Si è tenuta la settimana scorsa l’81ª assemblea generale dell’ONU, dove António Guterres ha pronunciato il suo ultimo discorso da segretario generale, ribadendo quanto possa essere prezioso il ruolo di quell’istituzione che negli ultimi anni ha perso moltissimo peso e rilevanza, anche perché i suoi due contribuenti più importanti, Stati Uniti e Cina, hanno ridotto e ritardato i propri pagamenti.
D’altronde, proprio in questa apparente incoerenza tra alte aspirazioni e mediocri realizzazioni riscontriamo una dinamica che, incidentalmente, leggiamo anche in molti testi biblici. Per non fare che un esempio, all’inizio della Genesi si afferma l’uguale dignità di maschio e femmina, intuizione che per secoli non è riuscita a tradursi in realtà né nel mondo ebraico né in quello cristiano. Questa distanza tra ideale e reale è comunque significativa e preziosa. Da una parte, chi si limitasse a darsi come ideali ciò che sta già vivendo, di certo non si troverebbe in difetto, ma si limiterebbe a fotografare la realtà, senza alcuno slancio ideale. Chi invece pone nei propri testi di riferimento ciò che non sta vivendo, o come minimo non ancora, si espone all’accusa di incoerenza ma, contemporaneamente, riconosce che l’ideale starebbe più in là. Significa ammettere di dover fare di più e meglio, e così facendo si dà ancora più rilievo e peso a questo ideale, di cui riconosce il valore oggettivo. Gli autori dei primi capitoli della Genesi, così come Guterres, dovevano ammettere di non vivere all’altezza di ciò che hanno sognato, ma proprio questo fa spiccare il loro ideale come autentico e interessante.
Tra le altre cose, Guterres ribadisce che sarebbe ideale che gli stati si riconoscessero soggetti a norme e regole superiori al proprio interesse; e lo dice nei nostri anni, in cui sembra che ognuno abbia ripreso a tutelare, in qualunque modo, solo l’utile nazionale (o personale, a volte). In fondo è allettante immaginarci padroni del mondo senza controllo, e sembra proprio che questa illusione seduca molto i potenti dell’umanità. Anche di questo parla la Bibbia, sia pure in termini meno espliciti e diretti, che quindi richiedono un po’ di attenzione per essere colti.
Quando Dio chiama Mosè, tra le prove che gli offre per riconoscere che lui è davvero un dio salvatore c’è una verifica stranissima: «Questo è il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» (Es 3,12). Il segno è strano perché normalmente, per convincerci a fare qualcosa, ci aspetteremmo qualcosa che agisca o sia verificabile prima di prendere una decisione. Qui invece Dio suggerisce che solo dopo aver deciso di ascoltarlo (e anche un bel po’ di tempo dopo) il popolo avrebbe potuto riconoscere di aver fatto bene a fidarsi.
Pur nell’apparente incoerenza, c’è una profonda saggezza nelle parole divine, che saranno chiare solo dopo la Pasqua, il passaggio del mare, il cammino nel deserto. Quando il popolo, liberato dall’oppressione del faraone, viene lasciato solo da Mosè che sale sul monte per stringere a nome di tutti un patto con Dio, il popolo inizia a sentirsi abbandonato («A quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto»: Es 32,1) e decide di farsi un vitello d’oro di fronte al quale prostrarsi.
L’essere umano ha così tanto bisogno di rapportarsi anche con ciò che lo supera, con un orizzonte più grande di sé, con un senso nel quale venire accolto e orientato, che se non ce l’ha se lo crea. Non a caso proprio nei secoli in cui la presenza divina nel quotidiano si è fatta meno percepibile, è cresciuto l’utilizzo di formule religiose (dedizione assoluta, fede, amore incondizionato, dono della vita) nei confronti della patria, di un’ideologia o al limite di una squadra sportiva.
Ma se è così, diventa prezioso lo sguardo divino che, mentre promette la libertà, fa intravedere come meta un servizio che non è schiavitù, un orizzonte di senso liberamente scelto. È solo chi ha Dio per Signore che non ha più altri signori; altrimenti, continuerà a cercarne, a inventarsene, signori incapaci di essere all’altezza dell’essere umano e che lo costringono quindi ad umiliarsi per restare al proprio posto, sotto di loro.
E che cosa c’entra questo con l’ONU? Quello è, ovviamente, un contesto pienamente laico, ma la pretesa biblica è che queste indicazioni di fondo non servano semplicemente ad essere dei buoni religiosi, ma degli esseri umani autentici. Ecco allora che leggi ed enti sovranazionali non si limitano a mirare a pace e giustizia (e non sarebbe poco), ma, seguendo la stessa logica, ci mettono tutti di fronte al nostro limite, nella condizione in cui, sottoponendoci a confini d’azione condivisi con tutti gli altri pari, possiamo essere autenticamente liberi, non succubi né di nemici nostri simili, né di capricci e pretese che ci sono inferiori. Solo quel politico che percepisce di avere una giustizia superiore a sé (se non è Dio, sia almeno l’ONU), può essere autenticamente giusto. Chi crede di essere il dominatore del mondo, si farà schiavo di illusioni che lo rendono meno umano.