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Vivere in rifugio ai piedi del Monte Matto

Lorenzo Cavallo, gestore del Livio Bianco, racconta la stagione estiva in alta quota

Iva Osenda 03 ottobre 2026

Valdieri

Lorenzo Cavallo è il giovane gestore del rifugio Dante Livio Bianco, sulle rive del lago sottano della Sella, ai piedi del monte Matto.

Lorenzo, come è arrivato alla gestione del rifugio?

Lavoravo nel settore delle carni, ma c’era in me il forte desiderio di provare a gestire un rifugio. Un po’ di anni fa, io e mia moglie Ilenia abbiamo iniziato a guardarci intorno. Quando si è presentata l’opportunità, siamo andati a di gestire la Baita “Le Meschie”, a Pradeboni, nel Comune di Peveragno, sulle pendici della Bisalta. L’abbiamo fatto per quattro stagioni. Ma l’idea del rifugio in alta montagna continuava ad affascinarmi, appena abbiamo avuto l’occasione ci siamo buttati.

L’occasione arriva nel 2024?

Abbiamo partecipato al bando presso il Cai di Cuneo. Ho chiamato il mio amico architetto Enrico Turco per farmi aiutare a livello burocratico nella presentazione della domanda: ero convinto, ma un po’ scettico in quanto eravamo nove candidati. Enrico mi ha incoraggiato, così ho provato. Siamo tre soci: Emanuele Bella, mia moglie Ilenia Gola, ed io. Abbiamo dei ragazzi che lavorano con noi: siamo una bella squadra. Vivono quassù anche i nostri figli: Azzurra di nove anni e Domenico di quattro.

In che anno venne aperto il rifugio Livio Bianco?

È situato a 1.910 metri a Sant’ Anna di Valdieri ed è un rifugio storico del Cai nato nel 1963 e nell’arco degli anni è stato rivisto varie volte a livello strutturale. Originariamente veniva gestito dal signor Piancenza. Ma il gestore più rappresentativo è stato Livio Bertaina: per trent’anni ha curato egregiamente questa struttura.

Cosa affascina di un lavoro poco usuale come la gestione di un rifugio di alta montagna?

In primis l’amore per la montagna, ma anche la voglia di mettermi alla prova: il rifugio richiede capacità pratiche su tutti i fronti, è necessario saper fare un po’ di tutto, arrangiarsi e soprattutto adattarsi. È un luogo che vive sostanzialmente in autonomia. In inverno bisogna portare su i rifornimenti a spalle con gli sci e salire regolarmente a caricare le batterie dei pannelli solari. Gestire l’acqua nei mesi freddi è un problema perché qui gela tutto; le temperature quest’inverno sono andate da una massima di -7 ad una minima di -17 e sono scesi tre metri e venti di neve. A Pasqua ce n’erano ancora due metri. Una valanga ci ha portato via il tubo dell’acqua della sorgente. La neve di quest’inverno sta garantendo ad ora una buona quantità di acqua: questo è fondamentale per la vita del rifugio.

Come arrivano i rifornimenti?

Con l’uso del Quad, a spalle con gli zaini e con l’elicottero. I rifiuti vengono divisi, sistemati in sacconi e portati a valle tramite l’elicottero.

Quanti posti ha il rifugio?

Abbiamo 48 posti letto in camerate con letti a castello. Per mangiare ci sono quaranta posti all’interno. La cuoca è Ilenia, io sono l’aiutante.

Quali sono le difficoltà nel gestire un rifugio?

Nel rifugio si vive tutti insieme, è fondamentale creare il gruppo. Non è facile adattarsi ad una vita comunitaria in spazi ristretti. Bisogna dimenticarsi per un periodo delle comodità a cui siamo abituati. Da giugno a settembre zero privacy, si condivide tutto: camere, docce, bagno, pasti. Inoltre, la struttura, per essere mantenuta in perfetta condizione, richiede molta manutenzione: ringrazio mio suocero che è zelante ed è sempre presente per ogni necessità. Nonostante le difficoltà è un lavoro dinamico che ti permette di incontrare tante persone, di confrontarti. Di sera, quando finiamo il servizio, parlo con i clienti, chiedo consigli, sento opinioni. Faccio tesoro dei loro suggerimenti.

Chi soggiorna comprende di essere presso un rifugio o avanza pretese da albergo?

