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Oggi il Papa a Parigi: “La Francia ci mostra alcune luci utili”

Don Marco Gallo dall’anno scorso è direttore dell’Istituto Superiore di Liturgia a Parigi, ha collaborato alla preparazione del viaggio del Pontefice

Francesco Massobrio 25 settembre 2026

Parigi

Don Marco Gallo, sacerdote saluzzese, dall’anno scorso è direttore dell’Istituto Superiore di Liturgia all’Institut Catholique di Parigi. Qui papa Leone XIV andrà in visita, sabato 26 settembre, durante il viaggio apostolico in Francia, dove sarà accompagnato da un altro cuneese, mons. Celestino Migliore, che in territorio francese rappresenta il Pontefice in qualità di nunzio apostolico.

Don Marco, è emozionato per l’arrivo di papa Leone?

Anche se sono qui da circa un anno, condivido pienamente con la Chiesa francese la gioia di questo evento. Parigi attende e prepara questi giorni con tanto lavoro ed entusiasmo. L’università che aveva accolto Giovanni Paolo II è entusiasta di questa visita, insieme a tutta la chiesa parigina. Aspettavano che il papa venisse alla riapertura di Notre Dame, e dopo un po’ di delusione ora sono felici di poter vivere questi giorni per incoraggiare comunità cattoliche che si sono fatte piccole ma restano vivaci, piene di speranze.

Come avverrà la visita?

Il programma è molto intenso. Il 25 tocca Parigi con l’Eliseo, il discorso all’Unesco, i vespri a Notre-Dame e la veglia con i giovani allo Stade de France; il 26 prosegue a Parigi (Maison Bakhita della carità, catecumeni, accompagnatori e responsabili presso l’Institut catholique, messa a Place de la Concorde) poi andrà a Lourdes; il 27 è interamente a Lourdes, tra i vescovi francesi, la messa nella Prairie con l’Angelus, gli ammalati e la processione aux flambeaux; il 28 chiude a Metz, con l’incontro interreligioso, il momento “Alle radici dell’Europa” e la messa in cattedrale.

Personalmente, ho avuto il dono di collaborare quest’estate con la preparazione dell’evento, in particolare per le liturgie dei vespri e della messa a Parigi. Preparare è già vivere.

Cosa dirà il Papa?

Ci si aspetta una parola di incoraggiamento. Il titolo della visita “affinché il mondo abbia la vita” tiene bene insieme le tante dimensioni di questo viaggio che è stato preparato in pochi mesi ma con tantissimo lavoro. I cattolici sono stati impegnati in una difficile discussione culturale, in occasione della recente legge approvata sul suicidio assistito, con iniziative anche lodevoli di riscoperta di azioni di cura, terapie palliative, vicinanza a chi è solo. In una Francia iper-secolarizzata, c’è poi la sorpresa imprevista delle migliaia di giovani convertiti ogni anno. Leone incontrerà l’assemblea delle diocesi che riflette su come accompagnarli e alcuni neofiti proprio da noi all’Institut catholique, dove visse san Lorenzo della Risurrezione, il maestro della “pratica della presenza di Dio”, che il papa stesso ha citato come sua bussola spirituale. La vita è annunciata anche a Lourdes, tra malati e pellegrini, e poi a Metz come progetto politico con Robert Schuman, uno dei padri dell’Europa, la cui causa di beatificazione custodisce l’idea di una casa comune fondata sulla persona.

Lei insegna ormai da anni a Parigi, ma dall’anno scorso è diventato direttore dell’Istituto Superiore di Liturgia e quindi si è trasferito nella capitale francese, com’è cambiata la sua vita?

È stato un anno molto intenso, molto più di quanto mi attendevo. Mi sono sentito come un professionista che si lancia con entusiasmo in un nuovo lavoro ma si accorge di aver lasciato a casa la borsa con i ferri del mestiere: pur conoscendo la lingua, ho perso ogni automatismo nell’insegnare, nel contatto con il territorio, nel predicare, nel celebrare. L’incarico è un privilegio e una sfida: studiano da noi circa 80 specializzandi da 37 nazioni. Donne e uomini, alcuni sacerdoti, teologi, musicologi o esperti di patrimonio artistico che si formano per 3 o 5 anni sul tema vasto della liturgia. Mi dedico quindi per la quasi totalità del mio tempo alla facoltà, con altri piccoli impegni di formazione esterni (collaboro alla formazione dei diaconi permanenti, seguo una cappella nella facoltà di legge) e un po’ di vita in parrocchia a Saint Germain des Près, dove vivo.

