
“Sono nato e cresciuto a Busca - racconta Nicolò Flippo Rosso - ho frequentato il liceo classico a Cuneo e mi sono laureato in lettere e filosofia all’Università di Torino. Una volta laureato ho iniziato a viaggiare per l’America Latina e Centrale e poi, a poco a poco, sono arrivato in Colombia, dove mi sono stabilito per più tempo”.
È lì che ha iniziato a scattare le fotografie?
Sì esatto. Ho sempre amato la fotografia e ho sempre portato con me, durante i miei viaggi, una macchina fotografica. Ma fare le foto come mestiere mi sembrava troppo difficile; mi sembrava che bisognasse sapere troppe cose che io non sapevo, e quindi, in realtà, per diverso tempo la fotografia è stata per me solo un modo per avere delle immagini attraverso le quali poter raccontare i miei viaggi e le mie esperienze alla famiglia e agli amici. Pian pianino però, ho iniziato a leggere e ad informarmi di più sulla fotografia, finché, nel 2011, mentre ero in Colombia, ho scattato le prime fotografie della comunità indigena nella quale vivevo.
Ed è stato da quel momento che per lei è diventato un lavoro?
No, in realtà poi sono tornato in Italia, dove ho lavorato per un po’ come aiuto cuoco e ho fatto anche altri lavori saltuari. Poi, qualche anno dopo sono tornato in Colombia, in questa comunità indigena dove ho vissuto per due anni, e lì sono tornato a scattare delle fotografie. Nel frattempo stavo riuscendo pian pianino a mandarle a qualche rivista e a farle pubblicarle: nel 2013 ho partecipato ad un concorso di National Geographic Italia, che si chiamava “La fotografia in viaggio” ed era dedicato alle fotografie amatoriali. Non avevo vinto il concorso, ma ero tra i finalisti, e quindi avevano pubblicato le mie fotografie sul blog di National Geographic Italia. Questa mia prima pubblicazione mi aveva già suscitato grandi emozioni, poiché le immagini che io avevo prodotto, delle esperienze che io avevo vissuto, in quel momento potevano vederle persone che non conoscevo, e questo, in qualche modo, mi ha obbligato ad una riflessione sulla responsabilità del nostro lavoro: noi produciamo immagini, che poi arrivano a persone alle quali non sempre possiamo spiegare a parole cos’è successo e dare un contesto, e quindi è fondamentale che noi fotografi abbiamo un rigore nella traduzione delle scene che osserviamo, in modo tale che si mantenga una verità rispetto a quello che è stato registrato.
A quel concorso ne sono seguiti altri?
Sì, è così che ho iniziato il mio ragionamento sul lavoro fotografico. Fino al 2014-2015 mi sono mantenuto in questa comunità nel sud della Colombia dove facevo foto, e poi, nel 2016 ho iniziato a fare il fotografo “sul serio” e a raccontare la vita e le difficoltà di un’altra comunità indigena nel nord della Colombia, in una penisola che si chiama La Guajira, che è un luogo che in qualche modo raccoglie tutti i problemi più principali che stiamo vivendo come umanità, cioè la desertificazione, la mancanza di accesso all’acqua, l’abbandono delle comunità indigene, la mortalità infantile e molto altro. Questo per me è stato un grosso banco di prova, perché fotografavo bambini in grave stato di malnutrizione, donne e uomini estremamente malnutriti o estremamente malati e senza possibilità di cura. Quindi ho iniziato a questionare anche la mia pratica: mi sentivo molto a disagio a fotografare persone che non potevo aiutare e quindi ho iniziato a “costruire” dei report con i documenti delle persone che non stavano bene, e a mandarli a diverse organizzazioni colombiane per chiedere loro se potessero prendersi in carico almeno alcuni di questi casi. Così ho conosciuto la signora Ruth, che era la dirigente di una piccola organizzazione colombiana. La sua realtà è riuscita a prendersi in carico due casi gravissimi che stavo fotografando, salvando un bambino e prendendosi cura della famiglia di una donna, che nel frattempo era venuta a mancare. Ovviamente la mia sete di fare immagini nasce da un’esigenza estremamente egoistica di voler conoscere e da una necessità anche estetica di poter realizzare immagini di un certo tipo; non voglio nascondere il fatto che la mia prima motivazione è personale ed estremamente egoistica, però è una sete che io non riuscirei a soddisfare fotografando delle architetture, ma che riesco a soddisfare solo nel momento in cui sento che quello che sto fotografando può avere anche un ritorno per le persone che fotografo.
Dopo quest’esperienza si è spostato dalla Colombia?
