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Narbona, la borgata disabitata che ha mantenuto un cuore vivo

Un paese non muore davvero finché esiste qualcuno disposto a ricordarlo

Cinzia Dutto 27 settembre 2026

Narbona

Ci sono luoghi che sembrano morti soltanto perché non ci abita più nessuno.

Narbona è uno di questi.

Le case di pietra stanno lentamente tornando alla montagna, i tetti cedono, i sentieri scompaiono sotto le pietre e la vegetazione si riprende spazi che per secoli sono appartenuti agli uomini. Da oltre sessant’anni nessuno vive stabilmente in questa borgata di Castelmagno, in Valle Grana, eppure chiamarla semplicemente “paese fantasma” sarebbe forse il modo più sbagliato per raccontarla.

Perché i fantasmi appartengono a qualcosa che non c’è più.

Narbona, invece, c’è ancora.

L’ho capito grazie alla preziosa ricerca di Renato Lombardo, che a questo piccolo mondo ha dedicato quarant’anni, raccogliendo testimonianze, fotografie, nomi, toponimi e persino le parole di quella particolare parlata che apparteneva agli abitanti della borgata.

Ed è proprio seguendo le tracce raccolte da Lombardo che quelle case vuote cominciano, una dopo l’altra, a riempirsi nuovamente di persone.

Fino agli anni Quaranta Narbona contava stabilmente più di cento abitanti. Una testimonianza raccolta nel libro Narbona ne ricorda 101. Lombardo, considerando i secoli durante i quali la borgata è stata abitata, stima che possano essere state circa duemila le persone che hanno vissuto lassù.

Duemila vite in un luogo dove oggi non vive più nessuno.

Bisogna immaginarla allora, Narbona.

Una borgata costruita su pendii talmente ripidi da sembrare quasi impossibili da abitare. Le case non si disponevano una accanto all’altra come nei paesi di fondovalle, ma salivano seguendo la montagna. Una sopra l’altra, addossate, alcune alte tre piani oltre al fienile. Lombardo la definisce un “villaggio verticale” e la paragona a una pigna: larga alla base e sempre più stretta verso l’alto.

La terra disponibile era poca e preziosa. Ogni spazio doveva essere utilizzato.

Anche il lavoro seguiva le regole imposte dalla pendenza. Gli animali non potevano essere lasciati liberamente al pascolo nei terreni più scoscesi e venivano foraggiati nelle stalle. Per portare a valle il fieno gli abitanti avevano costruito delle teleferiche.

E poi ci sono quei piccoli particolari che nessun numero riesce a raccontare.

Come le donne che portavano il letame nei campi dentro le gerle e durante il lavoro recitavano il rosario. O le galline che, nei punti più ripidi, rischiavano letteralmente di precipitare e che, secondo una delle testimonianze raccolte da Lombardo, venivano assicurate per la coda con un sacchetto.

Si sorride immaginandole.

E forse è proprio in quel momento che Narbona smette di essere una distesa di ruderi e torna a essere un paese.

Un luogo difficile, certamente. Ma un luogo nel quale si nasceva, si cresceva, ci si innamorava, si lavorava e dal quale, sempre più spesso, si partiva.

L’emigrazione fece parte per molto tempo della vita della borgata. Fino agli anni Cinquanta era soprattutto stagionale. Alla fine di settembre i giovani lasciavano Narbona e tornavano in primavera, quando ricominciavano i lavori nei campi.

Le destinazioni erano Torino e la Francia, soprattutto Nizza, Tolone e Hyères. Gli uomini facevano i minatori, i braccianti, i boscaioli, i facchini. Alcuni, arrivati a Torino, diventarono lustrascarpe. Una vecchia fotografia conserva addirittura l’immagine e i nomi dei “lustrascarpe di Castelmagno a Torino - della frazione Narbona”. Altri si specializzarono nella gestione delle caldaie a carbone.

Le donne lavoravano come domestiche presso famiglie benestanti oppure nella coltivazione di fiori e ortaggi.

Partire, però, non significava ancora andarsene.

Si tornava.

Si tornava perché a Narbona c’erano le famiglie, le case, gli animali e i campi. C’era ancora un paese ad aspettare.

Poi, lentamente, le partenze diventarono definitive. I bambini erano sempre meno e, quando non fu più possibile mantenere la scuola della borgata, scendevano a Pradleves, dove rimanevano nel convitto durante la settimana per poi tornare a casa il sabato e la domenica.

Fino a una Pasqua.

Era il 17 aprile 1960. Alcuni emigranti erano risaliti a Narbona per trascorrere le festività insieme alle loro famiglie.

La sera cominciò a nevicare.

In due giorni caddero 122 centimetri di neve fresca. Nei giorni successivi scesero le valanghe e le vie di collegamento furono interrotte. Narbona rimase isolata per cinque giorni.

Quella volta, probabilmente, la montagna disse ciò che tutti sapevano già ma che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di pronunciare.

Continuare a vivere lassù non aveva più senso.

Fu presa una decisione collettiva: l’inverno successivo a Narbona non sarebbe rimasto nessuno.

Nell’autunno del 1960 partirono le ultime undici famiglie. Due si trasferirono a Torino, tre a Cuneo, due a Pentenera di Pradleves, una al Colletto, due a Campomolino e una in Francia.

