Il Museo etnografico di Sampeyre sabato 12 settembre era pieno di gente per la serata sui raccoglitori dei capelli femminili di Elva: un mestiere antico, che per gli elvesi ha rappresentato una voce di reddito importante.
La responsabile della Biblioteca di Sampeyre, Francesca Topino, presentando il libro “Elva e la sua gente”: “Grazie ad Alberto Burzio per aver dato voce a questa gente e per averci ricordato che, qualche volta, per conoscere davvero un luogo, non basta guardarlo, ma bisogna ascoltare le persone che lo hanno amato, vissuto e
custodito. Grazie per aver raccolto queste testimonianze. Grazie ad Alma Delfino per averle accompagnate con le sue immagini. Grazie a don Roberto Bruna, per essere parte attiva e significativa di queste pagine!”.
Le storie dei semplici
Il giornalista Fausto Lamberti: “Alberto ha pubblicato dal 2007 a oggi ben undici volumi sulle storie dei semplici. Anche in queste interviste compaiono i temi che da sempre caratterizzano la sua prosa: il legame alle proprie radici, i ricordi belli e meno belli della fanciullezza, l’impegno sociale a favore degli altri, il dolore che sovente caratterizza la vita dell’umanità. E la vita contadina e di montagna, l’emigrazione, la guerra e il senso di solidarietà nel dopoguerra, l’impegno sociale a favore degli altri,l’esaltazione del valore dell’amicizia e della ricerca interiore”.
L'arte di lavorare i capelli
Don Roberto Bruna, autore della prefazione del libro e figlio di caviè, ha raccontato l’arte della lavorazione dei capelli femminili e tanti interessanti aneddoti su Elva: “I miei genitori, fin dal loro matrimonio nel 1949, hanno fatto i “caviè”, unendo inizialmente questo lavoro a quello agricolo. Già un mio pro zio “Munet de Varua” svolgeva questo lavoro e da lui nel periodo invernale c’erano numerose ragazze che lavoravano i capelli. Trasferiti a Melle, si sono specializzati nel lavoro dei capelli che esportavano a Londra, Parigi e in diverse località italiane. Comperavano sia i “cavei del pentu”, sia le abbondanti capigliature provenienti dalle pettinatrici. Tra i tanti passaggi di questo lavoro ne ricordo uno in particolare: “triar buro”, cioè il dividere per colori i “cavei del pentu” per poi pettinarli e lavarli. Ci fu un periodo di grande lavoro negli anni Sessanta-Settanta e poi, via via, soppiantato dai capelli sintetici, il lavoro dei “caviè” diminuì e diventò di nicchia, per intenditori. Negli anni Ottanta i miei genitori andarono in pensione, anche se continuarono a fare piccoli lavoretti per i clienti abituali. Il lavoro dei “caviè” era di pazienza e ci voleva competenza e metodo. Oggi è scomparso ed è un peccato, perché era testimonianza di un’inventiva del passato che con poco riusciva a creare una attività”. Alma Delfino, autrice delle foto del libro, si è soffermata sul suo grande amore per i fiori e per Elva.
Cultura popolare preziosa
Il presidente provinciale delle Acli, Elio Lingua: “Quello sulla gente di Elva è un libro prezioso, memoria di una cultura popolare che non deve andare perduta. Ci insegna ad imparare a gioire delle piccole cose, che non bisogna vivere per i soldi e che dobbiamo aiutare gli altri”. Lingua ha aggiunto importanti riflessioni sul ripopolamento della montagna. Barba Bertu, visibilmente soddisfatto, ha raccontato le difficoltà incontrate per certe promesse di sostegno poi non mantenute: “Ci sono state forti difficoltà, ma siamo felici di avercela fatta!”.
In autunno uscirà un nuovo libro dedicato al Bene (con prefazione del Vescovo emerito di Saluzzo, Giuseppe Guerrini).