Generazioni di economisti hanno inteso l’economia come la disciplina che studia e che tenta di risolvere i problemi derivanti dalla scarsità di risorse. Da questa impostazione sono derivate tutte quelle teorie che si occupano di individuare il modo più efficiente di allocare le risorse stesse in un contesto di scarsità.
In realtà, come gli studiosi più attenti hanno fatto notare già da tempo, le risorse economiche, nel nostro tempo, non sono scarse. Con un adeguato impiego dei fattori produttivi, i bisogni essenziali dell’intera umanità potrebbero essere soddisfatti senza un grande sforzo. Ad esempio, si stima che se i Paesi del G7 tagliassero il 3% della spesa militare annuale per destinare le relative risorse per combattere la povertà a livello globale, in pochi anni si potrebbe risolvere la piaga della fame nel mondo e consentire ai Paesi più poveri di liberarsi del fardello del debito estero.
Questo, però, non capita perché, al contrario, la spesa militare è in aumento. Al di là dei seri interrogativi di natura etica che queste scelte implicano, è evidente che tutto questo va a toccare in profondità le questioni che riguardano la natura stessa dell’economia e del suo ruolo. Se, infatti, in alcuni settori fondamentali, il problema della scarsità delle risorse non si pone, ne consegue che il ruolo dell’economia è un altro. In merito, non sono mancati punti di vista provocatori ma, tutto sommato, non privi di profili di verità. Ad esempio, John Kenneth Galbraith, tra gli economisti keynesiani più brillanti e docente presso le Università di Princeton, Cambridge e Harvard, era arrivato a sostenere (senza dubbio esasperando il concetto) che lo scopo dell’economia era quello di dare una giustificazione intellettualmente e socialmente accettabile alle disuguaglianze. Secondo David Graeber, antropologo e docente presso la London School of Economics, l’economia, semplicemente, non esiste, perché lo studio delle attività economiche e dei comportamenti economici è da ricondurre all‘antropologia, senza necessità di elaborare ulteriori categorie. Come si diceva, si tratta, in buona parte di provocazioni che, tuttavia, ancora oggi, possono offrire efficaci spunti di riflessione. Più strutturata e tutt’altro che provocatoria, invece, è l’analisi di Keynes che, in aperta polemica con chi, rifacendosi alla tradizione classica, continuava a considerare inscindibile il binomio tra economia e studio dei problemi relativi alla scarsità delle risorse, affermava che, in realtà, l’economia ha intrinsecamente a che fare con il potere. Le scelte economiche con valenza sistemica, sosteneva Keynes, sono in mano a chi detiene il potere e, nello specifico, dello Stato, che attraverso le leve economiche esercita la propria sovranità indirizzando la cosa pubblica verso gli obiettivi individuati a livello politico.
Se Keynes fosse ancora vivo, probabilmente riconsidererebbe il ruolo dello Stato ridimensionandolo alla luce dello strapotere dei grandi attori economici e finanziari a livello globale, dei quali i Governi paiono essere succubi. Tuttavia, l’intuizione rimane attuale. Proprio i passaggi degli ultimi decenni, in effetti, con l’esautorazione degli attori istituzionali e i processi decisionali sempre più in mano ai signori della finanza e dell’economia mondiale, paiono confermare il punto di vista Keynesiano, e cioè che le leve economiche sono leve di potere. Il modo in cui questo potere viene esercitato oggi, però, si sta rivelando distruttivo. Non tutto ciò che capita di brutto nel mondo può essere ricondotto a cause o spiegazioni economiche, ma pare indubitabile che guerre, oppressione di interi popoli e sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali abbiano nell’economia alcune delle loro radici più profonde. I sistemi economici che generano profitti per pochi e miseria per molti sono disfunzionali e producono effetti negativi, a cascata, su persone, comunità e ambiente.
Senza con ciò voler proporre ricette a buon mercato, sembra di capire che il superamento della attuale fase storica passi anche attraverso una rilettura del ruolo stesso dell’economia, che da strumento di potere deve diventare strumento di servizio. Oramai, l’elaborazione teorica consente di individuare, da un lato, le misure che generano benessere e sviluppo diffusi e, allo stesso tempo, quelle che procurano vantaggi a pochissimi. Si tratta, ora, di scegliere percorsi generativi, nei quali gli strumenti economici siano al servizio delle persone.