È ancora possibile, in poche righe, avanzare qualche riflessione sui due personaggi della nostra provincia, contemporaneamente scomparsi la scorsa settimana, che non sia già stata riportata dagli organi d’informazione nazionali?
Forse esiste uno spazio riservato soltanto a noi, conterranei di Raffaele Costa e di Emma Bonino: gli unici in grado di rintracciare nella loro personalità e nel loro operare comuni impronte di cuneesità, impresse su due tracciati così radicalmente (è il caso di dirlo) diversi.
L’inflessione dialettale di Bra e Roero è distinguibile da quella di Mondovì e Cebano. Forse Bonino e Costa non hanno mantenuto quella sfumatura, ma trent’anni d’abitazione in Trastevere e sette lingue conosciute, per la prima, ed una permanenza “a vita” nei palazzi romani, per il secondo, non hanno cancellato la loro inflessione piemontese. Un accento che, diceva un noto poeta dialettale, condiziona anche le argomentazioni, mal sposandosi ad enfasi e iperboli, meglio conciliandosi con un eloquio pacato ed argomentato. Questo era lo stile secco e senza perifrasi (baldanzosamente assertivo negli anni della militanza giovanile) di Emma Bonino. Più sfumato, per via dell’esperienza forense, quello dell’avvocato Raffaele Costa, ma privo di ridondanze retoriche e, soprattutto, mirato ai contenuti (cifre, spese…). Entrambi della schiatta di quel Giovanni Giolitti da Dronero che ebbe a dire “dalle mie parti, quando uno non ha niente da dire sta zitto”.
Il richiamo a Giovanni Giolitti m’invita a portare alla luce la radice liberale che collegava l’uomo politico di stampo conservatore, esponente del P.L.I., con una donna militante in una forza politica movimentista quale il partito radicale, nazionale e transnazionale, di Marco Pannella. Il fatto non è sorprendente, sol che si consideri che l’ideologia liberale - non meno che le dottrine socialiste - si può esprime in una gamma così ampia di posizioni, che talvolta le estreme stentano a riconoscersi reciprocamente.
Marco Pannella si iscrisse al partito liberale nel 1945 e militò nell’organizzazione liberale dei giovani universitari. Nel 1955 il partito liberale subì la scissione della sua ala di sinistra, che contava personaggi quali Ernesto Rossi, Leo Valiani, Mario Pannunzio, Eugenio Scalfari ed il giovane Marco. Fondarono il partito radicale, eretico sì, ma della stessa religione. Emma Bonino vi approdò nel 1975, allorché Pannella ne era diventato il leader indiscusso e aveva impresso al partito il taglio libertario della difesa estrema dei diritti civili ed umani (ma pur sempre liberale e liberista).
Questi furono i loro principi ispiratori, mediati con l’esperienza che traevano entrambi dal territorio di origine.
Raffaele Costa esercitava una presa diretta e continua sul suo collegio del monregalese. Nella mia personale galleria conservo due immagini. L’annuale sagra dell’uva di Carrù con l’on. Costa sul palco delle autorità e lo svolgimento di una doppia sfilata: i carri allegorici lungo la strada e gli amici e “questuanti” dell’onorevole sul retro del palco. A entrambe poneva contemporanea attenzione. Nella primavera del 1988 alla cerimonia dell’inaugurazione del nuovo palazzo municipale di Vignolo, Raffaele Costa, parlamentare e vice segretario del partito liberale - naturalmente presente - mi chiese di accompagnarlo nei nuovi locali, sottoponendomi a interrogatorio sui costi di realizzazione. Fiutando l’insidia, fui molto sobrio nelle mie spiegazioni. La settimana successiva sul suo quindicinale “Il duemila” comparve una stroncatura per un’opera definita, con esagerazione, faraonica, ma le cifre di spesa erano dettagliate e precise. Quel suo periodico, dichiaratamente di parte, talvolta ingeneroso, comunque spronava a un’amministrazione corretta e oculata e i lettori, che gradivano, andavano ben oltre il suo elettorato.
Per le frequenti presenze in Bra di Emma Bonino mi affido ai ricordi della plurisindaca di Bra, Bruna Sibille, che narra di una disponibilità spinta fino alla candidatura a sindaca edalla diligente corvè di consigliera di minoranza. Rammento anche l’affermazione di Emma Bonino stessa, di potersi sentire transnazionale, poiché sapeva di “avere terra e radici”. Radici in una famiglia contadina degli anni cinquanta, e questo me lo posso rappresentare, con i figli avviati agli studi, non prima di aver accudito le bestie, e con i padri silenziosi e impacciati nelle manifestazioni d’affetto.
In ultimo, la sorte li ha accomunati nel giorno della loro scomparsa, quell’11 settembre data simbolo di crolli improvvisi e rovinosi, così incongrua di fronte al loro declino lento, silenzioso, appartato.