La maggior parte delle persone comprende e apprezza: naturalmente ci sono a volte delle richieste un po’ pretenziose, come la richiesta di camera e bagno privati o verdure fresche ad ogni pasto. Noi cerchiamo nel limite del possibile di venire incontro alle varie esigenze soprattutto alimentari. Chiediamo sempre di avvisarci in anticipo per poterci organizzare.

Quali progetti avete?

Vogliamo cercare di dare una svolta alla struttura del rifugio. La prima sfida è stata riuscire a mettere i pannelli sul tetto smantellando il vecchio impianto: questo ci garantisce di riuscire a gestire tutto al meglio, infatti abbiamo anche allestito un forno in cucina. Tra le varie migliorie, abbiamo in cantiere l’idea di potenziare il pacchetto batterie. La posizione fa sì che il rifugio non veda il sole da metà novembre alla prima settimana di marzo e il rischio valanghe è sempre presente, ma le batterie vanno alimentate per non rovinare l’impianto; infatti stiamo valutando di inserire una piccola pala eolica che possa alimentarle soprattutto in inverno, quando siamo impossibilitati a salire per la neve. Disponiamo inoltre di un ottimo sistema di purificazione dell’acqua. Per contenere l’uso della plastica, utilizziamo gli spillatori. Vorremmo rinnovare i serramenti, che sono ancora quelli originali; le camere le stiamo sistemando anno dopo anno. Tra i vari progetti c’è quello di organizzare un servizio sherpa.

Quanti mesi vivete al Rifugio?

In base alla neve, apriamo per i fine settimana da metà marzo a fine maggio. Da giugno a settembre siamo sempre aperti. Ad ottobre facciamo tutti i lavori e a metà mese scendiamo. Anche perché a settembre solitamente nevica già. Dobbiamo svuotare tutti gli impianti e chiudere quello idraulico. La sorgente a cui attingiamo è situata a 500 metri sopra, pertanto il tubo percorre un chilometro per raggiungere il rifugio, di cui un breve tratto passa all’interno del lago.

Quando tornate a casa a Beinette come vi sentite?

Come famiglia, saliamo con la fine delle scuole e scendiamo all’apertura. Dopo tanti mesi fa piacere tornare a casa e alla normalità. Mia mamma non sale fin quassù, per cui tornare giù vuol dire poterla vedere regolarmente. Inoltre, non dover centellinare la corrente elettrica, controllare l’uso dell’acqua costantemente, fare docce calde, e non dover attendere in coda per il bagno, ti fa apprezzare davvero le comodità!

Com’è la notte in alta montaga?

È sicuramente poetica: all’inizio della stagione, le prime notti sono silenziose. Ci godiamo un cielo coperto di stelle e il suono della cascata in lontananza.

Quanti anni ha la persona più anziana che ha raggiunto il rifugio?

C’è un signore di Caraglio che ha 86 anni e sale tutti gli anni: mangia, si ferma il pomeriggio con noi e poi ci dà l’arrivederci per l’anno successivo. È iscritto al Cai dall’età di dieci anni. Quest’estate è salito un piccolo di appena 6 mesi.

Vi capita di vedere animali selvatici?

Siamo nel parco delle Alpi Marittime ed è facile incontrare animali selvatici. Gli stambecchi li vediamo a maggio e giugno. Nel periodo estivo si spostano in alto. Tornano a settembre. Di sera scendono i camosci a pascolare intorno al rifugio e a bere al lago. Ogni tanto avvistiamo i lupi: sono schivi, appena vedono l’uomo scappano, non sono un pericolo.

Nella sua vita ad un certo punto è entrata una persona importante.

Quando è morto mio papà, Enzo Dalmasso è diventata una figura di riferimento essenziale: per me è stato ed è tutt’ora un maestro di vita. Ha saputo darmi consigli utili e giusti insegnamenti. Se credo in me è grazie a lui. Lui mi dice sempre: “Se hai un sogno, un desiderio, rincorrilo: se non provi a concretizzarlo hai già fallito in partenza”.

Non avete vicini di casa, ma Davide, il pastore, viene a farvi visita?

Davide è una brava persona: quest’estate è rimasto qui in zona con le sue pecore. Viene spesso a mangiare da noi o passa per un saluto. È una presenza preziosa: ci aiuta nei momenti di difficoltà ed è molto collaborativo. Svolge un lavoro pesante e faticoso, nonostante ciò è sempre di buon umore ed è molto attento al benessere dei suoi cani e del suo gregge. Quando lascia il rifugio per ripartire alla volta dei monti, grida: “Famiglia andiamo!” e i suoi cani affettuosamente lo seguono.

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