editoriale

Potere, procedure, deregolamentazione, quando il potere ottuso diventa violento

Il recente caso di furto di dati di fruitori di Revolut

Davide Sacchetto 11 ottobre 2026

Cuneo

David Graeber è stato un antropologo che si dichiarava anarchico e che ha insegnato in alcune delle università più prestigiose al mondo, come Yale e la London School of Economics; nel 2006 tenne un discorso alla London School of Economics dal titolo che, in italiano, è, più o meno, “Oltre il binomio Potere/Conoscenza: un’esplorazione della relazione tra potere, ignoranza e ottusità”.

Semplificando, nella sua prolusione Graeber riteneva che, nel mondo contemporaneo, alcune caratteristiche dell‘esercizio del potere, come l’appesantimento degli oneri burocratici, avessero molto più a che fare con l’ottusità che con la conoscenza. Il potere che si manifesta attraverso l’imposizione di passaggi e attività sempre più numerosi e sempre più privi di senso non è solo, secondo Graeber, poco intelligente ma è anche intrinsecamente violento, perchè alimenta la minaccia implicita di non poter ottenere un certo documento o un permesso o un servizio del quale si ha bisogno se non passando attraverso procedure tanto gravose quanto inutili. I cittadini che, per ottenere una prestazione sanitaria o previdenziale o assistenziale, devono affrontare interminabili code o estenuanti attese in linea con risponditori automatici o form online dei quali non si vede l’utilità, sono vittime di un potere ottuso e, in questo senso, “violento”. Quando queste procedure prendono il sopravvento, il circolo vizioso che ne deriva produce l’effetto di rendere ben poco acute anche le spiegazioni che vengono offerte in caso di eventuali intoppi. Non sono pochi gli utenti che, in caso di problemi o di esigenze non censite dai vari sistemi, ricevono risposte del tipo “la procedura non lo consente” oppure “si tratta di un caso non previsto”, e così via. L’eccessiva procedimentalizzazione e l’introduzione di oneri burocratici senza senso producono spiegazioni altrettanto prive di senso, con il rischio che diventi sempre più raro ricevere risposte autenticamente costruttive e lungimiranti da parte degli apparati amministrativi o delle realtà economiche più strutturate, come compagnie telefoniche, erogatori di energia, banche, assicurazioni e via discorrendo.

Il potere di chi disegna e gestisce le procedure è sempre più significativo e autoreferenziale e chi vi è soggetto è sempre più sprovvisto di strumenti di interlocuzione e di tutela.

Le grandi realtà, per parte loro, paradossalmente, molto spesso approfittano dei benefici di un quadro regolamentare che, negli ultimi decenni si è fatto sempre meno stringente. Le varie liberalizzazioni nel settore finanziario o in quello dell’energia, ad esempio, giustificate dall’intenzione di aumentare la concorrenza hanno, in realtà, dato avvio a una serie di meccanismi dagli esiti non sempre felici. Ne è un esempio il recente caso di furto di dati di fruitori di Revolut; si tratta di un prestatore di servizi di pagamento i cui utilizzatori hanno visto i loro dati carpiti attraverso richieste di dati di clienti, rivolte a Revolut, e provenienti da una PEC apparentemente riferibile a soggetti istituzionali che, in realtà, erano state violate da anonimi malfattori. Revolut ha senza dubbio agito in buona fede e si affrettata a precisare che i fondi dei clienti non sono stati sottratti e che i sistemi non sono stati violati. L’attività fraudolenta si sarebbe protratta per mesi e le vittime sarebbero nell’ordine delle centinaia, distribuite in oltre trenta Paesi. Alcuni dei malcapitati clienti sono stati vittime di tentativi di estorsione attraverso la minaccia di pubblicazione o di diffusione dei dati in mancanza del pagamento richiesto. In merito, c’è stato chi, come il Professor Damiano Fuschi, dell’Università di Milano, ha fatto opportunamente notare in un approfondimento su “Agenda Digitale” che Revolut, del quale nessuno mette in dubbio la serietà, ha iniziato a operare nel mercato italiano con una licenza lituana in regime di libera prestazione di servizi e solamente dalla fine del 2024, con milioni di clienti già attivi in Italia, ha aperto una succursale in Italia soggetta alla vigilanza della Banca d’Italia. Tuttavia, poichè la sede principale si trova in Lituania, è lituana anche l’autorità capofila di vigilanza per ciò che riguarda la protezione dei dati. La combinazione di operatività in Italia, organi di vigilanza esteri, così come la non semplice comprensione delle competenze in fatto di indagini e sistemi giudiziari coinvolti rende, però, incerti i margini di tutela delle vittime.

Quanto capitato deve far riflettere, anche alla luce degli effetti prodotti dalla combinazione dell’appesantimento delle procedure che molti utenti devono subire e dal contemporaneo indebolimento dei presidi di tutela a garanzia di quegli stessi utenti.

Editoriale Revolut furto dei dati David Graeber

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