cuneo

Il primo Premio San Michele a Liliana Cavani per il suo racconto di San Francesco come portatore di pace

Il riconoscimento consegnato a Roma da don Carlo Sebastiano Vallati, vicario della diocesi Cuneo-Fossano e da Cristina Clerico, assessore alla cultura del Comune di Cuneo

Cristina Clerico, Carlo Sebastiano Vallati 25 ottobre 2026

Cuneo

Nell’ottavo centenario del transito di San Francesco, la Diocesi di Cuneo-Fossano e la Città di Cuneo hanno istituito il primo Premio San Michele. A Cuneo c’è un complesso monumentale importante dedicato a San Francesco e i francescani sono stati significativi per la nostra città, il premio è andato a Liliana Cavani, regista, personaggio di spicco del cinema italiano. L'assegnazione è motivata dalla ripetuta frequentazione da parte della regista della figura di Francesco d’Assisi, cui è dedicata l’edizione di quest’anno della rassegna “Il territorio si racconta”. Il Premio è stato consegnato a Roma da don Carlo Sebastiano Vallati, vicario della diocesi Cuneo-Fossano e da Cristina Clerico, assessore alla cultura del Comune di Cuneo. Si tratta di un’opera di Elio Garis dal titolo “In volo”. L’intervista a Liliana Cavani che segue è quella presentata mercoledì 21 ottobre al Cinema Lanteri prima della proiezione del film “Francesco”.

Come ha conosciuto Francesco e perché è diventato così significativo per lei?

È stato un caso: io vengo da una famiglia atea, nonostante abbia frequentato molti cattolici. Quando ero a Roma, ogni tanto tornavo a casa a Carpi di Modena e nel viaggio mi fermavo a Bologna, dove cambiavo treno. Lì c’era una bancarella con molti libri antichi, dove una volta ho comprato un volume del 1893 di un medievista molto importante, Paul Sabatier (“Vita di San Francesco d’Assisi”, ndr). Era un vecchio libro che ho letto in treno e trovato molto interessante perché raccontava una visione di san Francesco del tutto nuova, importante e bellissima.

Ad un certo punto, poi, ho vinto un concorso per dirigenti della Rai, ma siccome non volevo entrare, ho iniziato a lavorare con Guglielmi (Angelo, ndr), e ad occuparmi di storia. Guglielmi allora dirigeva il secondo canale e, dopo l’episodio di Bologna, gli ho chiesto di fare un film su San Francesco. Lui mi aveva detto di non avere il budget per questo, ma abbiamo comunque deciso di farlo, anche se “povero”. Però ci ha creduto, gli ho fatto leggere il testo che l’ha molto colpito.

Così è nato “Francesco”. Giriamo il film e contemporaneamente esce “I Pugni in tasca” di Marco Bellocchio. In quel film c’era un attore bravissimo e io cercavo un attore; ma non avevo ancora visto quel film perchè era in fase di montaggio. Però poi lo vedo insieme ad altri, e il fatto stesso che non avessi visto il film e che lo abbia scelto lì, in quel contesto, è molto importante, perché lui aveva un viso molto nuovo e particolare che mi è piaciuto.

La troupe contava penso sei o sette persone, non di più. Quindi il film è nato proprio con pochissimi soldi; per fortuna lui era bravo e io non avevo dietro promesse, ero libera, e il film è nato quindi con spontaneità. Ci abbiamo creduto tutti, abbiamo chiamato attori del teatro di Perugia ed è stato molto bello. Abbiamo fatto tutto questo in cinque settimane, non di più.

Quindi la prima visione è stata caratterizzata dalla povertà. Pensando a quella dell’89, invece, quando l’ho vista avevo 18 anni e mi ha colpito la questione della drammaticità. Ero abituato a versioni un po’ più “pastellate” di Francesco, quindi volevo chiederle: come mai questa visione più “drammatica” di Francesco?

E perché ha scelto Mickey Rourke come attore?

