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Riccardo e Giovanni, fratelli non vedenti

La straordinaria esperienza di vita di chi ha imparato a vedere prima con il cuore

Carla Vallauri 20 settembre 2026

Boves

GIOVANNI PELLEGRINO


Giovanni Pellegrino, classe 1956, è fratello maggiore di Riccardo. Come lui, fin da bambino ha riscontrato problemi di vista che negli anni sono peggiorati. Bovesano, originario della frazione San Giacomo, è nato a Cuneo; Giovanni non si è mai arreso alla sua disabilità e ha fatto tesoro dei consigli dei genitori, semplici montanari, che però hanno fatto studiare i figli e li hanno sempre spronati, fin da giovani, a dare tutto quello che potevano. Il cammino di Giovanni e Riccardo si svolge in parallelo, ma con risvolti diversi.

Lei è il fratello più grande: che cosa ha significato scoprire che anche Riccardo non vedeva?

Quando i miei genitori hanno scoperto che la malattia riguardava anche mio fratello, in me è scattato un senso di protezione. Io ero più grande di 8 anni e avevo la stessa malattia: sarei andato a scuola e poi in collegio a Genova, ma l’avrei aiutato a superare questa problematica. Ho detto ai miei: «Non preoccupatevi per Riccardo, io ci sono e lo aiuterò». Così è stato fino a quando lui ha trovato il suo primo lavoro come centralinista della Provincia e ha iniziato a camminare da solo.

Siete stati nello stesso collegio?

Sì, eravamo insieme, ma per via della differenza d’età ci avevano divisi, pur mantenendo dei momenti in comune. Al collegio genovese arrivammo tutti e due dopo la positiva esperienza scolastica vissuta nella nostra San Giacomo con maestri molto bravi, come Giacomo Parola. Avevo ancora un residuo visivo e ho imparato la scrittura normale (la vostra), che ricordo ancora adesso. Devo dire grazie ai miei genitori perché non si sono chiusi davanti al problema, ma hanno chiesto aiuto al parroco. Volevano metterci in condizione di poter dare tutto quello che avevamo, così siamo stati al collegio “David Chiossone” di Genova, specializzato per non vedenti.

Che cosa le hanno insegnato i suoi genitori?

Ho sempre apprezzato molto il loro coraggio perché, da semplici contadini di montagna, hanno fatto di tutto per offrirci una possibilità. Loro ci dicevano sempre: «Fate quello che potete, ma fatelo, e non state lì fermi. Dove voi non potete arrivare provvediamo noi». Così io ho imparato a fare anche molti lavori agricoli a San Giacomo, come fare il fieno o portare al pascolo le capre e poi le mucche.

Come passava le estati?

Finito l’anno scolastico salivo a San Giacomo, ma poi ci trasferivamo più in alto, alla baita in Bisalta a quota 1200 metri, in località Ronchi, che ora si raggiunge con la strada ma che all’epoca era collegata solo da un sentiero. In pratica lasciavo la grande città sul mare per trascorrere tutta l’estate in montagna, tra lavori agricoli e divertimento.

Cosa ha pensato quando si è accorto di non vedere più?

Che dovevo darmi da fare per vivere con questo problema. La malattia mi è stata diagnosticata soltanto a 17 anni, ma lavoravo già all’Intendenza di Finanza come centralinista. È stato un collega a consigliarmi una visita specialistica per capire se si potesse curare o comunque migliorare la situazione. L’oculista di Mondovì mi chiese come vivessi e se fossi comunque tranquillo, perché quella era la cosa più importante. Per la mia malattia, che è la retinite pigmentosa di origine genetica, non c’era neanche allora niente da fare. Mi disse: «Vivi bene, vivi una vita tranquilla perché in questo momento non c’è niente da fare. Non tornare più perché non c’è la soluzione al problema, ma cerca di vivere serenamente». E così ho fatto.

Come vive oggi la sua disabilità tra le persone che vedono?

Per la verità sono gli altri a ricordarmi che non vedo, perché io non ci penso troppo. Quando sono con gli amici, loro hanno molte attenzioni nei miei confronti e mi ricordano che non vedo.

Lei lavorava?

Dopo l’Intendenza di Finanza, dove ho lavorato come centralinista, sono passato in banca con lo stesso ruolo perché volevo migliorare la mia posizione. Sono stati anche gli anni in cui ho conosciuto gli amici dell’Unione Italiana Ciechi e sono entrato nel giro. Ricordo sempre con piacere che al colloquio di assunzione in banca mi chiesero come fossi giunto fin lì e si stupirono che ci fossi arrivato da solo, senza aiuti. Mi misero alla prova qualche giorno e poi mi assunsero. Era il 1979. Ho lavorato in totale 29 anni e sono andato in pensione abbastanza giovane perché una legge ci tutela.

Lei è sposato?

Ho conosciuto mia moglie Liviana tramite suo fratello Lino, che apparteneva anche lui all’Unione Ciechi; mi sono sposato nel 1985 e non abbiamo figli. La mia disabilità non è stata il problema principale: mia moglie mi ha accolto così, con il mio carattere, e mi ricorda spesso la famosa frase de Il piccolo principe che dice «Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi».

Frequenta ancora Boves?

Ci vado qualche volta perché a San Giacomo abbiamo ancora la casa dei nostri genitori, dove sono andato per 20 anni. Dopo il Covid ci sono tornato poco, ma mi piace molto Boves e chissà che non torni ad abitarci. Ora vivo a Beinette in una casetta tranquilla.

Ha praticato degli sport?

Come mio fratello Riccardo, ho provato alcuni sport come il torball, la bici in tandem, lo sci di fondo e lo sci alpinismo. C’era un collega più matto di me che si chiamava Giorgio Cerutti, già sindaco di Valgrana, con cui ho fatto molte gite fuori pista, comprese quelle a Sant’Anna di Vinadio.

Lei come si definirebbe?

Un uomo normale, niente di eccezionale. Direi che sono una persona consapevole dei propri limiti, ma che si è sempre avvicinata a coloro che vedono con uno sguardo particolare. Forse la mia disabilità mi aiuta a essere più sensibile, tant’è che mio nipote, quando ha qualche problema, viene a chiedermi consiglio. Devo attraversare anch’io momenti di scoraggiamento e fatica come tutti; un aiuto arriva dai rapporti sociali, anche se mi rendo conto di averli un po’ ridotti ultimamente. Leggo libri in Braille oppure ascolto gli audiolibri, soprattutto di storia. Purtroppo ho un po’ lasciato la musica, in particolare il pianoforte e la fisarmonica, che mi aveva regalato la maestra delle scuole elementari e che avevo imparato a suonare in collegio. Ai miei tempi gli insegnanti erano tutti non vedenti e ci aiutavano a superare i problemi senza toglierceli, proprio come facevano i miei genitori: l’ho sempre ritenuto molto importante.

Quale messaggio lascerebbe ai giovani di oggi e anche agli adulti?

Cercate di camminare da soli e non aspettatevi tutto dagli altri. Usate i doni che avete al 100% e non date importanza a cose che non ne hanno, come i soldi. Si può guardare e non vedere pur avendo la vista.


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