In tempi di crisi dei partiti tradizionali, può essere utile tornare a concetti tutto sommato elementari che, però, paiono essere stati dimenticati. Le funzioni dei partiti politici, infatti, da tempo sono state codificate dagli studiosi. Ad esempio, secondo il professor Larry Diamond, dell’Università di Stanford, ai partiti politici spetta il compito di individuare i candidati migliori per le cariche pubbliche, organizzare il supporto per tali candidati (dando così forma alle competizioni elettorali), convogliare i conflitti nella direzione del confronto tra programmi, rappresentare le istanze che provengono dalla società civile, aggregare i gruppi omogenei per sensibilità politica, formare e sostenere i Governi o proporre alternative, promuovere e canalizzare la partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini, contenere la personalizzazione del potere e del dibattito politico e, da ultimo, ma non certo per importanza, dare un assetto istituzionale alle istanze democratiche.
A leggere questo elenco, sembra di essere di fronte a una specie di lista dei desideri o alla descrizione di un mondo ideale. In effetti, le funzioni, così individuate nel mondo accademico, rappresentano una dimensione alla quale tendere. Tuttavia, proprio questa tensione all’ideale sembra quasi essere scomparsa. Nessuno ignora che tra la teoria e la realtà c’è un salto talvolta insormontabile, ma deve essere preservata la volontà di fare il possibile per andare nella giusta direzione. I partiti tradizionali sono entrati in crisi perché da troppo tempo hanno dimenticato se stessi, rinunciando a perseguire i fini che giustificano la loro esistenza.
Il confronto tra l’ideale e quanto si è costretti a constatare è impietoso: i candidati alle cariche pubbliche vengono individuati in modo sempre meno chiaro (per usare un benevolo eufemismo), quello che dovrebbe essere il dibattito sui programmi si traduce, sempre più, in accanimento contro gli avversari, il confronto tra programmi è un ricordo, la distanza con la società civile rischia di diventare sempre più profonda, le aggregazioni politiche sono sempre meno costruite sulle sensibilità politiche e sempre più determinate dall’interesse nel breve o brevissimo termine, la personalizzazione del potere e del dibattito politico è diventata una regola orgogliosamente rispettata e gli assetti istituzionali ai quali si tende, anche attraverso meccanismi come le leggi elettorali, non sono quelli ritenuti migliori, ma quelli che la maggioranza di turno ritiene possano offrirle i maggiori vantaggi. In sintesi, non ci siamo. Eppure, il desiderio di partecipare, di confrontarsi, di discutere anche animatamente e di fare ognuno la propria parte per custodire queste nostre care (e un pochino ammaccate) democrazie è vivo, ma non trova risposte adeguate in quei soggetti politici, i partiti, che paiono avere smarrito la passione per i grandi temi.
In molti si preoccupano dell‘inquietante favore che, sulla carta, paiono riscuotere alcune formazioni politiche estremiste. Questo è giusto, ma i partiti tradizionali avrebbero ben poco da temere da un 7, un 8, o anche un 10% nelle mani di populisti ed estremisti se riuscissero a tornare a essere interlocutori credibili del rimanente 90% degli elettori.
Per troppo tempo la retorica del voto utile o del “votate noi perché altrimenti vincono loro” ha nascosto la povertà di visione politica e la fragilità delle proposte. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: alleanze raccogliticce, faide interne da polli manzoniani, programmi inconsistenti e, soprattutto, un astensionismo cresciuto in modo preoccupante.
Proprio quest’ultimo dato è, forse, quello che dovrebbe fare maggiormente riflettere e dal quale ripartire avendo ben chiaro, però, che non servono a nulla gli appelli a recarsi alle urne a pochi giorni dal voto. Le sensibilizzazioni dell’ultima ora non servono se non sono precedute da un vero riavvicinamento alla società civile costruito nel tempo.
Anche oggi, non mancano le domande grandi e urgenti. Se i partiti tradizionali intendono recuperare il terreno perduto devono dire, ora, come intendono promuovere la pace, superare le crescenti disuguaglianze sociali, liberare i sistemi economici dalla prepotenza della grande finanza e dei giganti del web, come si pongono rispetto alle relazioni internazionali, come pensano di affrontare l’emergenza climatica.
Le forze estremiste evitano queste domande o urlano slogan o negano che il problema esista; i partiti tradizionali, se vogliono sopravvivere, devono proporre soluzioni concrete.