Salendo verso Bergemolo, frazione di Demonte in Valle Stura, 1.160 metri incontro molte più persone di quanto immaginassi. È tempo di castagne e nei boschi ai lati della strada c’è chi cammina lentamente tra le foglie, chi porta un cestino, chi torna verso la macchina con qualcosa raccolto tra le mani.
Oggi si sale fin quassù per una passeggiata, per cercare castagne, per respirare l’aria del bosco, per fermarsi al rifugio. E mentre arrivo mi chiedo quante delle persone che incontro sappiano che queste borgate, che oggi sembrano soprattutto luoghi di villeggiatura e silenzio, un tempo erano case, famiglie, bambini, stalle, animali e giornate scandite dal lavoro.
Mi siedo vicino al grande olmo, accanto alla cappella di San Michele.
È impossibile non guardarlo.
È lì da così tanto tempo che sembra appartenere al paesaggio più delle case stesse. Ha visto passare generazioni, ha resistito alla neve, al vento, alle ferite. Una leggenda racconta persino che abbia qualcosa a che fare con Napoleone. Marcella, è la persona che mi riporta indietro nel tempo.
«Io me lo ricordo che era già enorme», dice mostrando le foto tratte dalla sua scatola dei ricordi mentre la stufa scoppietta.
Marcella è nata nel 1948 e a Bergemolo è arrivata quando aveva appena un anno. Quando le chiedo com’era vivere lassù, all’inizio sembra quasi cercare i ricordi uno alla volta. Poi, pian piano, tornano.
Bergemolo è formata da quattro borgate: Folco, Lauger, Saret e Carter. Le prime due sono vicine alla chiesa, poi si sale verso Saret e ancora più in alto verso Carter. Oggi molte case sono seconde abitazioni, qualcuna è stata ristrutturata, altre portano addosso i segni dell’abbandono. Ma quando Marcella era bambina lassù c’erano ancora diverse famiglie.
Nella sua erano in otto, contando i nonni.
C’erano anziani che vivevano nelle case vicine, altre famiglie nelle borgate, persone che restavano tutto l’anno e altre che salivano durante l’estate. Ogni famiglia aveva qualche mucca, magari un asino o un mulo.
La strada non c’era. C’era una mulattiera.
Per fare la spesa si scendeva a Demonte ogni dieci o dodici giorni. Si caricava il mulo e si comprava tutto ciò che doveva durare fino alla volta successiva, anche dieci o dodici chili di pane.
Le chiedo come riuscissero a conservarlo così a lungo.
Marcella sorride. «Lo tenevamo nel sacco. Quando c’era qualche pezzetto ammuffito lo buttavamo di nascosto al cane».
Racconta senza nostalgia forzata e senza lamentarsi. Era semplicemente la loro vita.
D’inverno arrivava la neve. E quando diventava troppa perché i muli potessero passare, gli uomini delle borgate si mettevano insieme e aprivano la strada con i badili. A mano. Da lassù fino alla chiesa e, quando serviva, ancora più in basso.
Ci si aiutava perché non c’erano alternative.
La strada carrozzabile arrivò soltanto all’inizio degli anni Sessanta e anche allora, ricorda Marcella, per un periodo si fermava prima delle case. Chi scendeva a Demonte percorreva ancora una parte della strada a piedi.
I ricordi più belli di Marcella hanno quasi tutti il colore dell’estate.
Durante l’inverno, infatti, lei scendeva a Demonte per frequentare la scuola. Quella di Bergemolo aveva già chiuso e don Pellegrino, il parroco, aveva organizzato un convitto per i bambini che arrivavano dalle borgate.
Il primo anno erano soltanto in due. Marcella aveva sei anni. Dormiva in canonica e a occuparsi di loro c’era la perpetua, che ancora oggi ricorda con affetto: «Era una santa donna».
Quando arrivò al convitto, il primo, chi doveva prenderla arrivò in ritardo all’uscita. Bastò una breve attesa perché quella bambina, arrivata dalla montagna, decidesse di scappare. Conosceva un poco Demonte e andò a nascondersi vicino a un vecchio mulino.
Aveva sei anni ed era lontana da casa. La trovarono più tardi.
Anche la lingua racconta quanto fosse diverso quel mondo. A Bergemolo si parlavano piemontese e patois. Marcella ricorda che suo padre le parlava in piemontese e lei gli rispondeva in patois. A scuola, all’inizio, persino la maestra parlava ai bambini in piemontese.
Poi arrivò l’italiano.
«I bambini imparano subito», dice. Si ricorda del pennino e del calamaio, delle macchie di inchiostro e delle orecchie sul quaderno. Ma amava la scuola e c’era un bell’ambiente.
D’estate, invece, si tornava a Bergemolo. Ma estate non significava vacanza. Si faceva il fieno, si lavorava nei campi, si portavano le mucche al pascolo. Anche i bambini avevano il loro compito.
Ed è proprio qui che Marcella regala uno di quei ricordi che valgono un articolo.
