In autunno, nei boschi di Moiola, si cammina tra foglie secche e ricci aperti, cercando castagne e, senza saperlo, anche storie.
Per la gente di montagna il castagno non è mai stato soltanto un albero. Ha dato legna, farina, cibo. Ha riempito le dispense nei mesi freddi e ha aiutato intere generazioni a superare inverni nei quali non c’era molto altro da mettere in tavola.
Ma a Moiola c’è un castagno che ha fatto qualcosa in più. Ha salvato delle vite.
È Remo Degiovanni a raccontare la sua storia.

Durante la Seconda guerra mondiale, quando in valle Stura arrivavano i rastrellamenti tedeschi, dalle borgate più alte si riusciva spesso a sapere in anticipo che il pericolo stava risalendo la valle.

Quel grande castagno era già cavo. Un ramo, marcendo, aveva lasciato un’apertura a circa tre metri da terra e l’interno del tronco era stato ripulito. Quando arrivava l’allarme, le persone del posto o i partigiani raggiungevano l’albero e vi si nascondevano. Dentro riuscivano a stare anche in quattro. Quattro corpi stretti nel buio di un tronco. Dovevano rimanere immobili e aspettare.
«Restavano dentro fino a quando qualcuno non andava ad avvisarli che il pericolo era passato», racconta Remo. Qualche volta l’attesa durava parecchio. Tanto che qualcuno portava loro anche qualcosa da mangiare.
Mi fermo a immaginare quella scena. Fuori un bosco che oggi associamo al silenzio, ai colori d’autunno, alle passeggiate. Dentro un albero c’erano uomini che respiravano piano, aspettando di sapere se avrebbero potuto tornare a casa.
Forse gli alberi non hanno memoria come la intendiamo noi. Eppure ce ne sono alcuni davanti ai quali viene spontaneo abbassare la voce. Quello di Moiola è uno di questi.
La sua storia non è rimasta soltanto un ricordo familiare. Ancora oggi quel vecchio castagno continua a vivere anche nel nome dell’azienda agricola della famiglia Degiovanni, L’Àrbol, portata avanti da Remo insieme al figlio Stefano e a Marinella.

Un nome che sembra chiudere un cerchio.
Perché l’albero che un tempo proteggeva gli uomini oggi continua, in un modo diverso, a tenere viva una famiglia e una tradizione.
L’Àrbol recupera vecchi castagneti, cura le piante, pulisce il sottobosco, fa nuovi innesti e mantiene soprattutto l’antica varietà locale del Garrone Rosso. Le castagne vengono raccolte, selezionate, essiccate e trasformate in farine, creme e altri prodotti.
Il bosco, insomma, continua a dare da vivere.
Come faceva una volta.
Solo che per capire davvero che cosa significasse allora bisogna salire ancora un po’, verso quelle borgate che oggi sembrano immerse in una quiete eterna e che invece erano piene di persone, bambini, animali e lavoro.
Tra quelle che Remo ricorda meglio c’è il Bagnulin, una delle ultime zone più isolate ad essere abitata tutto l’anno.
Ancora negli anni Sessanta lassù viveva una famiglia.
D’inverno la neve poteva separare quel piccolo mondo da tutto il resto. Una volta alla settimana qualcuno scendeva verso Moiola con le racchette da neve, lo zaino sulle spalle, faceva un po’ di provviste e poi tornava su.
Per il resto bisognava arrangiarsi.
Si coltivava la segale e la si portava a macinare per ottenere la farina. Nelle case c’erano grandi contenitori di legno nei quali conservarla. Si faceva il pane, c’erano le patate, le castagne, qualche animale e, quando capitava, ciò che poteva arrivare anche dalla selvaggina. La montagna forniva quasi tutto. Bisognava soltanto saperla leggere. E rispettarla.
A Bagnulin la storia ha lasciato un’altra traccia sorprendente. Molto prima della Seconda guerra mondiale, nel 1799, durante l’avanzata delle truppe rivoluzionarie francesi, parte della popolazione di Moiola cercò rifugio proprio in quella zona. Circa trenta persone morirono per gli stenti e le malattie e vennero sepolte in un piccolo cimitero vicino alla Fontana del Faggio.
Due epoche lontanissime. Due pericoli differenti.