Non fu una fuga.

Ed è importante dirlo perché per molto tempo proprio l’aspetto delle case alimentò l’immagine di una popolazione scappata improvvisamente, quasi davanti a una catastrofe.

Le cose erano rimaste al loro posto perché molti pensavano di tornare.

Forse l’estate successiva. Forse per i lavori nei campi. Forse soltanto per qualche giorno.

Qualcuno effettivamente continuò a risalire per piantare le patate o portare gli animali al pascolo. Ma quel ritorno immaginato non avvenne mai davvero.

«Sono venuti via tutti piangendo», mi racconta Lombardo. «Anche se venivano via dalla miseria».

Poi pronuncia una frase che sembra essere stata conservata apposta per raccontare Narbona: «L’unico mai più è quello della morte. Gli altri sono tutti, si spera, arrivederci».

Forse è proprio da quel arrivederci che bisogna ripartire per capire ciò che è successo molti anni dopo.

Perché qualcuno a Narbona ha continuato a tornare.

Non per riportarla artificialmente a ciò che era stata e nemmeno per ricostruire ogni casa. Il tempo, intanto, aveva continuato il proprio lavoro. I tetti erano crollati, le pietre avevano invaso i passaggi, alcuni sentieri erano diventati quasi irriconoscibili.

Un giorno Lombardo, durante una delle sue camminate, guardò il tetto della piccola cappella.

Le lose erano in condizioni preoccupanti.

Pensò alla neve che sarebbe arrivata con l’inverno e che forse quella struttura non avrebbe resistito ancora a lungo.

Si sarebbe potuto lasciare che accadesse.

In fondo Narbona era disabitata da decenni.

Invece qualcuno decise che almeno quel luogo non doveva morire.

Venne organizzata una corvée di volontari. Erano in tredici. Salirono insieme a un capomastro, anche lui volontario, e cominciarono a lavorare. Il tetto venne scoperchiato, furono tolte le vecchie lose e, grazie anche ai proventi del libro dedicato a Narbona, venne acquistato il materiale necessario per restaurarlo.

Ma non finì lì.

Due fratelli di Campomolino, aiutati da altri volontari, continuarono il lavoro. Per raggiungere la cappella non esisteva quasi più un vero sentiero: i crolli delle case avevano riempito il passaggio di pietre. Vennero creati gradini rudimentali, sistemato un piccolo piazzale e realizzate delle sedute in pietra.

Poi pensarono all’acqua.

Quella di un piccolo ruscello più a monte venne intubata e portata fin lì. Nacque una fontana.

Un posto nel quale fermarsi.

Un posto nel quale tornare.

Ma mancava ancora qualcosa.

Durante quarant’anni di ricerche Lombardo aveva raccolto fotografie. Volti. Uomini, donne e bambini appartenuti a quel paese quando Narbona non aveva bisogno che qualcuno ne custodisse la memoria, perché era semplicemente viva.

A un certo punto ebbe un’idea: riportarli a casa.

Le fotografie vennero raccolte in pannelli. Poi un giorno i volontari tornarono ancora una volta a Narbona, li portarono fino alla cappella e li sistemarono alle pareti.

Quando Lombardo mi racconta quel momento non usa grandi parole.

Dice semplicemente:

«E così sono tutti lì».

Mi fermo su questa frase.

Perché forse è tutto qui.

Fuori ci sono le case vuote. Dentro quella piccola cappella ci sono nuovamente gli abitanti.

Uomini e donne che hanno tagliato il fieno sui pendii, bambini che hanno percorso il sentiero per andare a scuola, ragazzi partiti per Torino e per la Francia, donne che hanno portato gerle sulla schiena. Persone che un giorno d’autunno hanno chiuso una porta pensando, forse, di riaprirla.

La cappella oggi ha un nome: Santuario della Memoria.

È stato costituito questa estate, e una mostra fotografica permanente con tutte le foto recuperabili degli abitanti sono ora al suo interno. La cura di quel luogo continua, proprio come continua la memoria di chi c’è stato.

E allora penso che forse abbiamo un’idea sbagliata di cosa significhi salvare un paese.

Non sempre è possibile rimettere un tetto sopra ogni casa. Non sempre bisogna trasformare una borgata abbandonata in qualcosa di nuovo. Ci sono luoghi nei quali occorre persino accettare che le pietre, piano piano, tornino alla montagna.

Ma si può fare in modo che non scompaia tutto.

Si possono salvare un nome, una fotografia, una storia. Si può liberare un sentiero dalle pietre. Si può sistemare un tetto. Portare l’acqua a una fontana. Appendere un volto a una parete.

Piccolissime cose, se guardate una alla volta.

Immense, se servono a impedire che duemila vite diventino soltanto un paese fantasma.

Narbona non ha più abitanti dal 1960.

Eppure, salendo fino a quella piccola cappella e guardando i volti che qualcuno ha voluto riportare lassù, viene da pensare che un paese non muoia davvero finché esiste qualcuno disposto a ricordarlo.

Le case, lentamente, continueranno forse a tornare alla montagna.

Ma Narbona ha ancora un cuore.

E dentro quel cuore, quel piccolo santuario e finalmente, sono tornati tutti a casa.







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