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editoriale

L’annunciata “apocalisse” dell’Intelligenza artificiale in rapporto con il Dio per cui l’umanità è relazione

Il mondo biblico non manifesta preclusioni rispetto a sviluppi, invenzioni o novità. Nella misura in cui si serve l’umanità, tutto è buono

Angelo Fracchia 27 settembre 2026

Cuneo

In quest’ultima settimana ci è stata annunciata l’apocalisse. Per colpa dell’intelligenza artificiale. E ad annunciarla è stato chi ci lavora.

Va bene, lo sappiamo, in parte è marketing: ti dico che ho elaborato un prodotto talmente straordinario che neanche io so controllarlo... così intanto tu lo compri, perché è fortissimo. Ma poi, più rilevante: perché ne parliamo qui? Forse che nella Bibbia si parla di intelligenza artificiale?

Chiaramente, no. Però si parla di realtà che forse continuano a essere significative anche nel nostro tempo, benché pensate più di duemila anni fa. D’altronde, il nome stesso di “apocalisse” viene dal mondo religioso ebraico, benché nella Bibbia l’unico libro che porti davvero questo nome (l’Apocalisse di san Giovanni, nel Nuovo Testamento) non ha questa coloritura “apocalittica” che riteniamo segni solo la fine del mondo.

Partiamo da una considerazione. Un po’ più di cinquemila anni fa alcuni esseri umani, in diverse parti del mondo, iniziarono a utilizzare materiali diversi per riempirli con segni che indicavano dei concetti, e poi dei suoni. Nel tempo la maggior parte dell’umanità ha imparato che cosa significasse scrivere e leggere. Molto tempo: si valuta che occorra arrivare alla metà del XX secolo perché la maggior parte degli umani viventi sapesse leggere. La scrittura ha comunque cambiato il modo di imparare: apprendo qualcosa non più solo da ciò che sperimento io o che mi insegna qualcuno che fisicamente è accanto a me, ma anche a partire da idee pensate da altri lontano da me, nello spazio o nel tempo. Addirittura, posso scrivermi delle idee e non ho più paura di dimenticarle. La conoscenza umana non è più stata la stessa, perché se so leggere so anche recuperare informazioni che potrei anche dimenticarmi (fosse pure la lista della spesa...).

Negli ultimi quaranta anni sono stati introdotti, per la maggior parte dell’umanità, alcuni strumenti stravolgenti. Prima la possibilità di elaboratori personali, che sono poi diventati portatili (quasi tutti noi ne abbiamo uno in tasca), poi la possibilità di accedere a una rete digitale piena di informazioni, infine (per ora) la facoltà di sfruttare modelli che elaborano per noi ricerche, testi, organizzazioni e, se vogliamo, ci stendono anche uno scritto, ci organizzano giornate o la lista della spesa, ci contattano anche centri di prenotazione di varie cose e, se li autorizziamo, pagano per noi. Il primo personal computer dovrebbe essere stato commercializzato nel 1965, mentre secondo l’ITU (International Telecommunication Union) dal 2018 la maggior parte dell’umanità ha accesso alla rete internet. Perché cambiassero di nuovo le modalità con cui conosciamo non sono passati più di cinquemila anni, ma appena poco più di cinquanta. Tempi così brevi ci chiedono uno sforzo di adattamento particolare.

Pochi decenni fa per uno studente di buona volontà faceva una differenza enorme vivere in una casa con molti libri o vicino a una biblioteca oppure no; oggi la “rivoluzione digitale” consente a chiunque, a costi quasi nulli, di accedere a una biblioteca umana sterminata, e oggi anche a valutazioni dei maestri più preparati del mondo, disposti a ripetere senza fine la lezione, cambiando anche nel frattempo modalità e ritmo di studio. La possibilità di una profonda democratizzazione della conoscenza è chiara.

Nello stesso tempo, è altrettanto chiaro il rischio di una perdita di umanità: chi gestisce tutto questo? Con quali scopi? Abbiamo il modo di controllarlo e dominarlo? Chi lo fa? Saranno ancora esseri umani a pensare, valutare, ponderare, immaginare, progettare?

La Bibbia, dicevamo, non poteva prevedere tutto ciò che è accaduto. Ma sembra conoscere alcune coordinate di fondo dell’umanità. In tutta la Bibbia, infatti, troviamo un Dio, sulla cui immagine è stato fatto l’uomo, sempre impegnato a entrare e restare in relazione con gli esseri umani (o addirittura con sé stesso, se sviluppiamo l’idea della Trinità). Anche l’umanità è chiamata a muoversi sulla stessa lunghezza d’onda: la creazione implica un rapporto di relazione, tutta la dinamica del Primo Testamento si muove sul presupposto di un’alleanza, cioè di un rapporto personale, i miracoli di Gesù mirano a rendere le persone capaci di entrare nuovamente in relazione con gli altri, lo stesso Risorto appare “ai suoi”. E non sembra mai che il mondo biblico abbia preclusioni rispetto a sviluppi, invenzioni o novità. Nella misura in cui si serve l’umanità, tutto è buono.

Non sembra quindi di doversi particolarmente temere l’apocalisse («Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli»: Lc 17,23). Ma, certo, vale la pena di sapersi in un tempo speciale, nel quale continuare a chiederci continuamente che cosa è pienamente umano e ci costruirà, e da che cosa possiamo farci servire. Molto di ciò che ci sembra intangibile sparirà. Altre forme di vita e di lavoro compariranno. Al cuore, però, sempre, deve restare l’essere umano e la sua dignità. In quali forme, non lo sappiamo precisamente ancora.

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