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Riccardo e Giovanni, fratelli non vedenti

La straordinaria esperienza di vita di chi ha imparato a vedere prima col cuore

Carla Vallauri 19 settembre 2026

Boves

RICCARDO PELLEGRINO


“La nostra è la storia di due fratelli, entrambi con problemi di vista, vissuti per anni in valle Colla, che poi la vita ha portato anche lontano, pur rimanendo sempre uniti. I nostri sono due vissuti diversi e per questo comincio a raccontare la mia storia”. Così Riccardo Pellegrino, 61 anni, bovesano originario di vallone Francia, ha accettato di raccontare la sua storia speciale, legata a quella del fratello Giovanni: entrambi sono non vedenti. Riccardo è il più giovane, è nato a Boves nel 1964, mentre Giovanni, più grande di otto anni, è nato a Cuneo. I genitori erano contadini di montagna, abituati al lavoro duro e ai sacrifici che hanno insegnato ai figli. Entrambi hanno frequentato i primi anni di scuola tra San Giacomo, Castellar e Boves, per poi trasferirsi in collegio a Genova in strutture specializzate e tornare infine per lavoro a Cuneo.

Lei ha problemi di vista dalla nascita o sono insorti dopo?

Da quando ricordo vedevo fino a un decimo e me la cavavo abbastanza. La giovinezza è stata bella perché riuscivo a vedere ancora parecchio. Avevo più difficoltà nella nostra abitazione in montagna: la luce elettrica è arrivata solo nel 1978 e mancava il riscaldamento. Anche con l’elettricità la casa era poco accogliente. Ricordo ancora la cucina e la luce che filtrava sotto la porta.

I suoi genitori avevano problemi di vista?

No. Mia mamma Agnese e papà Giuseppe, entrambi Pellegrino, erano probabilmente primi cugini e i nostri problemi derivano forse da lì, dato che, a parte una zia, nessun altro familiare ne era affetto.

Di cosa viveva la vostra famiglia?

I miei genitori avevano mucche, capre, pecore e un maiale. Era un’economia di autosussistenza: vendevamo i prodotti della nostra terra, soprattutto patate, e in estate molti funghi. E poi c’erano i tomini prodotti da mia mamma e da zia Maria, conosciuta come “Maria di tumin”. Rifornivano i negozi di Boves e in valle alcune famiglie vivevano di questa produzione. Oggi non li fa più nessuno. Qui vive ormai poca gente e io stesso ho un’abitazione a Cuneo, dove mi trasferisco soprattutto d’inverno per usufruire di servizi e comodità.

Oggi invece?

Sono sposato con Patrizia e abbiamo una figlia, Nadia, che vive nel centro di Boves. Abbiamo una bella cerchia di amici, compresi quelli di San Giacomo che ci aiutano negli spostamenti. A Cuneo c’è poi l’associazione Univoc (Unione Italiana Volontari pro Ciechi), legata all’Unione Ciechi e composta da persone vedenti e non vedenti che si aiutano. Insieme portiamo avanti iniziative di sensibilizzazione come le famose Cene al buio, un’esperienza che consiglio a tutti.

Come vi aiuta la tecnologia?

Sono un po’ appassionato di tecnologia perché mi piace controllare le situazioni. Anche a San Giacomo viviamo in un’abitazione attrezzata. Un grande aiuto arriva dal telefonino che mi permette di usare le applicazioni grazie alla sintesi vocale di VoiceOver: riusciamo a fare tutto quello che fate voi. Sono molto curioso rispetto alle nuove tecnologie. In vallone Francia abbiamo portato il segnale grazie a un ponte radio; già anni fa avevamo installato tra i primi il telefono e poi la parabola. Grazie alla tecnologia usufruiamo anche di un sistema di videosorveglianza che permette a mia moglie di controllare a distanza cosa succede qui.

Con il lavoro?

