Settantadue persone. Quattordici famiglie. Siamo nel 1658 e questi numeri non appartengono a San Damiano Macra, ma a una delle sue borgate: il Podio.
Provo a tenerli a mente mentre salgo fin quassù, in Valle Maira, e guardo le case raccolte sulla montagna. Settantadue persone significano porte che si aprono al mattino, bambini, animali, famiglie numerose, gente che va e viene lungo la mulattiera. Significano una borgata piena di vita. E la cosa forse ancora più sorprendente è che più di trecento anni dopo, nel 1973, al Podio vivevano ancora 89 persone, divise in 16 famiglie.

A raccontare questi numeri è Secondo Garnero, classe 1953, insegnante di lettere per 42 anni e appassionato ricercatore della storia di San Damiano Macra e della Valle Maira. I primi li ha trovati nei registri parrocchiali e, mentre parliamo, mi accorgo che attraverso le sue ricerche il Podio che vedo oggi comincia lentamente a riempirsi.
C’era una scuola, accanto alla canonica e dietro la cappella, e le giornate erano scandite dal lavoro. Si coltivava la terra, si allevavano gli animali, quasi ogni famiglia aveva il mulo, si commerciava la legna. Per raggiungere il fondovalle si percorreva la vecchia mulattiera, perché la strada carrozzabile sarebbe arrivata soltanto molto più tardi.
Era una vita dura, quella delle borgate. Garnero la conosce bene perché lui stesso è nato nel 1953 a Comba, un’altra borgata di San Damiano Macra. «I bambini lavoravano». Non è un modo di dire. C’era il fieno, ma anche da mietere, portare gli animali al pascolo, raccogliere castagne e patate. Il divertimento trovava poco spazio dentro giornate in cui tutti, anche i più piccoli, avevano qualcosa da fare. E poi si andava a scuola a piedi. Garnero ricorda che dalla Comba raggiungeva San Damiano per frequentare la scuola materna. La strada che saliva alla sua borgata arrivò nel 1958; quella carrozzabile del Podio, racconta, qualche anno dopo. Prima c’erano i piedi e le mulattiere.
Tra il paese e le sue borgate c’erano pochi chilometri, ma quasi due mondi differenti. A San Damiano c’erano commercianti, professionisti, negozi, fiere e moltissime osterie. Nelle borgate la vita rimaneva profondamente contadina. I bambini del paese avevano probabilmente più tempo libero di quelli che vivevano più in alto, dove c’erano mucche da accudire, pecore e capre da portare al pascolo, castagne da raccogliere e campi nei quali dare una mano.
Persino la lingua raccontava quella differenza. «Noi eravamo bilingui e non lo sapevamo», dice Garnero. Nelle borgate la prima lingua era quella d’oc, parlata in famiglia. A San Damiano si parlava invece piemontese. Così i bambini delle borgate imparavano anche quello per comunicare con i coetanei del paese e poi, sui banchi di scuola, arrivava l’italiano.
Il racconto inevitabilmente scende per qualche momento dal Podio verso San Damiano. E vale la pena seguirlo, perché la storia di questo paese della Valle Maira porta sorprendentemente lontano.
Giovanni Giolitti aveva profonde radici qui. La famiglia paterna proveniva dalla Valle Maira e suo nonno Giovanni era notaio a San Damiano Macra. Lo stesso Giolitti, rimasto orfano di padre piccolissimo e di salute gracile, trascorse parte dell’infanzia proprio a San Damiano, dove la madre lo portò perché potesse irrobustirsi con l’aria di montagna. Anche la famiglia di Luigi Einaudi era legata al paese: il nonno Luigi fu sindaco di San Damiano Macra e suo padre Lorenzo frequentò qui le scuole elementari, dove fu compagno dello stesso Giolitti.
È un dettaglio che racconta quanto sia facile sbagliare quando guardiamo oggi questi piccoli paesi pensando che siano sempre stati marginali. Garnero mi parla invece di un territorio popolato, con commerci, fiere, artigiani, professionisti e persone istruite. Un mondo contadino certamente povero e faticoso, ma molto più complesso di quanto possiamo immaginare osservando oggi una borgata quasi vuota.
Al Podio, intanto, c’era un altro luogo capace di richiamare persone anche da fuori: la cappella dedicata a San Mauro. «Era un santuario, arrivava gente da tutte le parti», ricorda Garnero. Nel giorno della festa la borgata cambiava volto. C’erano la banda e il mercatino e c’era l’incanto. Le famiglie offrivano quello che avevano: un coniglio, dieci chili di patate o altri prodotti della terra e dell’allevamento. Tutto veniva messo all’asta e chi offriva di più se lo portava a casa, mentre il denaro raccolto veniva destinato alla chiesa. L’incanto non è scomparso. Ancora oggi accompagna la festa di San Mauro e continua, in una forma inevitabilmente diversa, un rito comunitario che appartiene alla storia della borgata.