Sì, in quel periodo stavo già prendendo contatti con editor di quotidiani e riviste e, ogni anno, cercavo di andare a Parigi e New York in visita agli editor. Nel 2016 ho ricevuto i primi incarichi dal Washington Post e da Bloomberg e poi, a poco a poco ho iniziato a lavorare anche con alcune organizzazioni. Nel 2020 ho ricevuto l’incarico di documentare la migrazione venezuelana in Colombia, quindi mi sono trasferito a Bogotà. Poi è arrivata la pandemia, ed io ho sfruttato quei nove mesi inviando la mia candidatura per tanti premi che ho anche iniziato a vincere. Grazie alla risonanza di alcuni di questi ho iniziato a lavorare per le Nazioni Unite, con le quali ho collaborato per molto tempo, in particolare con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Grazie a queste esperienze sono uscito dalla Colombia e ho lavorato dappertutto: in Cile, Argentina, Perù, Bolivia, Messico, Stati Uniti e Canada.
È sempre rimasto nel continente americano?
No, dal 2024 ho iniziato a lavorare molto anche in Africa, dove sto ancora lavorando e dove copro il conflitto in Sudan. Prima ho lavorato prevalentemente in Chad e in Uganda, poi in Sud Sudan e adesso spero di poter entrare finalmente in Sudan. Poi, ho lavorato in Giordania e in altri Paesi: il mio lavoro si sta espandendo e anche il mio archivio è cresciuto molto.
Ha qualcuno che la aiuta nel suo lavoro?
Sì, da qualche tempo ho una squadra che mi aiuta, composta da Valentino Bellini che è il mio post produttore, Laura Carnemolla che è la mia agente e si occupa di distribuire il lavoro a clienti editoriali quali magazine, riviste e giornali; oltre a curare le mostre e Claudio Palmisano, che è il mio stampatore. Siamo una bella squadra e tutti insieme riusciamo a far fronte a una mole di lavoro che è sempre più articolata.
Qual è stato lo scatto più difficile da realizzare?
Direi che non ce n’è uno: la cosa difficile è riuscire ad individuare la giusta distanza rispetto alle situazioni che sto fotografando e osservarle con grazia ed esattezza. Questa è la cosa difficile che io non riesco a fare, e mi muovo attraverso tentativi ed errori. Non è un processo che avviene nel momento in cui scatto, ma quando cresco e divento la persona che sono, quindi accumulando esperienza, emozioni, dolore, sentimenti buoni e cattivi, e quindi affinando uno sguardo sul mondo, anche attraverso i libri che leggo, i film che guardo e le persone che incontro. Poi lo scatto diventa il risultato di chi sono. Quello che io cerco di fare è conoscere me stesso, scoprire me stesso e cercare con tutti gli sforzi necessari che il mio sguardo sia sempre il mio, che sia il meno inquinato possibile, in modo da costruire una relazione autentica con chi fotografo e che poi questa autenticità si mantenga quando parlo delle mie fotografie, quando le faccio vedere e quando non ci sono io a raccontarle.
Mercoledì 7 ottobre è stato relatore di un incontro al cinema Monviso, di cosa ha parlato in quell’occasione?
Al cinema Monviso abbiamo parlato di migrazione in America e in Europa; io ho presentato alcune foto e storie che ho raccolto l’anno scorso, quando ho lavorato per quasi otto mesi nelle corti migratorie di Manhattan, dove i richiedenti asilo presentano il loro caso ai giudici, e poi vengono arrestati all’uscita dell’aula. La richiesta di asilo è un diritto sancito dall’ordinamento internazionale che prevede che, nonostante sia illegale attraversare senza documenti una frontiera, le persone lo possono fare se scappano da situazioni di povertà, violenza e persecuzioni. Queste persone hanno il diritto di attraversare una frontiera tanto tra Turchia e Grecia, quanto in America: l’evento è stato infatti un’occasione per tracciare un filo rosso tra la migrazione che avviene in America e quella che sta interessando l’Europa.
In America ho documentato arresti di richiedenti asilo e rifugiati e, di quelli che ho visto, circa il 70-80% riguardavano persone innocenti che non avevano commesso alcuna infrazione, o magari solo infrazioni minori, e non penali. Nonostante ciò, spesso vengono arrestati e spediti in grandissimi centri di detenzione che Trump sta costruendo dando finanziamenti a grandi imprenditori che lucrano sulle deportazioni e, in alcuni casi, si tratta delle stesse imprese che stanno traendo enormi profitti dal genocidio dei palestinesi a Gaza.

un richiedente asilo viene portato via da agenti mascherati al termine di un'udienza. New York, 2025.

una donna tiene due bambini per mano mentre attraversa la sponda statunitense del Rio Grande, a Ciudad Juarez, camminando verso il muro che divide la frontiera messicana dagli Stati Uniti. Messico, 2021.

un gruppo di venezuelani attende in fila la distribuzione di pasti da parte di un’organizzazione religiosa. Colombia, 2018.