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A Bedoria, tra fascine, pane e ricordi un forno torna a vivere per fare comunità

Posta in Valle Stura, a circa 738 metri di altitudine, questa piccola frazione di Gaiola torna a riempirsi di gente d'estate

Cinzia Dutto 24 ottobre 2026

Bedoira

Oggi è un giorno speciale per me. Dopo tanti anni qualcuno ha deciso di riaccendermi.

Prima li ho sentiti, iniziava ad esserci aria di festa. Poi, quando hanno aperto il coperchio, erano tutti lì, prima pochi, poi tantissimi.

Hanno iniziato a preparare le fascine e mi hanno acceso il giorno prima. Non mi sembrava vero: tornavo ad essere parte della comunità. Qualcuno si domandava se avrei ancora scaldato come un tempo, se tutto quello che era stato preparato per essere cotto sarebbe entrato, se sarebbe andato tutto bene e intanto i bicchieri si sfiorano con un tintinnio.

Dormivo da parecchi anni, mentre in un tempo passato ogni settimana, o ogni quindici giorni, qualcuno mi svegliava e io, pronto e ligio al dovere, mi scaldavo e cuocevo il pane, un pane differente a seconda di chi mi utilizzava e della sua ricetta. Si cuocevano pagnotte con le farine più diverse: segale, castagne e quella che si poteva permettere la famiglia che mi utilizzava.

Di me si ricorda bene Giuseppe, classe 1934, il residente più anziano di questa piccola frazione montana. Lui è nato e vissuto sempre qui. Si ricorda quando partiva a piedi e andava a scuola nel paese vicino. Racconta di tanta neve, di animali presenti nelle stalle e di una vita a polenta e castagne che non mancavano mai nella dieta quotidiana. Pasti poveri, spesso arricchiti con il latte delle bestie nella stalla.

Le castagne erano un bene prezioso, i castagneti si curavano, i loro frutti si conservavano e si essiccavano con il fuoco nei seccatoi, che spesso si trovavano nei boschi. Poi venivano messe in un sacco e battute per liberarle dalla buccia, diventando un alimento prezioso per sostenere la famiglia durante l’inverno.

Lo sento raccontare di quando un ufficiale tedesco lo aveva accompagnato a vedere le mitragliatrici pronte per essere usate contro i partigiani. Aveva dieci anni e non capiva. Quelle armi lo affascinavano senza sapere a cosa sarebbero realmente servite.

Quando i partigiani fecero saltare il ponte dell’Olla per non far salire i tedeschi, lui c’era e si ricorda del piccolo ponte di legno, improvvisato in seguito per permettere alle famiglie di continuare a raggiungere il paese e fare acquisti.

Lui lo conosco bene, mi ha utilizzato per tanti anni con la sua famiglia. Ai tempi c’era una regola. Il primo che metteva la fascina era anche quello che mi avrebbe utilizzato per primo. Poi, man mano, a turno passavano tutti, ma erano le fascine a dare l’ordine.

Le sue mani da manovale, mestiere iniziato quando era ancora molto giovane, lo hanno accompagnato fino ad oggi che, ormai in carrozzina ma con una mente brillante e piena di ricordi, è felice che io sia tornato ad accendermi.


Ha visto la frazione dove è nato cambiare, riempirsi di facce nuove, animarsi d’estate e rimanere più silenziosa d’inverno, come succede ancora oggi.

Intorno a me, però, le voci continuano. Ascolto quella di Stefano.

Anche lui qui ci è nato, nella stessa casa nella quale vive ancora oggi. Se n’è andato soltanto per quattro anni, poi è tornato. Forse perché, quando un luogo è davvero casa, prima o poi la strada per tornare si trova.

Stefano ricorda una vita fatta soprattutto di campagna. Ricorda i castagneti, che non erano boschi lasciati a se stessi come può capitare di vedere oggi: le piante venivano curate, potate, seguite. Ricorda gli inverni con tanta neve e ognuno che si apriva la propria stradina.

Da bambino erano quattro o cinque ragazzi. Si giocava con pochissimo e d’estate si andava al pascolo. La sua famiglia non aveva mucche, perché sua mamma era rimasta vedova molto giovane, ma lui partiva insieme agli altri bambini che gli animali li avevano.