Sono entrato a lavorare in Provincia come centralinista nel 1982 e poi sono passato in banca. Anche mio fratello faceva il centralinista all’Intendenza di Finanza e poi in un altro istituto di credito. All’epoca, per chi aveva problemi di vista, era quasi l’unica possibilità. In seguito sono arrivate altre professioni, come il massaggiatore o il fisioterapista. Per raggiungere Cuneo ogni giorno, io e mio fratello siamo andati a vivere a Boves in corso Bisalta. Una famiglia ci ospitava a cena, ma per anni è stata nostra mamma a provvedere a noi. Scendeva da San Giacomo per portare il latte, cucinava per noi e confezionava i tomini da vendere al mercato, per poi risalire in montagna a occuparsi di mio padre e della stalla. L’ha fatto finché mio fratello si è sposato e io ho conosciuto mia moglie.

Ci parli di sua moglie.

Ci siamo conosciuti in collegio a Torino, dove si trovava per frequentare un corso da centralinista. Le sono stato dietro tantissimo e l’ho sfinita! Oggi è una compagna indispensabile. Mia moglie è ipovedente, io invece vedo una nebbia grigia che diventa più chiara con la luce: da questo capisco, ad esempio, se c’è una lampada accesa. Lei invece vede ancora molto, riesce a fare tutto in casa ed è preziosissima.

Che rapporti avete con la comunità bovesana?

Pochi, perché abbiamo sempre vissuto in collegio e quando venivamo in vacanza salivamo in montagna. Per noi era come uscire da una gabbia, era la libertà. Qui abbiamo imparato a lavorare, perché i nostri genitori ci hanno insegnato a dare una mano anche nei campi. Ci hanno fatto capire che quello che uno può fare lo deve fare, anche se ha problemi di vista: “Hai le mani, puoi camminare e fare tante cose”. Non ci hanno mai posto ostacoli, dicendoci però che per raggiungere un obiettivo dovevamo trovare da soli la strada. Abbiamo anche sofferto, perché io e mio fratello partivamo a settembre per il collegio e per mesi non vedavamo i genitori, mentre altri ragazzi ricevevano visite frequenti.

“Fallo, ma devi trovare la soluzione”: è questo l’insegnamento ricevuto?

Sì. Ancora oggi devo trovare la soluzione ai problemi pratici. Lo faccio per me, ma a volte serve anche ad altri. In questo sono favorito da capacità manuale e senso pratico. Le mani sono i miei occhi e sono aiutato dalla passione per la meccanica, che mi permette di smontare e rimontare gli attrezzi quando non funzionano.

Nonostante questo limite, lei ha una vita tutt’altro che malinconica.

Vero. Fin da bambini ci ingegnavamo nei giochi, costruendo casette con materiali di recupero per rifugiarci nel bosco. Ho imparato a sciare con gli altri bambini che mi indicavano gli ostacoli, e poi all’epoca ci vedevo ancora un po’...

Che messaggio lascerebbe ai giovani?

Sono una persona poco teorica, non saprei dare consigli. Direi solo di essere meno egoisti e più aperti verso gli altri, perché ogni persona ha le proprie difficoltà.

E agli adulti cosa direbbe?

Di avere meno paura della disabilità: spesso vi trovate a disagio e il diverso fa paura. Si percepiva anche quando eravamo giovani, anche se forse un po’ meno, e io ne ho sofferto. Va detto che anche tra noi disabili ci può essere chi è scorbutico e rifiuta l’aiuto, magari perché fa più fatica ad accettare il proprio limite.

Che rapporto c’è con suo fratello?

C’è un legame fortissimo, cresciuto nel tempo. Da giovani eravamo come due fratelli qualsiasi: litigavamo e ci facevamo i dispetti. Adesso, con l’età, siamo diventati più saggi.

Cos’è la valle Colla per lei?

È il posto delle mie radici, dove trovo la pace. Ho bisogno di tornarci, soprattutto quando ho dei problemi. Ho avuto la fortuna di trovare una moglie a cui piace questo posto e che qui sta bene. Per essere sereno ho bisogno di tornare a casa ogni tanto. Non ho bisogno di niente, anche se sono stato un precursore di tutto grazie alla mia testardaggine. I miei genitori mi lasciavano libero: “Tanto con lui non c’è niente da fare”. Più o meno sono rimasto così.


cecità Boves Riccardo Pellegrino