Era ancora una bambina. In famiglia era nato un fratellino molto piccolo che per un periodo era stato in ospedale ed era tornato a casa nel periodo caldo, proprio durante la fienagione, gli adulti erano tutti impegnati nei campi. Così Marcella andava al pascolo con le mucche e portava con sé anche lui. Un bambino di pochi mesi.
Quando arrivavano le mosche, le mucche si agitavano e cominciavano a scappare. Marcella le lasciava andare. Gli animali avevano i campanacci e qualcuno a casa li avrebbe sentiti arrivare. Lei invece prendeva il fratellino in braccio e tornava lentamente verso casa.
«Arrivavo con il mio fagottino in braccio e il cane dietro».
Mentre la ascolto riesco quasi a vederla. Una bambina che cammina su un sentiero di montagna con un bambino ancora più piccolo stretto al petto. Davanti il rumore dei campanacci delle mucche che tornano verso la stalla. Dietro un cane che la segue. Intorno niente altro che prati, boschi e montagne.
Forse è questa l’immagine che racconta meglio di qualunque numero cosa significasse crescere quassù.
Non c’era molto tempo per giocare. Marcella aveva una sorella e un fratello e durante l’estate, qualche volta, arrivava un altro ragazzo. Erano loro il gruppo dei bambini di Bergemolo. «Giocavamo tra di noi».
Poi si cresceva presto.
Marcella finì la scuola, frequentò l’avviamento professionale e andò a lavorare prima presso una famiglia a Borgo San Dalmazzo e poi a Cuneo. Si sposò a vent’anni. A ventuno nacque suo figlio.
Ma Bergemolo non scomparve dalla sua vita. Anche dopo il matrimonio, quando la famiglia ebbe prima delle pecore e poi delle mucche, continuò a salire qui durante l’estate.
Certi luoghi funzionano così: puoi andartene, costruire altrove la tua vita, ma una parte di te rimane dove hai imparato a conoscere il mondo.
Con il passare degli anni Bergemolo si è svuotata. Gli anziani sono mancati, le famiglie sono scese a valle, molte abitazioni sono diventate seconde case.
Marcella oggi lassù non va quasi più. «Gli anziani che conoscevamo non ci sono più».
Lo dice senza aggiungere altro.
Eppure Bergemolo non è morta.
Vicino al vecchio olmo c’è oggi un rifugio escursionistico, nato da un progetto del Comune e diventato nel tempo un punto di riferimento per chi sale fin qui. Dopo le prime gestioni, il rifugio ha iniziato ad attirare sempre più persone, escursionisti e ciclisti. Oggi viene gestito da Claudio e Grazia: in estate resta aperto con continuità, mentre negli altri periodi accoglie soprattutto nei fine settimana e su prenotazione.
È un modo diverso di abitare la montagna.
Non ci sono più le famiglie numerose di un tempo, non ci sono i bambini che partono da qui per andare a scuola, non ci sono i muli caricati con dieci chili di pane. Gli abitanti si contano sulle dita, ma alcune persone si sono unite in un’associazione “Bergemolo Viva” per proteggere questo posto unico. D’estate si anima e d’inverno, con la neve, le piste da fondo danno spazio a molte persone. C’è chi sale in bicicletta, chi si ferma a mangiare, chi cammina, chi viene a cercare castagne e chi, semplicemente, torna per ricordare il passato.
E poi c’è ancora l’olmo.
Marcella ricorda quando uno dei suoi grandi rami cadde sul tetto della chiesa. Io quella fotografia ce l’ho davanti: gli uomini sono sul tetto a lavorare, le donne della borgata sono riunite poco distante.
Ancora una volta tutti insieme.
Negli anni l’albero è stato ferito dal vento e dalla neve, ha perso parti importanti della sua chioma, è stato curato e sostenuto. Ma è rimasto lì.
Forse per questo, seduta accanto al suo tronco, penso che lui e Bergemolo si assomiglino.
Entrambi hanno perso qualcosa. Entrambi portano addosso le ferite del tempo. Eppure continuano a esserci.
Quell’isolamento che rendeva più complicata la vita quotidiana, durante la seconda guerra diventò però anche una forma di protezione. Negli ultimi mesi del conflitto alcune famiglie lasciarono Demonte e salirono a Bergemolo. “Durante la ritirata tedesca”, racconta Marcella “chi poteva andava via, scappava! Quassù non arrivava ancora una strada, soltanto le mulattiere, e raggiungere le borgate era più difficile. Anche alcuni gruppi partigiani passarono da queste montagne, senza stabilirsi in maniera permanente”.
Per qualche tempo, insomma, quello che per secoli era stato isolamento diventò rifugio.
Intorno a me, nei boschi, qualcuno continua a raccogliere castagne. Chissà se immagina che tanti anni fa, lungo questi stessi pendii, una bambina portava le mucche al pascolo con il fratellino ancora piccolo tra le braccia.
Raccontare le nostre montagne serve proprio a questo. A fare in modo che, mentre tutto cambia, almeno quelle piccole immagini continuino a camminare con noi.



