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Il dramma di Bianca e dei suoi genitori e la vita piena

Ognuno di noi ha vicino una qualche Bianca che chiede di essere vista, ma come rapportarci con la sofferenza che ci arriva addosso?

Angelo Fracchia 13 settembre 2026

Cuneo

Bianca aveva cinque anni e una disabilità molto grave. I suoi genitori, Valentina e Luca, dopo aver tentato di portare a termine improbabili “viaggi della speranza” in Messico, dove avevano lasciato intendere che esistessero possibilità di cura, hanno scelto di togliere la vita all’intera famiglia.

Non ci interessa qui la ricostruzione precisa di come ciò sia successo e se familiari e vicini potessero o dovessero fare di più. Anche ad avere molte più informazioni di quelle che abbiamo, sarebbe comunque un gioco crudele e disumano, utile più che altro a sentirci a posto perché avremmo trovato un colpevole cui addossare la colpa. Cioè, ce ne chiameremmo fuori.

Proviamo però anche noi a reagire, magari (è l’auspicio) con toni meno giudicanti di quelli che spesso troviamo sui social o nella pagina dei commenti alle notizie. Questa volta, c’è da dire, i toni sono stati globalmente più compassionevoli e miti, e non possiamo che rallegrarci ogni volta che l’umanità tira fuori il proprio lato più autenticamente umano.

C’è stato chi ha puntato il dito, sì, ma contro le strutture di sostegno alle famiglie con difficoltà. Affrontare una grave disabilità di un figlio è questione impegnativa e seria. Perché è un impegno gravoso che non si sceglie, che chiede tanta dedizione, tempo, strumenti e persino mezzi economici. Qui però il vangelo inizia a mescolarsi con le scelte politiche di fondo, perché chi ritiene che la Bibbia sia un testo da tenere presente nella propria vita non può fingere che là non si trovi il primato costante dato alla fragilità, alla debolezza umana, agli umili e ai vinti. Anche quando il Primo Testamento esalta condottieri e re, ne valorizza la capacità di accorgersi dei deboli, di chinarsi sull’«orfano e la vedova». Che il Dio biblico non guardi prima di tutto ai successi, alle imprese o al PIL, è palese. La pretesa biblica, inoltre, è che l’uomo che si sforza di assomigliare sempre più a Dio non sia un alienato o un eroe, ma semmai proprio qualcuno che porta l’umanità al suo grado più pieno e realizzato, più autenticamente umano. Che il valore di una cultura e di una società stia nella cura che riesce a mostrare verso chi è più debole non è propriamente una formula biblica, ma corrisponde in pieno al pensiero di tanti variegati scrittori biblici che, in forme diverse, su questo si ritrovano.

Ma oltre che per la società (per la nostra società), simili vicende possono costituire un pungolo per ognuno di noi, che siamo esattamente quelli che componiamo questa nostra società. La Bibbia tutta sembra proporci un percorso di vita che ci doni serenità e pace, magari non solo nella vita che vediamo ma anche in quella che ci è promessa. Eppure c’è una frase di Gesù che parrebbe negare quella promessa: «Chi vuol venire dietro di me, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua». Si tratta allora di puntare alla nostra gioia, o a soffrire sempre?

La croce è evidentemente un simbolo. È una sofferenza che non si può evitare, che subiamo, sofferenza estrema e mortale. Rimanda, insieme, alla vicenda di Gesù, dove quel supplizio, lungo e doloroso nonché visto come maledizione da parte divina, viene però anche vissuto in una piena fiducia verso il Padre, e imprevedibilmente culminante nella risurrezione, nella vita piena. La croce di Gesù offre ai suoi discepoli anche un esempio di come viverla: senza rancore, senza recriminazioni, donando pace fino alla fine.

Può tuttavia ancora stupirci e destabilizzarci che Gesù ci inviti a soffrire così tanto ogni giorno. Fortunatamente pochi di noi soffrono così tanto nel quotidiano. A meno che il segreto sia davvero in quell’ “andare dietro a Gesù”. Lui che i vangeli non ci presentano mai nei palazzi regi e quasi mai tra potenti e ricchi, ma sempre a prestare attenzione alle sofferenze dei più umili, malati e rifiutati. C’è una croce (una sofferenza inevitabile) che ci piomba addosso senza che possiamo farci nulla: sono malattie, relazioni faticose, situazioni di vita pesanti, che spesso non ci siamo scelti e non potevamo fare nulla per evitare. Ma ci sono anche croci che potremmo evitare, e sono queste che Gesù sembra invitarci a “prendere ogni giorno”. Al primo posto, ci sono le persone in difficoltà. Che potremmo non vedere, girandoci dall’altra parte. Ma che, se vogliamo “andare dietro a Gesù”, non possiamo trascurare. Su questo Gesù è schietto, suggerisce che se non ci giriamo dall’altra parte avremo ogni giorno le nostre sofferenze, che saranno nostre perché avremo deciso di assumercele, mentre ad altri sono arrivate addosso senza che le cercassero. Potrà essere il servizio offerto a chi ha bisogno, ma anche uno sguardo, una parola, un sorriso. Che ci faranno vicini e compartecipi di sofferenze che potremmo evitare. Ma che possono diventare strumento di sopravvivenza per chi fatica di più, anche quando non riusciamo ad essere praticamente d’aiuto (nessuno di noi si è sentito sollevato e confortato da un semplice “Ti capisco”?). E strumento di vita umana più completa e piena per tutti. Perché, suggerisce Gesù, ognuno di noi ha vicino una qualche Bianca che chiede di essere vista.