C’è un filo che può unire Camillo Cavour ed Ernesto Olivero: la capacità di vedere ciò che ancora non c’è. Di immaginare un futuro che agli altri può sembrare impossibile e provare a costruirlo. È attorno a questo filo che domenica 20 settembre, al Polo Cavouriano di Santena, si è celebrata la ventesima edizione del Premio Camillo Cavour. Assegnato al fondatore del Sermig e dell’Arsenale della Pace.
«L’Italia è stata pensata qui», ha ricordato l’imprenditore Marco Boglione, presidente della Fondazione Cavour, sottolineando la missione del Polo Cavouriano. Far conoscere il valore dell’Unità d’Italia, soprattutto ai giovani, attraverso uno dei suoi grandi protagonisti. Boglione ha ricordato il suo primo incontro con Olivero, nel 1996, descrivendolo come un grande imprenditore del terzo settore: un uomo che attorno ad amore, pace e accoglienza ha costruito un’opera concreta.
Ma cosa hanno in comune Cavour e Olivero?
Il sogno e la visione. La capacità di immaginare qualcosa che gli altri ancora non vedono e di renderlo possibile. È anche il senso della motivazione del Premio, che riconosce a Olivero oltre sessant’anni di impegno contro la fame e per la solidarietà, la capacità di coinvolgere generazioni di giovani e di costruire reti di dialogo e di pace. Dal Sermig, fondato nel 1964, all’Arsenale della Pace, un sogno diventato realtà.
Il richiamo alla storia di Torino e del Piemonte è tornato negli interventi istituzionali. Gino Anchisi, presidente dell’Associazione Amici della Fondazione Cavour, ha ricordato la tradizione dei “santi sociali”. Un tema ripreso da Anna Maria Poggi, presidente della Fondazione CRT: già prima dell’Unità d’Italia Torino aveva saputo esprimere figure capaci di leggere le trasformazioni del proprio tempo e di rispondere concretamente ai bisogni delle persone. Una città antesignana nella solidarietà, nell’educazione e nell’attenzione agli ultimi. Una storia nella quale, con forme nuove, si inserisce anche l’esperienza di Olivero.
Il sindaco di Chieri Alessandro Sicchiero ha sottolineato la sua capacità di inseguire i sogni facendosi aiutare dagli altri per raggiungerli. Claudia Porchietto, sottosegretaria alla Presidenza della Regione Piemonte, ha ricordato come l’Arsenale sia diventato un punto di raccordo per Torino, capace non solo di accogliere ma anche di tenere unite realtà diverse e di insegnare alle istituzioni la responsabilità di lavorare insieme. Il prefetto Donato Cafagna ha definito il Polo Cavouriano un «santuario dell’Unità d’Italia».
Poi la parola è passata a Ernesto Olivero. E il fondatore del Sermig ha scelto ancora una volta di sorprendere.
«Più vado avanti nella vita, più dentro il mio cuore il silenzio è il miglior linguaggio», ha detto. «Chi è capace a far silenzio vuol dire che non ha paura. Chi dà spazio al silenzio è già oltre». Ha ricordato la moglie Maria, presenza fondamentale della sua vita e dei suoi sogni. Poi ha annunciato il suo intervento e si è fermato.
Silenzio.
Pochi secondi, seguiti da un lungo applauso. Un gesto che ha chiuso una giornata dedicata a un uomo che, invece di limitarsi a parlare di pace, ha lavorato per oltre sessant’anni di costruirla. A partire da Torino, trasformando un vecchio arsenale militare in Arsenale della Pace: forse l’immagine più concreta di cosa significhi avere il coraggio di vedere, prima degli altri, ciò che ancora non c’è.