editoriale

Riparliamo di Gaza dal punto di vista della Speranza cristiana

Chi guarda a Gesù può cominciare a gettare un seme anche su una terra imbevuta di sangue. Perché la messe verrà, se l’avremo seminata

Angelo Fracchia 11 ottobre 2026

Cuneo

Gabriel Romanelli è il titolare dell’unica parrocchia cattolica in quel territorio. Essendo straniero, avrebbe ovviamente potuto fuggire. “Ovviamente”, ha risposto lui, non è un’opzione da prendere in considerazione. Era stato noto per qualche tempo perché destinatario regolare di telefonate da parte di papa Francesco, oltre che per la pubblicazione di un libro sul vivere nella distruzione di Gaza (“Le rovine e la luce”), all’inizio di quest’anno. Negli ultimi giorni, più delicatamente, ha fatto ancora parlare di sé per la riapertura di una scuola. E in questa occasione può aver colpito molti per i toni delicati utilizzati in qualche intervista, in cui conferma lo sconvolgimento, i lutti, la mancanza di prospettive, le difficoltà quotidiane dei sopravvissuti, l’odio che li permea, e nello stesso tempo si sforza di proseguire oltre, di costruire un domani intanto garantendo l’istruzione possibile a bambini e ragazzi: «Perché bisogna pensare a un domani, forse lontano, in cui si potrà vivere insieme».

È un tono simile a quello che si può spesso sentire negli interventi del patriarca Pierbattista Pizzaballa, che ammette che in questo momento, al di là delle scelte della politica, le popolazioni israeliana e gazawita sono entrambe concentrate sulle proprie sofferenze, senza saper riconoscere quelle dell’altra parte, ma che si tratta di far crescere accettazione e dialogo a partire da qui, da questo punto invivibile, perché comunque non bisogna lasciar morire la speranza.

“Speranza” può essere un’ingenua e illusoria fiducia nel lieto fine (“Andrà tutto bene”, si scriveva nel lockdown da Covid, poi si direbbe che abbiamo cambiato idea), o il credere che oltre a ciò che vediamo si cancellerà ciò che ci tormenta, un po’ come in una certa presentazione della fede cristiana: “Questa è una valle di lacrime, ma l’aldilà sarà tutto diverso”. In Romanelli e Pizzaballa vediamo però all’opera una forma di speranza diversa, più cristiana, non ingenua eppure eroica. Sia chiaro, ognuno di noi vive prove e sofferenze con lo stile proprio, a costo di sembrare eroi o vigliacchi agli occhi degli altri, senza che ciò dica nulla del modo profondo con cui davvero viviamo le sfide. Ma in entrambe quelle figure possiamo cogliere una costante cristiana.

La stessa che vediamo all’opera già nella Pasqua di Mosè. Se pensiamo al passaggio del mare, è vero che è Dio ad agire miracolosamente aprendo le acque, ma chi è lì ha dovuto decidere di stare dalla parte degli ebrei e di Mosè, di fidarsi delle parole di un Dio che non conosceva bene, di segnare gli stipiti delle porte con il sangue di un agnello, di partire di notte portandosi via tutto e seguire Mosè sulla via del Mare delle Canne, trovandosi dietro l’esercito del faraone e davanti un mare che si apre, sì, ma che faceva paura, perché rappresentava il regno del caos e della morte, e chi poteva garantire che non si sarebbe richiuso? Era la fiducia non di persone che si avventuravano spensierate nel mare, che sapevano di rischiare la morte, ma decidevano di fidarsi della promessa di un Dio non completamente noto.

Ancora più chiaro ciò che accade a Gesù: è consapevole, come i suoi discepoli, che le autorità del tempio lo vogliono morto, intuisce anche che uno dei suoi lo tradirà e che gli altri fuggiranno. Il Monte degli Ulivi, dove rivolge la sua drammatica preghiera al Padre, è sulla strada verso Betania, dove pernottava, sul percorso per fuggire dalla Giudea e mettersi in salvo. E l’angoscia che Gesù vive quella notte non pare “soltanto” la paura di una morte orrenda, ma anche la possibilità di scappare, l’obbligo di decidere se sparire o restare. Lo capiamo bene: sappiamo che gli esseri umani sono capaci di eroismo, possiamo augurarci che ne saremmo capaci anche noi se ci trovassimo nella necessità di atti eroici, ma a essere radicalmente straziante è la scelta, se andare o rimanere, quale strada percorrere nella vita. Lì, di fronte al pericolo concreto e vicino della morte, Gesù decide di fidarsi del Padre, che lo conosce, lo ama e vuole la sua vita. Come il Padre possa intervenire, Gesù non dà mostra di saperlo. Vero che i vangeli gli mettono sulle labbra la fiducia nella risurrezione al terzo giorno, ma quelle parole sono probabilmente state rese più precise da chi sapeva già come poi era andata a finire. Nel Getsemani la preghiera di Gesù è angosciatissima, e sulla croce si fa ancora più derelitta: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

La speranza cristiana, che vediamo in Gesù sul monte degli Ulivi, in Mosè davanti al mare aperto, non è ingenua, non smette di guardare alla realtà. Sa chiamare ingiustizia ciò è ingiusto, sa dire che la vita è magnifica anche se certe forme di vita sono insostenibili, sa chiamare “male” la sofferenza. E, insieme, confida di non essere sola. Crede che un Padre ci sia, buono, attento, e che voglia il nostro bene. Anche su strade che non sappiamo immaginare o, a volte, addirittura capire. Ma che non negano il bello della vita, lo promettono anzi pieno e autentico. Non “tutta un’altra cosa”, ma “questo splendido bene, senza il male che gli è mescolato”.

E, confidando in questa promessa inverificabile, agiscono fiduciosi che il bene, alla fine, avrà la meglio, e quindi ha senso sforzarsi di costruirlo, anche dove sembra impossibile. Perché gli uomini «trasformeranno le lance in falci, le spade in aratri». Non si vedeva nulla del genere, al tempo in cui Isaia scriveva queste righe, né si vede oggi. Ma chi guarda alla vicenda di Gesù può cominciare a gettare un seme anche su una terra imbevuta di sangue. Perché la messe verrà, se l’avremo seminata.

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