Mi era piaciuto molto ne “L’anno del dragone”, anche se diventò famosissimo con un altro film precedente. Era un bravissimo attore di teatro. Sono andata a trovarlo quando stava girando un film a New York sull’oceano ed era inverno. C’era solo un albergo aperto per la troupe che stava girando questo film, e lui si è liberato alle 10 di sera per incontrarmi. Abbiamo incominciato a parlare e, siccome c’era solo una sedia e un tavolo, ci siamo seduti sulla moquette per terra. Mi ricordo ancora che lui cercava una sigaretta ravanando in una sacca proprio “da due soldi”, ma era così semplice. Per me era già Francesco. Poi è venuto a Roma insieme a suo fratello che aveva una grave malattia che necessitava di costante cura e presenza di una persona. Allora Rourke l’ha portato con lui a Roma e ha dato un’interpretazione molto bella. Lui è venuto una settimana prima a lavorare al personaggio e al progetto. Era di famiglia irlandese e conosceva San Francesco in quanto cattolico e si è totalmente preso dal personaggio: mi ricordo che una mattina ero andata un po’ prima sul set perché avevo voluto cambiare una lunga battuta che lui doveva dire. Quindi ero arrivata in anticipo, vado alla roulotte che era vicino alla sua e lo vedo che girava intorno biascicando quella lunga battuta per farla sua. Quindi ho capito che si era appassionato molto.

Nella sua filmografia lei ha toccato più volte il tema della violenza e della guerra. Francesco è diventato uomo di pace anche perché ha conosciuto la guerra; quindi in che modo Francesco oggi può dire qualcosa riguardo questa situazione complicata?

Diciamo che il primo che capì Francesco è Dante Alighieri, che gli ha dedicato mezzo canto, credo sia l’undicesimo. Francesco ce l’aveva proprio con la guerra. Lui ci è andato in un certo momento della vita, e lì ha visto come si uccide. La guerra non di “sparo”, ma di “lame”, è una macelleria pura. Questo l’ha impressionato, e da allora aveva capito che la pace è la cosa fondamentale. E a chi lo voleva seguire diceva “andate e parlate di pace”.

C’è il modo di riuscire sempre a parlare di pace, se si vuole. Lui fu veramente impressionato dalla guerra e questo è sempre stato poco notato da chi parla di Francesco: non è che lui si sia svegliato una mattina dicendo “bisogna parlare di pace”. No, lui era figlio di un commerciante ed evidentemente non ha mai avuto voglia di fare quel lavoro. Quindi, ha stravolto la sua vita e il suo programma è diventato proprio parlare di pace, trovare e raccontare la bellezza della pace e dell’amore, perché non ci si può massacrare. Ecco questo era il suo discorso, ed è un discorso importantissimo.

Adesso, poi, che siamo pieni di bombe atomiche, cosa siamo diventati e cosa stiamo diventando? Sappiamo quello che succede con queste bombe atomiche? Noi non abbiamo idea, non ci fanno vedere niente. Allora, Francesco che ha questo disgusto per la guerra che è inumana, è senz’altro il profeta della pace più di tutti, perché ha considerato andare a parlare di pace il suo programma di vita.

La guerra non ci può essere! Non ci può essere neanche la lite, perché ci si deve mettere d’accordo. Uno che scrive il Cantico delle Creature e che ringrazia Dio dell’acqua, del sole, eccetera è tutto l’opposto di quello che accade poi nella realtà.

Quest’anno il 31 dicembre, Cuneo ospiterà la marcia nazionale della pace; per noi è particolarmente significativo anche nell’ambito di questo appuntamento il Premio San Michele legato a San Francesco e al tema della Pace.

Volevo ancora chiederle riguardo la presenza di Chiara.

La presenza di Chiara è importantissima, perché anche lei non è una che si fa “gestire”. Evidentemente siamo in un’epoca in cui le donne si devono proteggere, però, lei e le sue compagne andavano a lavorare e condividevano con i poveri il cibo, non stavano sempre in chiesa in ginocchio; e questo non capisco perché non si dica.

Portavano cibo a chi aveva bisogno, e quindi dovevano lavorare, ma per lavorare dovevano fare una vita anche “normale”, non dovevano sempre star sempre in chiesa. È preghiera anche il lavoro.

E allora, questa Chiara non è stata capita molto bene in quel momento, è stata più compresa nel tempo.

