È di questa settimana la notizia di un apprezzato, competente e profondo presbitero della nostra Diocesi che si prende un tempo di riflessione. La prima reazione non può che essere di vicinanza e delicatezza, come per chiunque rimetta in discussione la propria scelta matrimoniale, professionale, di stile di vita, di percorso esistenziale: non lo si fa mai per superficialità o per capriccio, e costa sempre coraggio e fatica.
Ma poi, indipendentemente da questa vicenda e dai suoi sviluppi, ci richiama al modo con cui noi credenti e comunità cristiane viviamo simili ripensamenti.
Un approccio tradizionale ma molto diffuso ancora oggi ha una tonalità stoica: ci si è presi un impegno e si va avanti, qualunque cosa succeda, senza tentennamenti e incertezze, ascoltando in pieno il senso del dovere. E chi lascia il posto, è colto come traditore. Anche se è un atteggiamento che ha i suoi pregi e punti di forza, soprattutto in un clima culturale che tende a incoraggiare di più il capriccio del momento, non è tipicamente biblico o cristiano. Se pensiamo solo ad alcuni grandi personaggi biblici, sono quasi tutti segnati da una qualche forma di inadeguatezza o apparente incoerenza. Noè, salvatore della vita con l’arca, è il primo essere umano a sbronzarsi; Mosè, che parla con Dio faccia a faccia, muove tutte le obiezioni possibili alla chiamata divina e non riuscirà a raggiungere la terra promessa per una colpa che peraltro non si capisce neppure bene; Davide, il re ideale, si macchia di molti delitti, compreso quello di un soldato straniero che combatte per lui, morte ordinata per coprire il fatto di aver messo incinta sua moglie mentre il marito era in guerra; Salomone, il re pacifico, fa uccidere gli ultimi potenziali avversari della sua stirpe e si lascia convincere dalle troppe mogli a venerare anche dèi stranieri; Elia, modello dei profeti, si macchia dell’uccisione di 450 sacerdoti di Baal e viene sostanzialmente invitato da Dio a farsi da parte; del padre del popolo, Giacobbe, e della sua coerenza morale e coraggio, conviene non iniziare neppure a parlare... Lo stesso Gesù, se vogliamo, propone un volto pacifico e misericordioso del Padre, ma i venditori del tempio e gli scribi dei farisei avrebbero probabilmente da obiettare qualcosa... e Pietro e Andrea non avrebbero dovuto lasciare la famiglia e il lavoro per seguire un predicatore itinerante dalla dubbia reputazione, se avessero dovuto mantenere stoicamente il proprio posto.
Il punto è che per il Dio della Bibbia la coerenza e l’ubbidienza alle leggi conta evidentemente molto meno della relazione, con Lui e con gli altri esseri umani. A fronte di una battuta di Gesù secondo cui chi mette mano all’aratro e poi torna indietro non è degno del regno dei cieli (Lc 9,62), ci sono decine di cambiamenti di comportamento apprezzati da Dio e di lamentele divine che il suo popolo. Lo rispetta formalmente, ma il suo cuore ne è lontano. Tanto che anche quella battuta di Gesù non dovrebbe probabilmente essere letta come se fosse un rigetto dei traditori, ma pensa più probabilmente a chi rifiuta di continuare a ragionare secondo le logiche del “regno dei cieli”, che sono di relazione e di senso della vita. Neppure noi, infatti, interpretiamo le battute dei nostri conoscenti come oracoli staccati da tutto, ma le mettiamo sullo sfondo delle loro convinzioni e del loro stile; e nulla nello stile di Gesù mette al centro il rispetto formale delle norme.
C’è poi un altro pregiudizio che ci portiamo dietro e che ci spinge ad essere più severi con le scelte religiose, ed è quello che ci fa pensare che i consacrati siano in qualche modo “tirati fuori” dal contesto umano normale, esseri semidivini, che rinunciano alle condizioni della normale umanità. Non è un caso che continuiamo a chiamare i nostri preti “sacerdoti”, come se fossero, loro, uomini del sacro, al quale possiamo accedere solo per tramite loro. Solo che per il cristianesimo a essere propriamente “sacerdote”, uomo del sacro che media tra il divino e l’umano, è Gesù, autenticamente Dio e uomo. Con il battesimo, poi, anche questa sua dimensione viene fatta propria dai suoi fedeli. Con il battesimo: vale a dire che questa chiamata a far incontrare divino e umano è propria di tutti i battezzati, di tutti i cristiani. Sacerdoti, teologicamente parlando, siamo tutti. Il sacerdozio ministeriale è un servizio particolare che nella nostra chiesa può essere richiesto soltanto a maschi celibi e a vita, ma nulla vieterebbe di pensarlo anche in altro modo (in altre chiese cristiane è pensato anche in forme diverse). A questo punto anche ripensamenti radicali della vita sono fatiche ma non drammi.
E allora, a chi si trova in tali situazioni, quale che sia il ripensamento di vita che ha tra mano, viene semmai da augurare, da credenti, di non perdere l’affidamento nel Signore, ma anche di cercare con coraggio e autenticità la propria strada di vita, nella convinzione che il Dio che ama i suoi non può volere sofferenze insensate e adesioni esteriori, ma desidera, per ognuno dei suoi discepoli, di essere amato da persone entusiaste di vivere fino in fondo il Suo dono più grande.