Ma nella memoria del Podio c’è anche una data che porta con sé tutt’altro peso: il 30 luglio 1944. Quel giorno San Damiano Macra venne attaccato e incendiato durante un’operazione condotta da forze fasciste e tedesche. Garnero, che su quegli avvenimenti ha svolto ricerche, mi racconta che l’incendio iniziò proprio dal Podio. Le colonne armate entrarono nella zona da direzioni differenti con l’obiettivo di impedire ai partigiani di fuggire. Secondo la ricostruzione di Garnero, il mancato coordinamento tra i diversi gruppi permise a molti di mettersi in salvo, ma non evitò l’incendio del paese. Al Podio una lapide conserva ancora oggi la memoria di quella giornata.
Poi il tempo ha continuato a camminare e, lentamente, è accaduto ciò che è successo in moltissime borgate delle nostre montagne. Le persone hanno cominciato a scendere. Si lasciavano le case per cercare lavoro e una vita meno faticosa, per avvicinarsi alle scuole e ai servizi. Le famiglie si sono disperse, spesso molto lontano dalla Valle Maira. Alcune abitazioni sono rimaste nelle mani di eredi che oggi vivono in Francia, in altre parti d’Italia o persino oltreoceano e che non sempre hanno interesse o possibilità di recuperarle.
Eppure il Podio non è rimasto fermo ad aspettare di scomparire. La borgata stessa è stata interessata da un importante intervento di recupero grazie ai finanziamenti del Piano di sviluppo rurale della Regione Piemonte destinati alla riqualificazione delle borgate montane. Sono stati recuperati spazi comuni e nel 2015, proprio durante la festa di San Mauro, venne inaugurata la nuova piazza.
Ma restaurare le pietre non basta per fare vivere un luogo. Servono persone. Ed è qui che la storia del Podio prende una direzione che mi piace particolarmente, perché dopo decenni durante i quali dalle borgate si scendeva, qualcuno ha deciso di fare esattamente il contrario. Tra i primi ci sono Marta e Giorgio, che nel 1998 sistemano la vecchia scuola della borgata e si trasferiscono quassù insieme ai loro due figli, Mario e Caterina. Marta è medico di valle, Giorgio, Jors, traduce dal russo. Hanno scelto di lasciare la città e costruire la propria famiglia in montagna.
Quella vecchia scuola mi fa pensare. Prima era il luogo nel quale entravano ogni mattina i bambini del Podio; quando i bambini sono diventati sempre meno e la scuola ha perso la sua funzione, una nuova famiglia l’ha trasformata in casa. Quasi come se quell’edificio avesse trovato un altro modo per continuare a fare ciò per cui era nato: custodire vita. Il 17 maggio 1999 arrivano i primi capretti. È l’inizio di Lo Puy. Fino all’estate del 2002 Marta e Giorgio lavorano alla costruzione della stalla e del caseificio. La famiglia cresce, diventano cinque i figli, arrivano cavalli e una cinquantina di capre e l’azienda prende forma seguendo il ritmo delle stagioni e della montagna. Oggi Lo Puy produce formaggi a latte crudo, porta avanti l’allevamento e ha affiancato all’attività agricola l’accoglienza e la ristorazione. E soprattutto quella storia non si è fermata alla generazione che l’ha iniziata: Mario e Caterina, i due figli maggiori, continuano oggi il progetto insieme ad altri giovani della valle.

Sul sito di Lo Puy c’è una frase semplice: «Una borgata di montagna che vive». Mi sembra quasi la sintesi di quello che sto cercando mentre ricostruisco la storia del Podio. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante della storia recente del Podio. Quando qualcuno comincia a credere nuovamente in un luogo, spesso apre una strada che altri possono percorrere. Lo Puy è stato uno dei primi segnali di una borgata che tornava a vivere, ma negli anni sono arrivate altre persone, altre famiglie, altre attività. Non tutte hanno la stessa storia e non tutte sono nate nello stesso momento, ma insieme hanno riportato al Podio qualcosa che per una borgata vale più di qualsiasi restauro: la presenza quotidiana delle persone.