E la montagna che, ancora una volta, diventa il posto verso cui salire per cercare di salvarsi.
Ci sono poi ricordi più leggeri, capaci quasi di far comparire davanti agli occhi persone che non ci sono più. Come Piero.
Ogni anno, verso metà aprile, Piero saliva nei castagneti, su un ripiano a metà strada verso Bagnulin. Portava con sé le galline. E lì restava praticamente tutta l’estate, fino ai Santi.
Remo ricorda ancora il pollaio, la scaletta e il cestino dove venivano raccolte le uova.
Le galline giravano libere nei prati.
Lui fumava la pipa e curava quel castagneto con una precisione tale che sembrava un giardino. Se qualcuno passava, Piero si fermava volentieri a parlare. D’altronde il tempo aveva un altro peso.
Non serviva fissare un appuntamento per incontrarsi. Non bisognava mandare un messaggio per chiedere se qualcuno fosse libero.
Ci si incontrava. E ci si fermava.
«Era un paese di gente povera, molto umile, ma socievole e compatta», dice Remo.
Poi aggiunge una frase che racconta forse più di qualsiasi statistica cosa sia cambiato:
«Adesso sembriamo gli abitanti di un condominio in una grande città. Hai qualcuno sullo stesso pianerottolo e magari non sai nemmeno chi è».
Una volta era impossibile. Anche perché la sopravvivenza stessa dipendeva dagli altri.
La sera ci si ritrovava. Si mangiava presto e poi si usciva, anche soltanto per scambiare due parole: cosa era successo, chi aveva bisogno di una mano, quali lavori bisognava fare.
Anche la nascita di un vitello poteva diventare un avvenimento collettivo.
Quando si capiva che una vacca stava per partorire, qualcuno con più esperienza controllava la situazione. Se mancava ancora un’ora, magari un’ora e mezza, si chiamavano altre tre o quattro persone. Ci si ritrovava nella stalla. E se serviva, tutti aiutavano.
Alla fine, certi momenti diventavano persino una scusa per fare festa.
Era questa la comunità, non qualcosa da progettare, qualcosa di necessario per sopravvivere.
Remo quella comunità l’ha respirata anche dentro casa. La sua famiglia gestiva l’osteria Leon d’Oro, nell’ultima casa del paese andando verso Demonte. Suo padre era un ottimo musicista. Aveva suonato la tromba nella banda, durante il servizio militare era stato trombettiere e poi aveva studiato fisarmonica. Remo è cresciuto così: in mezzo alle persone e in mezzo alla musica. Musica che porta ancora nel cuore e che oggi lo vede produrre pezzi, suonare e portare storia e tradizione.
Nell’osteria arrivavano gli abitanti del paese, si beveva qualcosa, si parlava. Ogni tanto si litigava pure. Ma spesso bastava un’ora e tutto era dimenticato.
L’osteria era anche il punto nel quale confluivano le notizie. In un piccolo paese senza telefoni e senza social, esistevano luoghi che erano molto più di un esercizio commerciale.
Erano il giornale, la piazza, il salotto. Erano il posto nel quale nessuno restava completamente fuori dalla vita degli altri.
E la musica, a Moiola, usciva anche dall’osteria.
Saliva fino al Colle del Bal.
Remo racconta che dopo i lavori del grano, quando ci si aiutava reciprocamente per il taglio e si aspettava il momento della trebbiatura, gli abitanti di Moiola, San Lorenzo, Valloriate e delle borgate vicine salivano lassù.
Il colle forma una grande conca erbosa dall’acustica particolare. Ci si portavano gli strumenti, si mangiava, si suonava e si ballava e la festa durava anche due o tre giorni.
Poi ci sono le scuole. Anche quelle raccontano quanto fossero diverse le borgate.
Oggi pensare a una piccola scuola lassù sembra quasi impossibile.
E invece ai Colli di Moiola c’era. Remo la ricorda ancora e indica persino la piccola costruzione lungo la strada, diversa nella forma dalle normali abitazioni.
Quella era la scuola. La maestra rimaneva in zona durante il periodo delle lezioni.
Lui stesso, quando frequentava le elementari a Moiola, venne portato a visitarla in gita.
In paese c’era anche una scuola di avviamento agrario-industriale, destinata a chi, finite le elementari, non proseguiva nel percorso scolastico tradizionale.
