Ottobre apre il trimestre in cui il Governo prima e il Parlamento poi devono predisporre e approvare (entro il 31 dicembre) la “legge di bilancio” dello Stato. Definire cioè la rotta della politica economica che il Paese intende seguire nell’anno successivo, il 2027. Indicare le risorse disponibili, dove reperirle e dove intende spenderle.
Per questo, settembre e ottobre sono anche i mesi in cui fanno notizia le statistiche e le diatribe sull’evasione fiscale, su chi paga più tasse e chi non ne paga affatto, sul debito pubblico in aumento, sui tagli ai vari servizi. E immancabilmente si scopre che la coperta si fa sempre più corta: servirebbero miliardi di euro di cui lo Stato non dispone.
I miliardi, in realtà, ci sarebbero. E stanno in quella montagna enorme che è l’evasione fiscale: una cifra tra i 98 e i 102 miliardi di euro, 8-10 miliardi in più di quanto lo Stato paga di interessi per il debito pubblico (il dato è del Ministero dell’Economia e delle Finanze). Ma questi soldi lo Stato non è in grado di incassarli. E chi governa, al di là dei proclami, non fa molto per recuperarli. A volte anzi strizza l’occhio agli evasori alimentando la cultura della furbizia: chi evade – è il messaggio esplicito di alcune forze politiche – ha ragione, è da ammirare ed emulare. Un’educazione civica al contrario, che vede le tasse come balzello o “pizzo di Stato”, e giustifica ogni sorta di rottamazione delle cartelle: dal bollo auto non pagato ai contributi pensionistici non versati ai dipendenti.
È questo premio alla furbizia che ha prodotto gran parte del debito pubblico che pesa come un macigno su tutti gli italiani. Che nega la disponibilità delle risorse necessarie per pensioni, sanità pubblica, scuola, asili e anziani. Risorse che si dovrebbero concretizzare nei servizi che abbiamo (o che mancano): l’autobus o il treno che prendiamo ogni mattina, l’infermiere o il medico che ci curano al pronto soccorso, il poliziotto o il carabiniere che chiamiamo per un’emergenza.
Tutte cose importanti per la qualità di vita di ognuno di noi. Chi evade non solo non partecipa alla spesa pubblica – sanitaria, scolastica, dei trasporti –, ma incassa anche i soldi di chi le tasse le paga. Perché accede comunque ai bonus per la casa, ai sussidi di disoccupazione, alla riduzione delle tasse universitarie per i figli, utilizza i mezzi pubblici, l’ospedale e la polizia.
Se un caffè costa 1,40 euro e lo paghi in nero, non solo eviti all’esercente di pagarci sopra le tasse, ma gli consenti anche di incassare lui e trattenersi il 10% di IVA (14 centesimi) che il fisco incasserebbe per ogni caffè scontrinato.
Di questa situazione abnorme e insostenibile nessun leader politico e nessun partito si fa carico. Parlarne, in Italia, non porta consenso.
Eppure sono dati così clamorosi che non possono essere ignorati. È il dato che vede dipendenti e pensionati pagare l’84,6% di tutta l’IRPEF. I dati relativi alle categorie di autonomi e professionisti dove il datore di lavoro dichiara molto meno della sua segretaria.
Dal 1° gennaio 2026 l’obbligo per gli esercenti di collegare il dispositivo di pagamento con carta di credito (il POS) al registratore di cassa, con l’emissione dello scontrino, ha fatto sì che in otto mesi (da gennaio ad agosto) siano stati emessi 220 milioni di scontrini in più rispetto allo stesso periodo del 2025, pari a quasi 12 miliardi di fatturato. Non perché gli esercenti abbiano venduto di più, ma perché hanno dovuto dichiarare l’incasso.
Poi ci sono i grandi evasori, le multinazionali, i colossi del web che pagano tasse risibili rispetto ai guadagni, oppure le pagano in paesi più convenienti e non dove vendono i loro prodotti. E certo questa sarà una partita decisiva per mantenere i servizi sociali in Italia e in Europa. Ma il compito della politica, più ancora che reprimere l’evasione, è quello di diffondere con ogni mezzo una vera cultura della legalità che faccia comprendere il senso civico di una giusta tassazione.
Senza questa cultura sarà sempre più difficile avere risposte e risorse accettabili peri nostri giusti diritti sociali.