cronaca

Torture al carcere di Cerialdo: il processo arriva in aula

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Dieci agenti di Polizia Penitenziaria accusati a vario titolo di tortura, lesioni, falso e favoreggiamento ai danni di alcuni detenuti

Camilla Pallavicino 03 ottobre 2026

Cuneo

È arrivato in aula il processo ai dieci agenti di Polizia Penitenziaria in servizio al carcere di Cerialdo, accusati a vario di titolo di tortura, lesioni, falso e favoreggiamento ai danni di alcuni detenuti sottoposti alla loro custodia, per fatti avvenuti tra l’autunno del 2021 e l’estate del 2023.

Altri quattro imputati avevano scelto il rito abbreviato e lo scorso 16 febbraio sono stati giudicati dal Gup del tribunale, che ha sostanzialmente accolto le richieste del Pubblico Ministero Mario Pesucci, condannando l’ispettore di Polizia G.V. a 3 anni e 2 mesi, e gli agenti M.D. e M.C. ad 1 anno di reclusione e il medico A.M. ad 1 anno e 4 mesi, questi tre per il reato di falso.

Tra i fatti contestati c’è il pestaggio avvenuto all’interno della cella 417 verso le 10 di sera del 20 giugno, dopo che nel corso del pomeriggio i quattro detenuti di origine pakistana che vi erano rinchiusi avevano messo in atto una protesta per il mancato soccorso al detenuto della cella accanto, che per ore aveva lamentato un forte male alla gamba. I detenuti avevano battuto caffettiere e altri oggetti contro le inferriate della porta blindata per una rumorosa protesta, terminata quando l’uomo venne infine accompagnato in infermeria. Agenti in servizio e altri colleghi che avevano smontato dal turno e che erano stati richiamati appositamente, avrebbero fatto irruzione nella cella per ‘punire’ i quattro della protesta messa in atto. Un pestaggio che si sarebbe protratto anche lungo il percorso dalla cella alla stanza attigua all’infermeria: insulti, minacce, calci e pugni, successivamente refertati con prognosi di traumi e contusioni da percosse per periodi dai 7 ai 15 giorni. Un pestaggio in cui venne coinvolto anche il detenuto che nel frattempo era stato portato in infermeria e che si concluse con lo spostamento dei cinque uomini nelle celle d’isolamento.

Altri detenuti avevano nel frattempo denunciato pestaggi e maltrattamenti, il più grave dei quali ai danni di un detenuto che, dopo aver chiesto di essere posto in cella d’isolamento per poter osservare il periodo del ramadan, venne picchiato con violenza dagli agenti di custodia che lo lasciarono svenuto e con una profonda ferita di 8 cm alla testa all’interno della cella d’isolamento, dove venne trovato ore dopo dall’agente di turno: trasportato d’urgenza all’ospedale, all’uomo venne data una prognosi di guarigione di 30 giorni.

“Ci venivano inoltrate comunicazioni per resistenze e oltraggio agli agenti, poi però in sede d’interrogatorio i detenuti riferivano di essere stati aggrediti e picchiati dagli agenti. Abbiamo riscontrato questo modus operandi generalizzato della Polizia Penitenziaria, non solo a Cuneo, ma anche negli istituti penitenziari di Ivrea e Torino erano accaduti fatti simili” - ha riferito Roberto Streva, all’epoca dei fatti comandante del Nucleo investigativo regionale della Polizia Penitenziaria e che, su delega della Procura di Cuneo, condusse le indagini all’interno del Cerialdo per episodi di pestaggi ai danni di undici detenuti.

Le segnalazioni, nate così dai racconti di detenuti, avvocati, e in un caso anche dall’intervista di un ex detenuto a Radio Radicale, finirono in un unico fascicolo su cui gli inquirenti indagarono per alcuni mesi. Un’indagine resa difficile non solo dalla carenza di strumentazione che fornisse riscontri oggettivi, “in alcuni settori le telecamere funzionavano, in altri no, erano obsolete e non funzionanti e la Procura aveva chiesto che venissero sostituite” - ha riferito Streva, sottolineando il fatto che anche le telecamere funzionanti venivano comunque sovrascritte ogni cinque sei giorni e, se la segnalazione arrivava dopo questo periodo, non era possibile averne riscontri oggetti. Un’ indagine complicata anche dalla costante presenza degli indagati, “difficile mettere telecamere e microfoni ambientali in un luogo sempre presidiato - ha spiegato ancora Streva -, in alcuni casi abbiamo potuto mettere solo microfoni, in altri ancora abbiamo dovuto rinunciare”. C’era poi il sospetto da parte degli indagati per i continui sopralluoghi all’interno del carcere: l’allora comandante, anche lei imputata con l’accusa di falso, si lamentò con uno degli ispettori delegati a svolgere le indagini per quei sopralluoghi senza preavviso, “andavamo per acquisire documentazione necessaria all’indagine e la comandante si lamentò di non esser stata preventivamente avvisata, anche se non era previsto che che noi lo facessimo” - ha riferito l’ispettore, aggiungendo di aver subito comunicato questo fatto al suo comandante.

L’udienza proseguirà il 16 ottobre.


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