Per andare a scuola percorreva circa un chilometro e mezzo a piedi all’andata e altrettanto al ritorno. Anche d’inverno. Anche con la neve. Qualche volta mangiava all’asilo dalle suore e poi tornava a casa.

Negli anni Cinquanta, racconta, qui potevano esserci una ventina di famiglie.

D’estate, però, succedeva qualcosa che ancora oggi, in parte, si ripete: arrivavano le persone che vivevano altrove e la frazione si riempiva. Stefano ricorda giornate con settanta, ottanta persone. C’erano anche diversi genovesi che trascorrevano qui la bella stagione.

Lo ascolto mentre racconta di me e mi sembra di tornare indietro. Ogni famiglia preparava il proprio pane. Il primo che doveva utilizzarmi portava più fascine perché aveva il compito di scaldarmi; quello che arrivava dopo ne portava meno perché trovava ancora le mie pietre calde. La volta successiva i ruoli si invertivano. Qui non c’erano negozi, nemmeno osterie, è una frazione troppo piccola. Stefano ricorda che passavano gli ambulanti con gli alimentari, quelli che vendevano vestiti, passava lo stagnino. Arrivava persino chi rifaceva i materassi di lana. Quando serviva, più famiglie si mettevano d’accordo e lo chiamavano.

Nella borgata poco più sotto c’era invece una piccola bottega: alimentari, tabacchi, un po’ di tutto. Per chi viveva quassù era un punto di riferimento. Ma si comprava il minimo indispensabile.

Stefano ricorda i suoi nonni che portavano il grano raccolto durante la mietitura al mulino a pietra. Tornavano con la farina, che in alcuni periodi veniva poi portata a un forno più a valle. Una volta alla settimana qualcuno partiva in bicicletta per andare a prendere il pane.

Quando in famiglia si era soltanto in due o tre, accendermi per una grande infornata aveva sempre meno senso. E forse è cominciato così, lentamente, il mio silenzio.

Prima, però, c’erano giorni nei quali nessuno avrebbe rinunciato a me.

Uno era il 15 agosto. Prima della festa di San Magno qui si festeggiava soprattutto l’Assunta e io tornavo inevitabilmente al centro della vita della borgata. Dentro di me finivano le cipolle ripiene, i persi pien e le torte dolci.

Chi aveva messo le cipolle voleva controllare che non bruciassero. Chi aveva una torta che stava lievitando non voleva che il mio sportello venisse continuamente aperto. Chissà quante volte li avrò sentiti discutere.

Poi arrivò anche la festa di San Magno. Stefano la ricorda nascere nei primi anni Settanta, quando alcune persone cominciarono a organizzare una piccola festa. In seguito nacque l’idea di costruire un pilone dedicato al santo. Da allora ogni anno il parroco sale per la benedizione e la festa continua ancora oggi.

Tra le voci che sento c’è anche quella di Sandra.

La sua arriva da più lontano, dalla Francia, dove oggi vive, ma continua a tornare qui, nella casa della sua famiglia. Sua mamma era di questa piccola borgata. Poi era partita per l’Inghilterra e successivamente era arrivata a Cannes, dove aveva conosciuto suo padre.

Sandra aveva appena sei mesi quando fu portata qui. Per circa tre anni rimase con una zia e imparò prima l’italiano del francese. I suoi ricordi sono quelli di una bambina.

Ricorda i secchielli con i quali si andava a prendere l’acqua alla fontana perché nelle case ancora non arrivava. Ricorda il bagno fuori, in giardino. E soprattutto ricorda la libertà.

D’estate arrivavano tutti.

I bambini prendevano la bicicletta al mattino e partivano. Dovevano soltanto tornare per mangiare a mezzogiorno. Nel pomeriggio riprendevano la bicicletta e ricominciavano a girare. «Noi eravamo liberi», dice.

Anche Sandra si ricorda di me soprattutto nei giorni dell’Assunta. Sua zia cominciava a preparare già due giorni prima quello che poi sarebbe stato portato qui. A poco a poco arrivavano tutti e intorno a me si riuniva la borgata.

Sandra è cresciuta e la sua vita è continuata altrove. Ma non ha mai smesso di tornare.