Cosa fa il direttore di un istituto teologico?

L’università che ha compiuto l’anno scorso 150 anni, ha oggi circa 6.800 studenti, di cui più di un migliaio in teologia, una delle cinque facoltà. L’Istituto di liturgia è all’interno di questo grande campus e ne ha grandi benefici, perché gli studenti possono accedere facilmente a corsi di altri istituti, noi docenti collaboriamo con i colleghi di altre discipline e i nostri liturgisti in formazione sono immersi in un contesto di ricerca molto ampio. Il mio compito è assicurare il buon funzionamento della formazione che offre l’ISL, ma anche tenere i contatti con altri istituti nel mondo, animare convegni, progetti di ricerca e pubblicazione. E soprattutto insegnare, che è la mia passione.

Lei ha studiato sia a Fossano, allo Studio Teologico Interdiocesano, sia a Roma al Sant’Anselmo, c’è una peculiarità del pensiero cristiano appresa a Fossano che non ha riscontrato altrove e che meriterebbe di essere maggiormente valorizzata?

Dobbiamo molto al nostro istituto di Fossano. Sia perché è un organismo che vivacizza le nostre comunità cuneesi, rende accessibile la formazione teologica nella nostra provincia, e sia per l’originalità e la qualità davvero tutt’altro che provinciale di molti docenti che vi hanno insegnato e vi insegnano. Porto in me, con tanta gratitudine, la stima che ho respirato per l’antropologico, per le scienze umane, per la densità speculativa che può offrire la teologia.

Qual è lo stato di salute del cristianesimo in Francia, anche a fronte della notizia dei molti battesimi di adulti avvenuti quest’anno? C’è un cambio di passo?

La chiesa francese è molto fragile. La società francese diventa sempre più secolare, plurale, laica. La sorpresa, però, è che le comunità che restano aperte sono vivaci, giovani, capaci di iniziativa. In contesto urbano oggi in Francia è molto difficile vedere le assemblee dai capelli bianchi che abbiamo in Italia. Certo, è anche una chiesa che soffre divisioni e, pur avendo avuto il coraggio di far luce sulla piaga terribile degli abusi sessuali commessi al suo interno, fatica a reagire. In mezzo a queste fatiche, però, il clima è molto vitale: la presenza dei cattolici è quella di una minoranza non depressiva, cosciente, direi persino fiera.

Le nostre Chiese locali hanno ancora strutture consistenti e una rete profonda nel tessuto sociale, cosa possono imparare dalla situazione francese? Per far intravvedere che il cristianesimo è attraente proprio per la promessa che offre?

Il cattolicesimo italiano soffre. Ricorda la sua eredità magnifica, immerso nelle tele sociali delle città, dei paesi, delle valli, dei piccoli centri soprattutto. Questo è un capitale che sta evidentemente mutando e diminuendo.

A mio modo di vedere la Francia ci mostra alcune luci utili: lasciamo le chiese aperte, anche se vuote, chi è in ricerca passa di lì. Non sfiniamoci a coprire con una coperta corta: la bellezza e la qualità valgono più della quantità. Il secolare non respinge il religioso, lo trasforma. E soprattutto, Dio fa delle sorprese anche quando nessuno le prevedeva.

Infine, consiglierebbe lo studio della teologia a un giovane?

Non conosco persona sensibile che sia rimasta delusa dalla teologia. Si tratta di uno studio esigente, solo apparentemente rassicurante. Studiare teologia libera da false sicurezze, apre al mondo e al tempo. Il miglior medioevo luminoso, che proprio qui a Parigi produsse le sue gemme, insegna che Dio può abitare serenamente una città internazionale, aperta alla tecnologia e alla scienza, capace di arti diverse e di attenzione ai poveri. E in quella città la teologia era l’arte suprema.

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