Il Papa dei suoi tempi, (Papa Innocenzo IV, ndr), quando era moribonda le diede il diritto di vivere nella totale povertà, anche se lei non potè più usarlo perché era malata, ma ottenne la sua benedizione e la conferma definitiva della povertà assoluta per il suo ordine: l’ordine delle suore Clarisse.

Che cosa pensa di aver lasciato, con la sua filmografia, alla cultura? Come pensiero, come eredità, come patrimonio che noi possiamo accogliere. Che cosa voleva far passare?

Neanche un pensierino. Io ho fatto il mio lavoro perchè mi piaceva e perché imparavo delle cose, ma non ho nessuna visione futura su che cosa faranno e su cosa importa alla gente.

Sicuramente se siamo qui è perchè ha lasciato qualcosa.

D’accordo. Sono andata in tanti posti sempre a parlare di Francesco, però la cosa interessante è che l’esperienza di Francesco è sempre moderna e importantissima; la pace è importantissima e sarebbe da studiare a scuola.

La cultura della pace dovrebbe essere insegnata, ma non fanno vedere niente. Questi documentari dovrebbero servire a “vedere”: io ho visto, ad esempio, aprirsi tanti lager. Ma invece adesso che siamo abituati che il telegiornale parla sempre solo di guerra, ci rendiamo conto che la cultura della pace sta facendo cilecca. Noi creiamo dei leader da manicomio, proprio l’antipodo di Francesco, e la comunicazione non aiuta: la comunicazione fatta da televisione, fatta dai giornali non ha il progetto di dire “insegniamo la pace, “lavoriamo sulla pace”.

Tutti quelli che un tempo filmavano rischiando la pelle in quanto in zone di conflitto non vengono visti, neanche a scuola. Non dico alle elementari, ma agli ultimi due anni del Liceo bisognerebbe vedere la Seconda guerra mondiale. E invece non accade niente. E allora è anche avvilente, perché io ho lavorato per niente, nel mio piccolo.

Parliamo di Francesco, ma nessuno punta il dito sul valore etico di Francesco in questo suo battersi, con il suo modo di essere e con la sua pazienza, per la pace e per la cultura della pace, perché questo non è mai centrale e io non capisco perché.

La ragione per cui la Città e la Diocesi hanno voluto istituire questo premio quest’anno è esattamente questo: il valore che diamo al tema della pace, che si fonda proprio sul dialogo, sul rapporto e lo sguardo tra persone. Nel suo lavoro abbiamo visto una fotografia ideale di uno sguardo sull’umano che racconta la relazione e lo fa senza ipocrisia e in libertà. Io l’ho scoperta con “Francesco” al Liceo, perché lo ricordo nel programma scolastico, quella data al cinema e la sensazione che mi trasmise era di un racconto libero su un umano, anche tormentato e quindi antieroe, il vero e profondo uomo che pone in relazione le creature.

E questo ricordo a noi è rimasto, a una generazione intera, quindi il suo lavoro ha lasciato un segno potente e importante, e quando siamo arrivati a confrontarci sulla prima persona a cui consegnare il Premio, la proposta di insignire lei di questo premio ci ha trovato subito totalmente d’accordo, sia per il rapporto che abbiamo visto col tema del dialogo che è la base della pace, sia in quanto donna, perché a nostro avviso abbiamo immaginato che fosse particolarmente importante partire da un’intellettuale donna di cultura, che aveva raccontato l’umano in un modo ideale e lo aveva fatto in piena libertà, anche di raccontarne le fragilità, così da avvicinare.

E quindi le chiedo: lei ha da subito compreso che stava in realtà avvicinando il tema della pace nel suo racconto di Francesco?

Le rispondo così. Quando ho girato il mio documentario “La donna della Resistenza” sono venuta in Piemonte per filmare una persona che aveva perso praticamente tutta la famiglia. Quel documentario dovrebbe essere sempre proiettato durante la festa della donna, perché quelle donne hanno rischiato la pelle: una è finita in un lager, un’altra è stata fucilata. È veramente indegno che non ci sia questo ricordo delle donne che hanno fatto la Resistenza. E stiamo sempre parlando di pace, cioè di chi combatte per la pace.

Premio San Michele Liliana Cavani San Francesco Pace