Quando le chiedono perché, risponde con una frase che racchiude forse tutto il senso di questo legame: «Quando vieni vecchio è sempre la tua infanzia che ti trascina. Che ti richiama». Forse certi luoghi fanno proprio questo.

Ti lasciano andare, ma tengono un filo.

Poi sento Adriana. Lei è nata in valle. È arrivata da Valloriate nel 1968, da sposa. Si era sposata il 27 aprile e dieci mesi dopo sarebbe nato suo figlio Fabrizio. Il primo bambino che nasceva qui dopo tanto tempo.

Quando arrivò, le strade erano ancora molto diverse da quelle di oggi.

«Erano brutte», racconta. Erano di pietra, non asfaltate.

Adriana continuò per un periodo a lavorare a Borgo San Dalmazzo e faceva avanti e indietro con il pullman. Poi anche qui arrivò l’asfalto.

E nella memoria di Adriana l’arrivo della modernità è legato a un episodio molto più semplice: Fabrizio, suo figlio, ancora piccolo, aveva appena ricevuto un paio di pantaloni nuovi. Stavano asfaltando e lui pensò bene di sedersi proprio sul nero appena steso.

Anche Adriana ricorda che d’inverno c’erano poche persone, mentre d’estate tutto cambiava. Tornavano le famiglie, arrivavano i villeggianti e soprattutto arrivavano i bambini.

Quando lei era già qui io continuavo ancora ad accendermi, ma sempre meno per il pane.

A poco a poco rimanevano soprattutto le feste e le torte.

Poi sempre meno.

Qualcuno continuò ancora per un periodo a preparare il pane. Ancora nella seconda metà degli anni Settanta venivo utilizzato abbastanza regolarmente. Poi una volta al mese, qualche occasione speciale. Una delle ultime volte sono stato acceso nel 2019, per un matrimonio.

Poi ho dormito. Fino ad oggi.

Mentre ascolto Giuseppe, Stefano, Sandra e Adriana e molti raccolti intorno a me, forse capisco perché mi hanno riacceso. Ognuno racconta una frazione diversa eppure è sempre la stessa.

Quella delle castagne e della polenta.

Quella dei bambini che andavano a scuola a piedi nella neve.

Quella dell’acqua presa alla fontana.

Quella delle biciclette lasciate andare senza sapere esattamente dove sarebbero finite.

Quella delle strade di pietra diventate asfaltate.

Quella di chi è rimasto, di chi è partito e ha fatto ritorno, di chi vive lontano ma continua a sentire il richiamo della casa di famiglia.

E quella di chi, invece, è arrivato dopo e ha scelto di fermarsi.

Ora posso finalmente dirvi dove sono.




Sono il vecchio forno di Bedoira, piccola frazione di Gaiola, in valle Stura, a circa 738 metri di altitudine. D’inverno qui il silenzio si sente ancora. D’estate le case si aprono, le voci aumentano e la borgata torna a riempirsi.

Ed è proprio qui che, a questo punto della storia, entro anch’io.

Bedoira è il luogo che ho scelto per vivere. Non ci sono nata, ci sono arrivata per caso e non appartengo ai ricordi più lontani custoditi da questo forno. Sono arrivata molto dopo, ho scelto una casa e sono stata felice di essere accolta da questa piccola comunità che mi ha accettata fin da subito. Quella che ho trovato è una piccola famiglia, ci sono persone che si conoscono, si aiutano, ragazzi giovani, bambini e c’è un senso di comunità che non ho mai percepito altrove.

Forse proprio per questo, il giorno in cui ho visto il vecchio forno tornare ad accendersi, ho capito quanto fosse importante. Non soltanto perché dopo anni era di nuovo capace di cuocere qualcosa.

Ma perché intorno a quel fuoco si sono ritrovate le persone.


Le stesse famiglie di un tempo, i loro figli, chi ritorna soltanto per qualche periodo, chi ha scelto di vivere qui oggi.

Sono certa che verrà acceso ancora.

Ci saranno altre fascine, altre torte, magari di nuovo del pane.

E ci saranno persone ferme davanti al suo sportello a controllare la cottura, a parlare, discutere, ridere e aspettare.

Proprio come una volta.

Perché quel vecchio forno ha ancora un compito.

Tenere insieme le persone.

Fare comunità.


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