Tra queste c’è anche Lara. Lara arriva nel 2004. Viene da Cervasca, ha studiato Scienze dell’Educazione e ha già cominciato una vita professionale completamente diversa, lavorando in una comunità per minori. Alcuni amici che aiutano nell’azienda la portano al Podio e lei incontra quasi per caso un mondo fatto di capre, pascoli e formaggi.
Lo Puy cerca una persona che possa dare una mano e Lara sta cercando, forse senza saperlo ancora fino in fondo, un’altra strada. Comincia a lavorare con Marta e Giorgio, impara a fare il formaggio, acquista capre e terreni e nel 2005 apre la propria azienda agricola. La collaborazione con Lo Puy continuerà fino al 2021. La stessa famiglia di Lo Puy, raccontando oggi la propria storia, parla di Lara e della sua famiglia come parte di un progetto comune: mantenere viva la borgata. Nel frattempo anche Lara cambia, sperimenta e si reinventa. Nel 2016 pianta le prime ottanta rose damascene. Piano piano diventano circa duecento. Arrivano le fragole e i prodotti trasformati nel piccolo laboratorio: sciroppi, tisane, boccioli, composte e altre produzioni. Nasce e cresce Lo Grasal. Nei mesi invernali, quando la terra impone una pausa, Lara lavora invece il gres e crea piatti, tazze, vasi e oggetti.
Accanto a lei ci sono Andrea e le loro figlie Maddalena ed Elisabetta.

E allora provo nuovamente a guardare il Podio. Non è più quello delle 72 persone del 1658 e nemmeno quello delle 89 del 1973. Sarebbe sbagliato raccontare una favola nella quale una borgata spopolata improvvisamente torna a essere quella di un tempo.
È successo qualcosa di diverso. Una famiglia è arrivata e ha fatto rinascere un’attività agricola. Un’altra persona l’ha raggiunta e ha costruito qui la propria azienda e la propria famiglia. Sono nati e cresciuti dei bambini. La vecchia scuola è diventata una casa. Sono arrivati una stalla, un caseificio, un agriturismo, laboratori, coltivazioni e ospitalità. Il borgo è stato recuperato e le sue pietre hanno ricominciato ad avere intorno delle persone.
Non è soltanto un ritorno alla montagna. È un modo nuovo di abitarla. E non significa che vivere quassù sia semplice.
Secondo Garnero lo ricorda quando parliamo delle figlie di Lara. Frequentano le scuole superiori a Cuneo e questo significa alzarsi presto, raggiungere il fondovalle, prendere i mezzi e organizzare ogni giornata intorno alle distanze. Quello che un visitatore vede come isolamento e tranquillità, per chi abita in una borgata può significare ore di viaggio per andare a scuola, lavorare, fare una visita medica o semplicemente raggiungere un servizio.
«Per far tornare i pensionati ci vogliono i servizi. E anche per far venire i giovani ci vogliono i servizi», dice Garnero. È forse una delle frasi più importanti di tutta la nostra conversazione. Perché oggi la montagna possiede una ricchezza che forse per molto tempo abbiamo dimenticato: il paesaggio, il silenzio, lo spazio, una qualità della vita che nelle città diventa sempre più difficile trovare. Garnero stesso, dopo aver vissuto fuori, dal 2018 è tornato stabilmente a San Damiano insieme alla moglie, nella casa dei suoi antenati.
Ma per tornare bisogna poter restare. Servono strade, trasporti, scuole, connessioni, servizi. Serve che una scelta di vita non diventi ogni giorno una corsa a ostacoli.
Mentre parla della montagna di un tempo, Secondo dice anche perché continua a cercare documenti, raccogliere testimonianze e pubblicare libri: «È necessario che non vada persa la memoria, che si sappia com’era la vita».
Forse è proprio la memoria a permetterci di capire davvero quello che sta succedendo al Podio. Nel 1658 c’erano 14 famiglie e 72 persone. Più di tre secoli dopo, nel 1973, erano 16 famiglie e 89 abitanti. Poi è arrivato lo spopolamento, le porte si sono chiuse e molte persone hanno percorso la strada verso valle senza più tornare.
Oggi quelle cifre appartengono al passato e probabilmente non torneranno. Ma la storia di una borgata non si misura soltanto contando quanti abitanti ha perso. Si può misurare anche guardando chi ha deciso di esserci.
Al Podio qualcuno ha recuperato le pietre, qualcuno ha trasformato una scuola in una casa, qualcuno ha riportato le capre nei prati, qualcuno ha fatto nascere dei figli, qualcuno ha piantato rose dove avrebbe potuto non crescere più nulla.
Per decenni da queste borgate si è scesi cercando altrove un futuro.
Poi qualcuno ha ricominciato a salire.