“Ci volete in silenzio, ma siamo il futuro che fa rumore”. Il cartello nelle mani di una giovane ragazza per le vie di Milano rende chiaro il messaggio delle manifestazioni che in questi giorni attraversano le città italiane e prima l’Europa, dalla Spagna alla Francia fino all’Albania.
Sa quasi di retorica prendere posizione contro la violenza, i saccheggi e le barbarie di certe devastazioni che si sono consumate durante i cortei. Ma è comunque doveroso. Il porre, però, come fanno la maggior parte dei mezzi di comunicazione, solo l’attenzione su quegli aspetti, rischia di orientare il nostro giudizio su cosa sta avvenendo davvero e sulla generazione giovanile e di non andare al cuore delle questioni.
Invece, è urgente provare a capire quanto sta accadendo con uno sguardo capace di riconoscere la complessità delle situazioni e di interrogarsi sulle responsabilità del mondo adulto.
Il cartello sottende chiaramente la domanda che non vogliamo farci perché la risposta è troppo complessa, su quale futuro stiamo consegnando ai nostri figli e su quali schemi stiamo imponendo loro. Non ci domandiamo se la protesta violenta usata sia la risposta a una stessa società violenta che abbiamo loro imposto, dove i conflitti armati crescono e le uniche politiche in espansione sono quelle del riarmo, a discapito dello Stato sociale che arretra proprio dove sarebbe necessaria una presenza pubblica più forte. E la risposta anche delle istituzioni sembra non andare oltre: non si danno soluzioni alla precarietà a cui si costringono i nostri giovani, senza offrire opportunità e speranza, ma si risponde militarizzando le città e aumentando la repressione. Sarebbe, invece, il nostro compito quello di contrastare la violenza, l’aggressione alle persone, la distruzione dei beni comuni delle città e la violazione dei diritti altrui, senza abbandonare i giovani e soprattutto senza fermarsi alla sola condanna, e trasformare il conflitto in occasione di confronto.
La legittima protesta democratica, la rivolta pacifica non è solo da controllare, o peggio ancora da silenziare, è un valore da insegnare come forma di emancipazione e di partecipazione responsabile. Da educatori non può sfuggire alla nostra attenzione che le piazze di questi giorni ci restituiscono anche un’immagine diversa da quella cui releghiamo il mondo giovanile di oggi: ragazzi chiusi nelle proprie stanze, attaccati ai loro schermi, poco interessati alla vita sociale e politica, assolutamente indifferenti alle grandi questioni del nostro tempo. Le migliaia di giovani che sono scesi in strada pacificamente, si sono mossi insieme, hanno manifestato per la scuola, il lavoro, la pace, l’economia e il futuro della società, quella società che dovrebbe essere la loro eredità. Possiamo condividere o meno le loro rivendicazioni, ma dobbiamo riconoscerli come interlocutori credibili e dobbiamo ravvisare che questa mobilitazione esprime un desiderio di esserci, di partecipare e di far sentire la propria voce. La stragrande parte di loro lo ha fatto in modo pacifico, prendendosi cura di ciò che appartiene a tutti e riconoscendo, di nuovo e finalmente, nella manifestazione un diritto democratico, una possibilità di responsabilità. È un’esperienza importante anche dal punto di vista educativo, perché permette di scoprire che la partecipazione alla vita sociale richiede consapevolezza, rispetto e attenzione al bene comune.
Le piazze di questi giorni consegnano a chi ci governa il compito di affrontare in modo non ideologico e demagogico i problemi e non solo di reprimere e contenere la protesta. Ma, soprattutto quella parte dei contestatori violenti, consegnano a tutti un grande dovere, quello di cercare di incontrare i giovani prima che il disagio si trasformi solo in rabbia e frustrazioni, costruendo con loro relazioni di confronto e di spazi significativi e offrendo opportunità di crescita e di responsabilità singola e collettiva. Anche la rabbia, quando viene riconosciuta e accompagnata, può diventare occasione per comprendere meglio sé stessi e ciò che si ritiene ingiusto, non addomesticando, ma imparando a esprimere il dissenso per lavorare per un futuro migliore. Non chiedendo ai giovani di adattarsi a noi e alla società che abbiamo costruito, e di cui ci lamentiamo ogni giorno, di rassegnarsi al tanto è così, ma domandandoci che cosa possiamo fare noi per spezzare l’esclusione, andando a rompere i meccanismi che espellono. Insomma, dobbiamo oggi più che mai avere il coraggio di interrogare il potere, le istituzioni e i modelli culturali dominanti per consentire ai giovani di rendere possibile il loro desiderio di cambiare il mondo, non dando solo fiducia ma instaurando un’alleanza per farlo insieme a loro. E di cambiarlo in meglio.