C’erano abbastanza bambini perché quelle scuole avessero un senso.
Abbastanza famiglie perché le borgate fossero paesi dentro il paese.
Poi tutto è cambiato.
Le case hanno cominciato a svuotarsi. Il lavoro si è spostato altrove. Gli eredi sono partiti.
Le strade un tempo percorse per andare a scuola, lavorare o raggiungere un vicino sono diventate itinerari per chi oggi sale in montagna a cercare silenzio.
E persino gli eventi naturali, nei ricordi di Remo, appartengono a un mondo che affrontava le difficoltà in modo diverso.
Come l’alluvione del 1956. Ne ricorda soprattutto il rumore. Di notte si sentiva l’acqua scendere con una forza impressionante. Gli uomini cercavano di arginarla come potevano, abbattendo piante e tentando di deviarla per salvare i prati. Ma quando l’acqua decideva di cambiare strada non c’era molto da fare.
Portò via ponti, interruppe collegamenti e obbligò chi doveva spostarsi a cercare percorsi alternativi. Anche lì ci si arrangiò. Come sempre.
Ci sarebbe poi un altro episodio che sembra scritto per un film. Sopra la Cascina Don Bianco viveva una coppia in una casa isolata. Quando arrivò il momento del parto della moglie, il marito scese ad avvisare chi poteva aiutarli.
Non c’erano telefoni.
Qualcuno partì quindi alla ricerca dell’ostetrica e nel frattempo portò lassù anche una bottiglia di Marsala, pensando potesse servire a dare un po’ di forza alla donna. Quando l’ostetrica arrivò finalmente alla casa trovò la partoriente. E trovò anche il marito che, nell’attesa, si era bevuto tutto il Marsala. Il bambino nacque comunque.
E quella storia, raccontata tanti anni dopo, fa sorridere perché la memoria dei paesi è fatta anche così: non soltanto di guerre, fame e sacrifici, ma di episodi buffi che passano di bocca in bocca e tengono vive persone che altrimenti sparirebbero.
Oggi una parte di quella memoria continua proprio attraverso la famiglia Degiovanni.
Stefano appartiene alla generazione successiva. Ha studiato ingegneria e quella professione ha fatto parte della sua vita, ma oggi la sua quotidianità è diversa e L’Àrbol continua ad avere un posto importante. Con Remo e Marinella porta avanti il recupero dei castagneti di famiglia. Non significa soltanto produrre castagne.
Significa potare un albero perché torni a respirare, liberarlo dalle piante che lo soffocano, pulire un terreno, mantenere una varietà antica. Significa continuare un lavoro che qualcuno faceva un tempo, significa custodire alberi che hanno visto passare anni duri e che oggi devono essere tutelati.
Naturalmente oggi tutto è diverso. Le castagne diventano farine, creme, dolci e altri prodotti. Ci sono nuovi modi per trasformarle e per raccontare un prodotto antico. Ma le radici sono le stesse.
Forse è questo che colpisce più di tutto: un tempo le castagne impedivano di avere fame.
Un castagno, durante la guerra, ha nascosto delle persone dentro il proprio tronco.
Oggi quegli stessi boschi sono diventati un lavoro e un modo per impedire che una parte del paesaggio e della memoria di Moiola scompaiano.
La vita cambia.
Le case si svuotano.
Le scuole chiudono.
Le osterie diventano ricordi.
Gli alberi invece hanno tempi diversi dai nostri: restano.
E forse per questo riescono a diventare custodi perfetti della memoria.
Quest’autunno, mentre qualcuno camminerà nei castagneti di Moiola cercando i frutti migliori, partecipando ad un evento dell’azienda l’Arbòl, potrebbe capitargli di passare accanto a un vecchio tronco. Vedrà soltanto un albero. Ma dentro quello stesso tronco, tanti anni fa, alcune persone hanno aspettato in silenzio che qualcuno arrivasse a pronunciare le parole più semplici e più importanti del mondo: il pericolo è passato, potete uscire.
Quell’albero, che allora offrì un nascondiglio, continua ancora oggi a fare ciò che i castagni hanno sempre fatto su queste montagne. Proteggere, nutrire, tenere vive le persone e le loro storie.
