A pochi giorni dalle contestazioni, anche violente, di giovani pure minorenni dal mondo cattolico emergono richieste di ascolto.
In particolare i giovani delle Acli raccolgono l’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che giovedì, alla consegna delle insegne ai Cavalieri del Lavoro, ha chiesto di non guardare ai giovani con indifferenza o, peggio, con meschina sottovalutazione.
«È il punto da cui partire – dichiara in una nota Simone Romagnoli, coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli –. In questi giorni si è parlato tanto di quello che è successo nelle piazze e quasi per niente del perché.
Migliaia di ragazzi hanno chiesto scuole sicure, case che si possano pagare, il diritto di studiare senza indebitarsi, la pace. Sono richieste precise. Capire da dove nasce la rabbia non vuol dire giustificare chi ha devastato e saccheggiato, vuol dire non fermarsi a quello».
Romagnoli: adulti che si dimenticano di essere stati giovani
Per Romagnoli il problema riguarda anche chi oggi giudica: «C’è una generazione adulta che sembra aver dimenticato di essere stata giovane. Molti di quelli che oggi chiedono il pugno duro, alla loro età, in piazza c’erano. E qualcuno li ha ascoltati. Oggi guardano i ragazzi dall’alto e li giudicano, invece di chiedersi che Paese gli stanno lasciando. Il caro-affitti, il lavoro precario e le disuguaglianze non li hanno creati i ventenni».
La critica alle misure del Governo
Netta la critica alle misure del governo. «Ai quindicenni lo Stato risponde con il fermo preventivo prima ancora di chiedersi perché fossero in quella piazza – prosegue Romagnoli –. È la risposta di chi ha già deciso di non ascoltare. Serve educazione, non repressione: scuole aperte anche il pomeriggio, educatori di strada, centri di aggregazione, posti in cui i ragazzi si sentano parte di una comunità e non sorvegliati. Se si trovano le risorse per i militari, si devono trovare anche per gli educatori. È una scelta su dove mettere i soldi».
La richiesta delle Acli
“«”Chiediamo alle istituzioni di aprire un confronto vero con gli studenti e con le loro organizzazioni – conclude Romagnoli – e di rispondere con scelte concrete. Dagli alloggi pubblici, agli investimenti nella scuola pubblica, fino al tema del lavoro dignitoso che deve essere garantito alla nostra generazione”.
Don Claudio Burgio, su Vita Pastorale: Non basta punire, serve educare
E sul tema della giustizia minorile interviene su Vita Pastorale di novembre il cappellano dell’Istituto Beccaria, don Claudio Burgio.
Critica il disegno di legge sull’imputabilità dei minori: «La violenza giovanile è una sfida complessa che non può essere affrontata prendendo come modello la giustizia degli adulti».
Burgio commenta i provvedimenti che introducono una presunzione di capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni e rileva il rischio che questa impostazione assimili il trattamento dei minori a quello degli adulti.
Per il sacerdote, l’esperienza maturata in quasi trent’anni accanto a giovani e giovanissimi autori di reato dimostra che la risposta ai fenomeni di devianza minorile non può essere affidata esclusivamente alla sanzione penale. «Sostituire la logica educativa con una visione puramente repressiva allineando il trattamento dei minori a quello degli adulti non migliorerà nulla», scrive don Burgio
Il cappellano richiama inoltre il valore del sistema penale minorile italiano, considerato «tra i più collaudati al mondo, creato per rispondere alle esigenze evolutive dei giovanissimi».
Don Burgio spiega cosa che quando incontra i ragazzi e chiede loro il “perché” dei reati: «Le risposte più ricorrenti sono “rabbia”, “paura”, “solitudine”, “mancanza di riferimenti adulti”». Sintomi, sostiene il sacerdote, cui deve seguire il senso di responsabilità educativa della società e delle istituzioni: «Più che la cella di un carcere, servirebbe investire su ascolto, prevenzione, e rafforzamento delle reti educative» perché, scrive Burgio, «un reato in età minorile spesso rimane un’invocazione d’aiuto».
Burgio invita infine a cambiare anche il linguaggio con cui si racconta il disagio adolescenziale: «Basta parlare e scrivere “maranza”, “baby-gang”, “baby-criminali”. Esistono ragazzi, e non categorie».