editoriale

Nella pallavolo e nella vita le partite si vincono in squadra, non da soli

Allenare i figli ad "essere indipendenti" e a "saper giocare male"

Roberto Saba 20 settembre 2026

Cuneo

Il 6 settembre a Istambul si è disputata la finale per il primo e secondo posto del Mondiale femminile di pallavolo: si sono confrontate Italia e Turchia, due nazionali dominanti nella pallavolo femminile di questo decennio. La partita è stata vinta dalla Turchia per 3 set a 2, in un palazzetto acceso da un tifo spesso spietato nei confronti della Nazionale Italiana. Le Azzurre sono andate vicine ad essere contemporaneamente vincitrici delle ultime edizioni di Olimpiadi (oro nel 2024), Mondiali (oro nel 2025) ed Europei; impresa riuscita solo alla Nazionale Russa nel triennio 1988-1990. Si tratta certamente di un gruppo di atlete che hanno raggiunto livelli eccezionali sia di tecnica di gioco che di attitudine mentale.

Dietro questi risultati e, per la verità, dietro i notevoli risultati che il movimento italiano della pallavolo sta raggiungendo a tutti i livelli (anche la Nazionale Maschile, che sta disputando in casa gli Europei 2026, è una delle squadre più vincenti al mondo) c’è anche la straordinaria filosofia di gestione di Julio Velasco, il tecnico di origine argentina che fu già protagonista della storica stagione vincente della Nazionale Maschile del 1989-1996. I principi da lui applicati sono istruttivi anche quando vengono trasferiti all’educazione: nelle interviste Velasco fa spesso paralleli con le dinamiche relazionali genitori-figli. Ne prendiamo un paio ad esempio.

“Allenare ad essere indipendenti”. Alle domande sul rapporto con le giocatrici, Velasco risponde che il suo lavoro è di renderle indipendenti da lui. Ogni giocatrice deve essere autorevole, cioè conoscere bene la pallavolo ed essere esperta nel proprio ruolo, e autonoma, cioè saper fare le scelte di gioco senza aspettare le indicazioni del tecnico, perché sul campo c’è lei, non lui. Ed è il sapere che genera sicurezza. Quanto è difficile confrontarsi con l’autonomia dei figli: a volte per paura che capiti loro qualcosa di spiacevole, a volte anche per possesso, come genitori siamo colti da un senso di smarrimento quando, dopo 15-20 anni di vita condivisa, di impegno, attenzioni e preoccupazioni quotidiane, i figli non passano più il sabato sera con noi, non vogliono più venire in vacanza, scelgono il percorso di studio e di lavoro che li porta a vivere lontano. Questi passaggi, che per i genitori sono dolorosi, rappresentano in realtà un risultato degli sforzi educativi, se sono stati orientati a far acquisire un solido bagaglio di conoscenza e di autonomia per essere persone capaci di scegliere e di reagire agli eventi della vita. A quel punto i genitori devono saper fare un passo indietro, o, forse meglio, di lato. Ma anche prima, evitiamo di giustificarli e lasciamo che se la cavino un po’ da soli, anche quando sbagliano.

“Allenare a saper giocare male”. Capita anche alla migliore giocatrice la partita in cui riesce ad esprimersi ad un livello molto più basso (“Sei da 8 o da 9, ma oggi riesci a giocare solo a livello 5”). La giocatrice, dice Velasco, deve imparare che la sua responsabilità è di riconoscere e accettare la giornata storta e impegnarsi a non scendere sotto il livello che, in quel momento, è in grado di esprimere. Altrimenti si innesca una spirale negativa, che erode ancora di più la qualità del gioco: se oggi sei da 5, accetta di giocare da 5, ma non scendere a 4 o a 3. Sul piano educativo questo assioma si traduce nella capacità di smontare, nelle ragazze e nei ragazzi, il mito della perfezione e della performance assoluta, di cui spesso siamo vittime prime noi educatori (genitori, insegnati, allenatori, animatori): non si può vincere ogni sfida della vita (a scuola, nello sport, nel lavoro, nelle relazioni, nella salute); occorre allenare la propria capacità a trarre il massimo dalle condizioni in cui ci si trova, a volte assumendosi la responsabilità di limitare i danni, senza essere devastati dal nostro scarso rendimento. Questo atteggiamento è il contrario dell’alibi, cioè del trovare sempre un responsabile esterno a noi per le nostre mancanze (o per quelle dei figli?), ma allena all’essere consapevoli di sé stessi e alla responsabilità di cercare le energie per reagire e migliorare, magari chiedendo supporto a chi ci sta attorno. Perché, dice spesso Velasco, per quanto esistano i grandi campioni, le partite nella pallavolo si vincono in squadra, non da soli. Come avviene nella vita.


Pallavolo Educazione Julio Velasco