editoriale

Nuova legge elettorale e l’ombra di Vannacci

Alla Camera il voto definitivo sulla controversa riforma

Ezio Bernardi 04 ottobre 2026

Cuneo

È noioso e irritante parlare ancora di riforma elettorale. Eppur bisogna. Perché è iniziata ieri, 30 settembre, e si concluderà a giorni alla Camera dei deputati, la discussione finale sulla nuova legge.

E dal suo esito dipenderà molto del futuro politico dell’Italia. L’hanno battezzata Stabilicum, per far intendere la volontà di rendere più stabile il sistema politico nazionale. Qualcuno preferisce Melonellum, con questo intendendo che chi l’ha voluta, Giorgia Meloni, in realtà voglia più interessatamente ricavarne un aiutino per rivincere le elezioni nel 2027.

Già approvata al Senato con l’introduzione delle preferenze, la legge è tornata a Montecitorio per il passaggio definitivo. Ma l’approvazione, seppure probabile, non è scontata. Non per l’opposizione compatta delle minoranze, ma per i mal di pancia interni alla maggioranza. Per blindare il provvedimento, la presidente del Consiglio porrà la questione di fiducia sui punti chiave modificati (preferenze, aumento delle firme per la candidatura e modifiche al collegio di Bolzano).

Il voto di fiducia obbligherà i deputati a dichiarare pubblicamente il sì o il no. Ma il voto sulle pregiudiziali costituzionali della legge e il voto finale sul testo complessivo sarà a scrutinio segreto se richiesto da almeno 20 deputati dell’opposizione.

Nel segreto dell’urna, il 14 luglio, la Camera ha già bocciato una prima volta la legge con l’azione dei “franchi tiratori” di maggioranza, che affossarono l’emendamento sulle preferenze, costringendo poi il Senato a reinserirle con voto palese.

Una nuova bocciatura non è impossibile neanche questa volta. Con l’effetto di far naufragare definitivamente la riforma, rischiando di far cadere il governo e aprire la strada a elezioni anticipate a febbraio o marzo 2027. La stessa premier ha detto a chiare lettere che, se non otterrà la fiducia, questa sarebbe la conseguenza inevitabile (pur sapendo che solo il Presidente della Repubblica può decidere se e quando sciogliere il Parlamento).

Perché questo accada, bisogna che una parte dei deputati di maggioranza voti la sfiducia per far decadere la legge. I motivi di attrito interni alla maggioranza riguardano le preferenze e i capilista bloccati. Fratelli d’Italia e Noi Moderati vogliono le preferenze, Forza Italia e Lega si sono sempre mostrate contrarie, accettandole solo a patto di avere i capilista bloccati.

Il percorso della legge ha visto anche l’abbandono del ballottaggio di coalizione per l’assegnazione del premio di maggioranza nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga il 42% dei voti, soglia necessaria per il premio di seggi.

Ma se tutto questo era già noto quando alla Camera si votò il 14 luglio, la novità destabilizzante è arrivata con l’irrompere nell’agone di Futuro Nazionale, il partito di destra radicale fondato dall’ex generale Roberto Vannacci dopo la sua uscita dalla Lega.

La riforma progettata prima non prevedeva la concorrenza a destra di un nuovo partito. Ora che Vannacci è accreditato del 7/8% dei voti (a Reggio Calabria, ha sfiorato l’11%), tutti sottratti al centrodestra, il 42% e il relativo premio di maggioranza diventano verosimilmente irraggiungibili per il centrodestra. A meno di imbarcare Vannacci nella coalizione.

L’approvazione della legge costringerebbe la maggioranza a legarsi strutturalmente a Futuro Nazionale per vincere andando oltre il 42%. Di questa coalizione Futuro nazionale diventerebbe il secondo partito, relegando Lega e Forza Italia a comprimari. Una prospettiva che i moderati del centrodestra hanno ottime ragioni per evitare.

Affondare la riforma alla Camera sarebbe una strada utile a tenere lontano Vannacci. Almeno fino a dopo le elezioni.

Meloni, per contro, assicura che non farà alleanze con il generale, e punta ancora a raggiungere il 42% scommettendo tutto sul “voto utile”. Chi vota Futuro nazionale, è il suo ragionamento, vota per la sinistra e il campo largo. E questo, secondo Meloni, non accadrà.

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