Alle 16 di oggi, sabato 26 settembre, a Ferrere di Paesana verrà inaugurata una mostra fotografica per i settant’anni della traversata dell’intero arco alpino della cordata guidata da Walter Bonatti.
Era il periodo in cui l'Italia si stava lasciando alle spalle le ferite del dopoguerra ed un gruppo di uomini tentò un'impresa mai vista prima: unire le Alpi da est a ovest, con gli sci ai piedi e sulle proprie gambe, coprendo circa 1.800 chilometri e 73 mila metri di dislivello positivo in 66 giorni. L'avventura prese il via dal Friuli, con il gruppo del Trentino. Bruno Detassis partì da Tarvisio, seguito tre giorni dopo, dalla cordata guidata da Walter Bonatti, insieme all'alpino Lorenzo Longo, mossasi da Stolvizza nella frazione di Resia.
Il viaggio non fu soltanto una cavalcata atletica, ma il punto d'incontro tra due mondi e filosofie d'alta quota: da un lato l'esperienza e l'essenzialità delle Dolomiti rappresentata da Detassis, dall'altro la determinazione del giovane Bonatti, simbolo del grande alpinismo delle Alpi occidentali. Tra rivalità, ritmi di marcia differenti e la comune voglia di primato, le cordate unirono le forze dopo un cruciale riparo al rifugio Maria Luisa in Val Formazza, pur mantenendo distinte le rispettive organizzazioni logistiche.
Per la provincia di Cuneo quella spedizione lasciò una traccia indelebile quando registrò il passaggio degli alpinisti tra le vallate cuneesi. Le tappe toccarono la Valle Po e la Valle Varaita, dove i protagonisti sfilarono sotto lo sguardo imponente del Monviso, trovando nevicate eccezionali fin quasi nei fondovalle. Proprio a Rore di Sampeyre, in Valle Varaita, si saldò uno dei legami locali più autentici della spedizione: l'ingegnere e scialpinista cuneese Luigi Dematteis affiancò Bonatti documentando l'impresa con i suoi scatti, mentre un calzolaio del paese, Giovanni Bellino, realizzò su misura gli scarponi in cuoio con cui Bonatti macinò le ultime tappe alpine.
Superate le praterie d'alta quota e i rilievi tra Valle Maira, Stura e Gesso, gli scialpinisti puntarono dritti verso il settore marittimo, scendendo dai pendii innevati di Monesi, il gruppo raggiunse infine il Col di Nava, valico simbolo tra le Alpi e il mare. Lì ad attenderli trovarono le massime autorità del Club Alpino Italiano e della Federazione Italiana Sport Invernali, pronte a sancire la riuscita della prima traversata scialpinistica integrale della storia.
Quella traversata del 1956 dimostrò come il coraggio, l'esplorazione pura e la capacità di adattamento potessero spingere l'uomo a superare qualsiasi confine montano.