografie di popolazione sudamericane in fuga dalla guerra. Diceva di essere rimasto colpito da come le persone costrette a migrare e ad abbandonare la propria terra, che lui ha seguito per lungo tempo stando loro fianco a fianco, spesso scherzino, minimizzino il proprio dolore. Non è indifferenza. È dissociazione.
La dissociazione è un meccanismo di tutela potentissimo. Corrisponde al principio più antico del nostro organismo: evitare il dolore quando è massiccio, insostenibile. È un ottimo meccanismo di difesa nei momenti di massima vulnerabilità, perché ci permette di sopravvivere. Il problema è quando quel meccanismo, nato per salvarci, resta acceso e ci impedisce di tornare a vivere davvero.
E qui arriva la domanda : si rinasce dal trauma?
Per fortuna la nostra mente, come le ossa, è incline alla guarigione. Sa trovare le risorse di recupero e nel buio punta dritta alla luce, appena questa compare. Come nelle storie che ho raccontato nel libro “Oltrenero: come rinascere dal trauma con l’Emdr”, a partire da mio nonno Giacomo, rimasto orfano nel 1918 a nove anni, quando l’epidemia di spagnola gli portò via entrambi i genitori. È rinato grazie a un gesto di generosità che ha interrotto la catena della perdita.
E poi la storia di Marco, che attraverso la sua grande spinta vitale è riuscito a superare i limiti causati da un grave incidente e si è riadattato ad una nuova quotidianità. E Fabrizio, il cui nonno è stato in un campo di concentramento, un’eredità pesantissima, di cui grazie alla terapia Emdr è finalmente riuscito ad alleggerire. Aldo, dopo un severo infortunio, ha ritrovato una nuova energia e ha rimettendo in moto la vita. Storie diverse, ma che ci dicono la stessa cosa: oltre il trauma si può andare.
Ne parleremo nel dialogo con Gigi Garelli giovedì 29 ottobre alle ore 18 all’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo e sarà anche la prima presentazione cuneese di “Oltrenero”. Un’occasione per tenere insieme la storia personale e la storia collettiva.